In occasione del Te Deum di fine anno 2018 papa Francesco ha invitato a riflettere con dolore e pentimento su perché «tanti uomini e donne hanno vissuto e vivono in condizioni di schiavitù, indegne di persone umane»[1]. Parole che spronano alla conversione del cuore, come tante altre che papa Bergoglio ha pronunciato in diverse occasioni sullo stesso argomento. Nell’udirle, la mente si rivolge alle immagini di un film nel quale la schiavitù è stata descritta, nelle sue forme antiche e in quelle moderne, con straordinaria forza espressiva.
Il futuro tra incubo e utopia
Sono passati più di novant’anni da quando, tra il 1925 e il 1926, il grande regista tedesco Fritz Lang e la scrittrice Thea von Harbou – allora sua moglie, che collaborava con lui in qualità di sceneggiatrice – lavoravano alacremente alla realizzazione di Metropolis, un film che avrebbe segnato una tappa importante nell’evoluzione dell’arte cinematografica. L’anno precedente Lang aveva fatto un viaggio negli Stati Uniti in compagnia di Erich Pommer, capo della Ufa, la casa di produzione germanica impegnata in operazioni di prestigio internazionale. In seguito, egli affermò che la prima visione notturna dei grattacieli di New York all’entrata del piroscafo nel porto e il vagare per le strade di Manhattan il giorno successivo gli avevano suggerito l’idea del film.
Nell’ottobre del 1923 era stato soffocato ad Amburgo l’ultimo sollevamento popolare del dopoguerra. Il pericolo della rivoluzione comunista è vissuto in Germania come un pretesto valido per instaurare un regime autoritario e, nell’attesa, sabotare la neonata Repubblica. La stabilizzazione del marco e dell’economia alla fine del 1923 è indice della ricchezza del Paese, mentre si accentua il divario economico fra lavoratori e possidenti. La storia di Metropolisè ancorata all’attualità immediata, ma nel contempo rappresenta l’incubo di un futuro che si annuncia turbolento e minaccioso.
La soluzione proposta dal film si affida a un ottimismo che, alla luce di quanto sta per accadere in Germania, non può apparire che superficiale, se non addirittura fuorviante. «Ho amato questo film mentre lo facevo – ha detto Lang –. In seguito l’ho detestato». Metropolis ha subìto ampie mutilazioni fin dal suo apparire. Un quarto del metraggio originario era andato perduto. I tentativi di restauro, avviati a più riprese, hanno dato risultati insoddisfacenti, finché il fortunato ritrovamento di una vecchia copia a 16 millimetri nel fondo di un magazzino di pellicole, avvenuto a Buenos Aires nel 2010, ha consentito una ricostruzione quasi completa del
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