Martin Scorsese è noto per aver popolato il suo cinema di personaggi moralmente ambigui, spesso criminali o antieroi, che affrontano complesse lotte interiori tra il bene e il male. Tale ambiguità morale riecheggia in chiave secolare la lotta interiore di Cristo, narrata in L’ultima tentazione di Cristo (1988), film in cui il regista affronta apertamente il conflitto spirituale tra la vocazione divina e il desiderio umano. Scorsese, cresciuto in un ambiente cattolico, ha più volte dichiarato che la sua vita è stata sempre divisa tra il cinema e la religione. Non sorprende, dunque, che nei suoi film emerga una sorta di teologia cinematografica implicita: i protagonisti scorsesiani vivono dilemmi etici irrisolti, tentazioni e sensi di colpa che richiamano temi religiosi – peccato, redenzione, grazia – senza offrire allo spettatore facili soluzioni.
In questo articolo esamineremo come la dimensione morale dei personaggi di Scorsese sia strutturalmente connessa alla dinamica della tentazione e del discernimento tra bene e male: dinamica spesso senza una risoluzione definitiva. Il confronto chiave sarà con la lotta interiore di Gesù in L’ultima tentazione di Cristo, mettendo in relazione quel conflitto spirituale con l’ambiguità etica presente nei protagonisti di film come Taxi Driver, Silence, Killers of the Flower Moon, Raging Bull (Toro scatenato), The Irishman, Goodfellas (Quei bravi ragazzi), Cape Fear. Le riflessioni che seguono sono maturate da una serie di conversazioni con il regista medesimo[1].
Le radici spirituali nel cinema di Scorsese
Fin dagli esordi, Scorsese ha attinto alla propria formazione cattolica per arricchire il sottotesto dei suoi film. Nato nel 1942 da famiglia italoamericana, da ragazzo egli prese in considerazione perfino il sacerdozio prima di dedicarsi al cinema. Questo sfondo ha forgiato quella che i critici definiscono «la sua immaginazione cattolica», un modo di vedere il mondo che intride di spiritualità anche le storie più violente o profane. Nei film di Scorsese, infatti, dettagli visivi e simboli materiali alludono spesso a una realtà spirituale sottesa alla superficie del racconto. Ad esempio, il simbolo della croce ricorre in gran parte della sua filmografia, a volte in forme inaspettate: crocifissi appesi alle pareti o al collo dei personaggi; cadaveri posizionati in posa cristologica; persino tatuaggi, come la grande croce sulla schiena del criminale Max Cady in Cape Fear (che certamente deve la sua ispirazione al racconto La schiena di Parker, di Flannery O’Connor). Scorsese stesso ha osservato che queste immagini esprimono un senso di colpa e un anelito di
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