Una caratteristica peculiare dell’essere umano
«Che errore aver scelto questa facoltà universitaria!». «Trasferirmi in città è stata una pessima decisione». «Perché mi sono messo a fumare?». «Avrei dovuto fare controlli accurati tanto tempo fa…». Quante persone potrebbero riconoscersi in queste e in altre affermazioni simili! Sembra che il 90% circa degli individui abbia sperimentato rimpianti significativi nella propria vita, al punto da poter considerare questa un’emozione quasi universale dell’esperienza umana. I rimpianti più comuni riguardano istruzione, occupazione, relazioni interpersonali, scelte di vita e opportunità mancate. Alla capillare presenza del rimpianto è associata la sua valutazione in termini per lo più negativi, essendo considerato fonte di sofferenza e di fastidi inutili. La ricerca psicologica suggerisce invece una lettura più complessa e sfumata: se elaborato e assunto in maniera consapevole e costruttiva, il rimpianto può diventare un efficace aiuto per la crescita personale e il cambiamento, rivelandosi ricco di insegnamenti[1].
Anzitutto a livello antropologico. Soltanto l’essere umano sperimenta il rimpianto: in esso si manifestano alcune sue caratteristiche peculiari, la sua dimensione spirituale e insieme limitata, fallibile. Ogni volta infatti che fa la sua comparsa, il rimpianto ricorda che non siamo semplicemente frutto delle circostanze, ma che possiamo rileggerle a distanza, immaginando modalità differenti di viverle. Per questo esso è stato definito «l’emozione delle possibilità, delle aspirazioni»[2]. Il rimpianto infatti mette in guardia dal fatalismo e dalla rassegnazione; la sua voce, per quanto sgradevole, ricorda che ci sono altre strade praticabili, ma che hanno un costo. Esso è un esperto di possibilità e nemico del determinismo, dell’indifferenza, del cinismo; ricorda la nostra strutturale libertà nel valutare e nell’agire, sempre esposta al rischio di fallire.
In un mondo perfetto, vissuto in piena armonia con l’ideale e dove il futuro è pienamente prevedibile e pianificabile, non ci sarebbe posto per il rimpianto. Ma questo non sarebbe un mondo umano; ogni situazione della vita smentisce tale pretesa. Come ha notato Søren Kierkegaard: «Si può fare questo o quello; il mio pensiero e il mio consiglio d’amico sono i seguenti. Se fai questo o se fai quello te ne pentirai in ogni caso»[3]. Proprio l’incertezza delle situazioni esistenziali porta a considerare il rimpianto un inutile spreco di energie, fonte soltanto di autocommiserazione che imprigiona la persona nel passato. A che scopo rimuginare sull’accaduto? Non è possibile mettere indietro l’orologio e ritornare sul «luogo del delitto»; e anche in tal caso sorgerebbero comunque eventi spiacevoli
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