rubli

LE CONSEGUENZE ECONOMICHE DELLA GUERRA DI PUTIN

Quaderno 4125

pag. 239 - 253

Anno 2022

Volume II

7 Maggio 2022

Questo articolo affronta le problematiche connesse alle sanzioni che gli Stati Uniti, insieme all’Unione europea, al Regno Unito, al Canada, all’Australia, al Giappone e ad alcuni altri Paesi, hanno imposto alla Russia per rappresaglia contro l’invasione dell’Ucraina. Si evidenzierà come la decisione presa da Vladimir Putin rischi di far precipitare la Russia nell’isolazionismo e in una dinamica di impoverimento che potrebbe farla retrocedere ai miseri livelli in cui si trovava trent’anni fa, alla fine dell’Unione Sovietica. Cercheremo inoltre di percepire quale ordine geopolitico stia emergendo e di valutare tutti questi argomenti nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa[1].

Siamo davanti a due guerre disuguali

Dopo oltre due mesi di ferrea resistenza dell’Ucraina, è sempre meno sorprendente la constatazione che quel Paese sta riuscendo a resistere validamente e ha fatto fallire la prospettiva di un’invasione rapida da parte dei russi. L’estinta Unione Sovietica, governata da Leonid Breznev, trovò nell’Afghanistan il suo Vietnam. La Federazione russa sotto Putin sembra aver ripetuto l’errore nell’invadere l’ex Repubblica sovietica più significativa.

Il potenziale militare dei due Paesi avversari sul terreno è manifestamente impari, con un impressionante squilibrio a favore della Russia. Entrambi gli eserciti derivano dall’Armata rossa dell’Unione Sovietica e ne hanno ereditato gli arsenali, la struttura e le tattiche. Ma l’Ucraina ha dovuto consegnare alla Russia le armi nuclea­ri che aveva in dotazione, come pure è stato il Cremlino a voler appropriarsi del porto di Sebastopoli, in Crimea, dopo la divisione della flotta. Quello russo sembra essere oggi un esercito moderno, agile, mobile: dalla Guerra fredda a questa parte si è concentrato in grande misura sui sistemi di attacco a lunga gittata. Entrambi i contendenti hanno forze terrestri potenti, ma le truppe di Mosca dispongono di mezzi più numerosi e moderni di quelli di Kiev[2]. Secondo dati proposti da Janes Intara[3], uno tra i più importanti media specialistici nel settore della difesa, questi sono i rapporti di forze tra i due Paesi: bilancio (in miliardi di dollari): Ucraina 4,1, Russia 45,3; soldati (attivi, senza conteggiare i riservisti): Ucraina 219.000, Russia 840.000; aerei da combattimento: Ucraina 170, Russia 1.212; elicotteri da attacco: Ucraina 170, Russia 997; carri armati: Ucraina 1.302, Russia 3.601; artiglieria semovente e batterie antiaeree: Ucraina 2.555, Russia 5.613. La sproporzione delle forze militari è così evidente da aver indotto a pensare che per i russi l’invasione sarebbe stata una Blietzkrieg, una guerra lampo, un’offensiva breve e travolgente, nello spazio massimo di una settimana. Si ricordi che l’invasione nazista dell’Unione Sovietica cominciò il 22 giugno 1941, e il 30 dello stesso mese la Wehrmacht aveva già preso Kiev.

Quanto al potere economico, l’Ucraina è il secondo Stato più esteso d’Europa, con 603.628 kmq di territorio, inferiore soltanto alla Russia, e un anno fa contava su 41,4 milioni di abitanti, con un tenore di vita modesto rispondente al Pil, 57° nella classifica dei Paesi[4]. La Russia ha una superficie di 17.098.250 kmq ed è il Paese più grande del mondo; la sua popolazione ammonta a 146.171.000 abitanti. Sorprendentemente, la sua potenza economica non corrisponde alle premesse. Il suo Pil in cifre è di 1,7 migliaia di miliardi di dollari, poco superiore a quello della Spagna, ed equivale al 10% della produzione della Ue. Nel ranking mondiale del reddito pro capite annuo, con 8.846 euro la Russia nel 2020 si collocava al 67° posto[5]. Stando così le cose, si può ritenere che una guerra prolungata comporterà per la Russia un costo assai significativo. Il rapporto tra Pil e spese militari russe ha la percentuale più alta del mondo (5%); di conseguenza, la Federazione dedica agli investimenti produttivi meno di quanto dovrebbe, compromettendo così la propria crescita economica. È costretta a importare i due terzi del fabbisogno interno di prodotti manifatturieri, finanziandoli con il gas e il greggio, che costituiscono l’80% delle sue esportazioni. Il grande fallimento, in quest’ultimo ventennio sta nel non essere riuscita a ridurre la dipendenza della sua economia dal petrolio e dal gas. Alla potenza militare, dunque, non fa riscontro quella economica. Anche in questo la Russia è fedele erede dell’Unione Sovietica, capace di spedire nello spazio i suoi artefatti e, al tempo stesso, incapace di rifornire gli scaffali dei supermercati[6].

Definire la Russia un gigante con i piedi di argilla può essere un’esagerazione. Ma, di fatto, questo colosso, il cui territorio attraversa 11 fusi orari del Pianeta, trova assai più arduo del previsto fare un boccone del proprio vicino, l’Ucraina, che al paragone è molto più piccolo. In effetti, la resistenza ucraina sta sorprendendo tutti, ma soprattutto l’esercito russo. Si ripeterà la storia di Davide e Golia? La Russia resterà impantanata nella sua guerra di espansione? Il pericolo risiede nell’eventualità che, messo con le spalle al muro dal rallentamento dell’invasione, Putin perda le staffe, raddoppi l’escalation bellica e conduca il mondo in una via senza uscita. Può succedere di tutto, ma di certo, dopo quanto è accaduto, è già ben vero la Russia ha alterato radicalmente il mondo.

Un elemento decisivo sta nel fatto che Davide può contare su un appoggio formidabile, dal momento che dietro l’Ucraina oggi sono schierate l’economia dell’Occidente e la solidarietà di molti Paesi. Putin ha indotto le grandi economie occidentali, insieme al Giappone e ad altri Paesi asiatici, a coalizzarsi e a dichiarargli una guerra economico-finanziaria senza precedenti nella storia. Questo secondo conflitto non è meno sproporzionato del primo.

Le finanze: un’arma da guerra

A John Maynard Keynes piaceva ripetere la considerazione, attribuita a Vladimir Il’ič Lenin, secondo cui la maniera più sottile e sicura per minare alla base una società starebbe nel corromperne la moneta[7]. Chissà che il presagio non si concretizzi proprio nella patria di Lenin, a danno del rublo, in seguito alle rappresaglie scatenate contro Putin e il suo governo per l’invasione dell’Ucraina[8].

La risposta dell’Occidente – in particolare, quella europea – è stata durissima: ha adottato un pacchetto di sanzioni straordinarie. Le più sonore e dannose sono l’espulsione della Federazione russa dal sistema Swift e il congelamento delle riserve estere della sua Banca centrale. Le rappresaglie occidentali sono le più aspre mai imposte contro uno Stato delle dimensioni e della potenza della Russia. In meno di tre settimane, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno isolato le principali banche russe dal sistema finanziario globale; hanno bloccato l’esportazione dei componenti ad alta tecnologia, all’unisono con gli alleati asiatici; si sono impossessati dei patrimoni esteri di centinaia di ricchi oligarchi russi; hanno revocato i trattati commerciali con Mosca; hanno precluso alle aerolinee russe lo spazio aereo del Nord Atlantico; hanno ridotto le vendite del petrolio russo agli Stati Uniti e al Regno Unito; hanno bloccato ogni investimento straniero nell’economia russa; hanno congelato 403.000 milioni di dollari sui 630.000 in riserve straniere della Banca centrale russa.

Iniziative che non hanno precedenti e che fino a qualche settimana prima sarebbero parse inimmaginabili perfino alla maggior parte degli esperti, con un effetto devastante sul valore della moneta russa. Lo abbiamo visto subito dopo l’annuncio delle prime sanzioni, quando il rublo è sceso, in un giorno, di quasi il 30%. Esso non viene più quotato in Occidente, e la Russia si è vista obbligata a raddoppiare i tassi di interesse, alzandoli dal 9,5 al 20%, nonché a pretendere che l’Europa le paghi il gas in rubli[9]. Tutto ciò ha stretto l’economia russa, la sua moneta e le sue riserve in una camicia di forza asfissiante. La dodicesima economia più grande del mondo si è ritrovata sganciata dalla globalizzazione del XXI secolo[10]. Con una campagna senza precedenti, l’Occidente vuole assetare la Russia, ovvero un’economia del G20 che possiede un forte settore di idrocarburi, un grande complesso militare-industriale e un diversificato paniere di esportazioni di materie prime. Le sanzioni, per entità e per destinatario, alterano l’ordine globale. E hanno un grave limite, un effetto boomerang: infatti, allo stesso tempo impediscono il commercio reale o finanziario delle banche del resto del mondo con la loro controparte russa. È chiaro che esse comporteranno un costo anche per chi le impone, tradotto nell’inflazione provocata dalle interruzioni nelle catene distributive e dal forte aumento del prezzo dell’energia e degli alimenti. Tuttavia in Occidente si avverte un sostanziale consenso: è un prezzo che va pagato, perché sono in gioco i nostri valori e il nostro futuro comune.

Sanzioni come armi di distruzione di massa?

Le sanzioni commerciali hanno una lunga storia. L’Occidente si è avvalso di misure simili contro Cuba, Iran, Iraq, Siria, Corea del Nord, Venezuela e Afghanistan. In ogni caso, quelle sanzioni hanno danneggiato i cittadini dei Paesi contro cui venivano applicate, ma hanno mostrato di incidere in maniera molto esigua sulla limitazione del potere dei loro leader politici, o sul loro comportamento. Inoltre, tali sanzioni colpivano economie modeste, sicché qualsia­si significativo effetto avverso era contenuto nella misura in cui il grado di integrazione dei Paesi sanzionati nell’economia mondiale era relativamente scarso. Soltanto l’applicazione delle sanzioni statunitensi contro l’Iran aveva richiesto un’attenzione speciale, per evitare che si ripercuotessero sul mercato petrolifero.

Si è sempre ritenuto che le sanzioni abbiano la possibilità di raggiungere lo scopo prefissato nella misura della loro durezza. Di fatto quelle attuali potrebbero arrecare gravi conseguenze politiche e materiali. In proposito, Biden ha ammonito Putin nel suo discorso sullo stato dell’Unione: «Non ha idea di che cosa sta per succedere»[11].

Il trauma immediato per l’economia russa è l’aspetto più ovvio. Per quest’anno si stima una contrazione almeno tra il 10 e il 12,5% del Pil, ma il danno potrebbe essere molto peggiore[12]. Dall’inizio di gen­naio il rublo è andato a picco, perdendo oltre la metà del suo valore sul dollaro. Sta avvenendo un esodo di professionisti russi qualificati, mentre è diminuita drasticamente la capacità di importare beni di consumo e tecnologie pregiate.

L’impatto delle sanzioni va oltre le decisioni prese dal G7 e dai governi dell’Ue. Quelle decisioni ufficiali hanno avuto un effetto catalizzante sulle imprese multinazionali che operano in Russia. In pratica, dalla notte alla mattina, l’imminente isolamento della Russia ha messo in movimento una massiccia fuga di aziende. Operando un vero e proprio boicottaggio del settore privato, centinaia di importanti imprese occidentali, afferenti a distretti quali tecnologia, petrolio e gas, aerospaziale, automobilistico, manifatturiero, beni di consumo, alimenti e bevande, contabilità e finanza e trasporti, si stanno ritirando dal Paese. Ed è interessante che in molti casi questa fuga non è conseguenza diretta delle sanzioni. A causarla è piuttosto la condanna morale, la preoccupazione per la reputazione e il panico. Ne risulta che il passo indietro delle imprese sta accentuando lo shock economico russo, moltiplicando gli effetti negativi indotti dalla grande coalizione avversaria sul piano politico.

In confronto ai bombardamenti indiscriminati della Russia, le rappresaglie occidentali non uccideranno innocenti, non ridurranno in macerie intere città, non getteranno nel panico, e tuttavia gli effetti di queste armi economiche non vanno sottostimati. Anche le sanzioni, quando vengono dispiegate a tutto campo, sono armi che distruggono. Non lasciano in rovina gli edifici, ma distruggono imprese, istituzioni finanziarie, mezzi di sussistenza e anche vite. Infliggono sofferenza indiscriminatamente, colpiscono tanto i colpevoli quanto gli innocenti. Le armi economiche senza precedenti adottate contro la Russia saranno indubbiamente dolorose. Se queste rappresaglie economiche non verranno sospese, nella Federazione russa si tradurranno inesorabilmente in un crollo del tenore di vita, nel peggioramento della salute e in più morti[13]. Amiyatosh Purnanandam, dell’Università del Michigan, ha descritto le sanzioni occidentali come «un attacco nucleare non violento contro il sistema economico della Russia»[14].

Ma le ramificazioni delle sanzioni occidentali vanno molto oltre gli effetti che provocheranno direttamente sulla Russia. I prezzi del greggio, del gas naturale, del grano, del rame, del nichel, dell’alluminio, dei fertilizzanti e dell’oro sono saliti alle stelle. Poiché l’esercito russo ha bloccato i porti ucraini e le imprese internazionali stanno respingendo le esportazioni russe di materie prime, attualmente una scarsità di grano e di metalli si ripercuote sull’economia globale. L’effetto dei prezzi dell’energia e dei prodotti essenziali in tutti gli ambiti spingerà verso l’alto l’inflazione mondiale. I Paesi africani e asiatici che dipendono dalle importazioni di alimenti ed energia si trovano già in difficoltà.

Le economie dell’Asia centrale sono state a loro volta artigliate dall’impatto delle sanzioni. Gli ex Stati sovietici sono fortemente connessi all’economia russa attraverso il commercio e la migrazione lavorativa verso la Federazione. L’imminente impoverimento della Russia obbligherà milioni di lavoratori migranti dell’Asia centrale a cercare impiego altrove.

È innegabile che le sanzioni avranno grandi ripercussioni su tutta l’economia mondiale, e impongono una risposta internazionale coordinata. Se questo regime punitivo si protraesse troppo a lungo, potrebbe invertire il processo di globalizzazione che, tutto considerato, ha permesso al mondo di prosperare. Un’economia globale balcanizzata danneggerebbe tutti.

Le effettive conseguenze macroeconomiche e macrofinanziarie delle sanzioni globali sono tuttora ignote. L’unico antecedente plausibile risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando le democrazie cercarono di usare le sanzioni in maniera analoga per arrestare l’aggressione di economie autocratiche di grandi dimensioni, come l’Italia fascista, il Giappone imperiale e la Germania nazista. Lo sfondo cruciale di questi sforzi fu la Grande depressione, che indebolì le economie e infiammò il nazionalismo in tutto il mondo. Quando Benito Mussolini invase l’Etiopia nell’ottobre del 1935, la Società delle nazioni adottò un regime di sanzioni internazionali, applicato da 52 Paesi. Fu un’impressionante risposta unitaria, simile a quella evidenziatasi dopo l’invasione russa dell’Ucraina.

Ma l’isolamento economico dell’Italia fascista limitò la capacità delle democrazie di usare sanzioni contro Adolf Hitler, un aggressore ancora più minaccioso. Poiché l’importante motore della domanda di esportazione delle economie europee più piccole, la Germania era troppo grande perché il suo isolamento non comportasse gravi danni commerciali per tutta l’Europa. I dilemmi sottostanti alla situazione degli anni Trenta mostrano che gli aggressori vanno indubbiamente affrontati, quando turbano l’ordine internazionale. Ma mettono anche in evidenza che la praticabilità delle sanzioni, e la loro possibilità di successo, dipendono sempre dalla situazione economica mondiale. In condizioni commerciali e finanziarie instabili, sarà necessario prepararsi al meglio riguardo a effetti indesiderati di ogni tipo. Applicare sanzioni a economie molto grandi risulterà semplicemente impossibile, se al tempo stesso non si adottano politiche compensatorie per sostenere le economie dei sanzionatori e del resto del mondo.

Gestire le conseguenze

L’amministrazione Biden è consapevole di questo problema. Washington ha cercato di ridurre le tensioni nel mercato petrolifero attuando una parziale riconciliazione con l’Iran e con il Venezuela. Poiché in questo momento intende contrastare l’effetto indiretto delle sanzioni rivolte contro uno Stato petrolifero di prima grandezza, ha dovuto giocoforza alleviare quelle che aveva indirizzato a due Stati petroliferi più piccoli. Ma questa diplomazia petrolifera è insufficiente a compensare la sfida posta dalle misure contro la Russia, che hanno effetti aggravanti sui problemi economici preesistenti. Se è vero che i problemi della catena distributiva e i colli di bottiglia dell’era pandemica nelle reti mondiali di trasporto e produzione erano antecedenti alla guerra in Ucraina, tanto più l’uso inaudito di sanzioni in tali condizioni già problematiche ha peggiorato la situazione.

La gestione delle conseguenze della guerra economica è una sfida soprattutto per l’Ue. Questa, che ha contratto vincoli commerciali ed energetici molto forti con la Russia, nell’ultimo ventennio ha seguìto una strategia di crescita che dipende in grande misura dal commercio e s’incentra sulle esportazioni. Per rendersi indipendente dal fornitore indesiderato, potrebbe dover tornare al carbone e alla discussa energia nucleare. Così facendo, si dovranno differire gli impegni della transizione verso un’economia verde. Un modo per assorbire questo impatto è accrescere gli investimenti nell’energia rinnovabile in tutta l’Ue ed espandere il controllo pubblico nel settore energetico. Ma ciò richiede tempo e obbliga a munirsi di forniture sicure di gas e petrolio da altri produttori.

Ci sono poi le conseguenze che le sanzioni causeranno sull’economia mondiale in generale, specie nel «Sud globale». Si tratta di problemi che comporteranno un’importante sfida macroeconomica. Pertanto, è necessario che il G7, l’Unione europea e i partner asiatici degli Stati Uniti avviino azioni audaci e coordinate per stabilizzare i mercati mondiali.

L’obiettivo è raggiungibile attraverso investimenti specifici volti a eliminare i colli di bottiglia della distribuzione, tramite generose donazioni e prestiti internazionali a Paesi in via di sviluppo che fanno fatica ad assicurarsi forniture adeguate di alimenti ed energia, e fondi governativi destinati ad accrescere la capacità di generare energia rinnovabile. Bisognerà inoltre generare sussidi e a volte adottare il razionamento e un controllo dei prezzi, in modo da proteggere i più poveri dagli effetti distruttivi dell’aumento dei prezzi degli alimenti, dell’energia e delle materie prime.

Un simile intervento statale costituisce il costo da pagare per chi voglia prendere parte a una guerra economica. Non c’è dubbio: è impossibile infliggere danni materiali nella misura in cui si intende farlo nei confronti della Russia, se non verrà cambiata l’impostazione delle politiche internazionali, incrementando l’appoggio economico a chi viene penalizzato dalle sanzioni. Se non verrà protetto il benessere materiale delle famiglie, l’appoggio politico a misure così draconiane non tarderà a sbriciolarsi.

Pertanto i responsabili politici occidentali si trovano di fronte a una seria decisione. Il prolungarsi dell’aggressione induce a intensificare le punizioni contro la Russia. Lo si avverte come una necessità assoluta. Sanzioni più intense infliggeranno danni maggiori anche a chi le decreta, e in generale all’economia mondiale. Non conta quanto l’Occidente sia risoluto e giustificato nell’intenzione di fermare l’aggressione russa: i responsabili politici devono accettare la realtà che un’offensiva economica a tutto campo introdurrà nuove e considerevoli tensioni nell’economia mondiale. L’intensificarsi delle sanzioni causerà una cascata di traumi materiali, che a loro volta richiederanno sforzi di stabilizzazione di vasta portata. E perfino se verranno adottate misure di contrasto su vasta scala, il danno economico potrà essere grave, e i rischi di una escalation strategica resteranno alti. Per tutte queste ragioni, tra gli strumenti per porre fine al conflitto restano vitali le vie diplomatiche ed economiche. Quali che siano gli esiti della guerra, l’offensiva economica contro la Russia ha manifestato un’altra realtà importante: non ci troviamo in una situazione di sanzioni senza costi, senza rischi e con andamenti prevedibili[15].

L’Occidente non deve dimenticare la grande lezione del 1918

A questo proposito, è utile ricordare la lezione di Keynes, grande maestro della persuasione. Egli sostenne che le pesanti riparazioni di guerra imposte alla Germania dai Paesi vincitori nel 1918 avrebbero portato l’economia tedesca alla rovina, creando una sete di vendetta nazionalista, e che avrebbero finito per rivelarsi un castigo autolesionistico. La storia gli ha dato ragione, dal momento che di lì a poco sorse la Germania nazista.

Le sanzioni contro la Russia di certo ne impoveriranno la classe media emergente. Se l’obiettivo è abbattere Putin, la storia suggerisce che questo è un evento poco probabile nel corto periodo. La sua posizione potrebbe finanche rafforzarsi, qualora il popolo russo scegliesse di serrare le file nazionalisticamente, come fece quello tedesco dopo la Prima guerra mondiale.

È chiaro che queste armi economiche, possibili grazie all’integrazione mondiale, hanno permesso di eludere un sistema di governance mondiale paralizzato, riuscendo, in modo efficace – ossia doloroso – ma civile, a rispondere all’aggressione e alla barbarie.

Non sembra che usare il commercio come arma da guerra metterà fine al conflitto. I leader occidentali devono riconoscerlo e raddoppiare gli sforzi diplomatici. Quale via di uscita per entrambe le parti in conflitto? Una domanda che ci si pone in Occidente verte sul perché la Russia abbia invaso l’Ucraina. C’è dietro qualcosa di più delle mere ambizioni territoriali del Cremlino[16]? Di sicuro all’escalation del conflitto ha contribuito un errore di calcolo commesso da entrambe le parti. L’Ucraina credeva che sarebbe potuta diventare membro della Nato e dell’Ue in tempi brevi, e che quindi avrebbe potuto contare sull’appoggio militare dell’Alleanza; d’altra parte, la Russia, basandosi sull’incruenta annessione della Crimea nel 2014, ha sottostimato la resistenza ucraina. In questo momento, sembra impossibile trovare un terreno d’intesa. Eppure una soluzione negoziata resta l’unica via per scongiurare un disastro nel lungo periodo, che destabilizzerebbe l’intera regione, se non tutto il mondo.

La Russia ha cambiato il mondo

La violazione della sovranità dell’Ucraina perpetrata dalla Russia segna la fine dell’ordine successivo alla Guerra fredda[17]. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica era subentrata l’unipolarità statunitense, ma gli ultimi 15 anni sono stati caratterizzati dalla rinascita della Russia, dall’ascesa della Cina e dall’erosione dell’egemonia degli Usa. L’invasione russa dell’Ucraina è una palese sfida al ruolo di «polizia globale» che gli Stati Uniti si sono attribuiti e suggerisce che il mondo diventerà molto più instabile e pericoloso.

Questa guerra potrebbe rafforzare l’alleanza strategica della Russia con la Cina, accentuare la polarizzazione globale e piantare l’ultimo chiodo sulla tomba del multilateralismo. Isolata dal sistema politico, economico e finanziario internazionale, la Russia può guardare soltanto verso Est. Nei Giochi olimpici invernali di Pechino, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, i presidenti Xi Jinping e Putin avevano dichiarato che la loro alleanza «non avrebbe avuto limiti» e sarebbe stata «superiore alle alleanze politiche e militari della Guerra fredda».

La Russia, provocando una rottura decisiva con l’Occidente, ha scatenato la divisione del mondo in due poli rivali: Cina e Stati Uniti. L’Ue, tenendo presenti la sua storia e la sua economia, può soltanto essere un alleato attivo di Washington. La guerra in Ucraina le conferma che dev’essere essa stessa, e non gli Usa o la Russia, a influire su quanto accade nel suo continente. Gli Stati Uniti resteranno di gran lunga il Paese dominante della Nato, ma è probabile che nei prossimi anni l’equilibrio cambi, poiché le potenze europee, guidate da Francia e Germania, si prenderanno maggiore cura dei loro interessi. L’invasione russa dell’Ucraina ha provocato nelle potenze Nato una dimostrazione di unità senza precedenti.

A tutt’oggi osserviamo che gli Stati Uniti si sono riproposti come «poliziotti globali», utilizzando la loro potenza economica più che quella militare; che la Germania si sta riarmando; che a sua volta alla Cina, che si sta consolidando nel sistema globale, l’inevitabile caduta della Russia sta confermando la necessità di distanziarsi dall’Occidente[18]. Tutto ciò ridefinisce la globalizzazione. Il mondo si disconnette[19]. Nel lungo periodo ciò comprometterà la crescita globale. Inoltre, il processo di transizione è inflazionario, con la rilocalizzazione di luoghi più a buon mercato, catene distributive più individualizzate e duplicate, e meno scambi della tecnologia migliore.

Riflessioni finali

William Shakespeare, in Romeo e Giulietta, ha scritto che la clemenza sarebbe assassina se perdonasse gli assassini, e che si può fare molto con l’odio, ma ancora di più con l’amore. L’aggressione va fermata, la pace va raggiunta. Si deve giungere a un accordo. Come nei Balcani e prima già nella Seconda guerra mondiale, andranno giudicati i crimini di guerra già evidenziati. Miguel de Cervantes, che è stato un soldato, ha scritto che la guerra ha le sue leggi ed è soggetta ad esse. Dal momento che detestava l’invenzione della polvere da sparo, che uccide da vile distanza, cosa direbbe oggi di quei mostri missilistici lanciati da lontano, capaci di distruggere interi villaggi?

La Russia vincerà o perderà la sua guerra d’invasione, ma di sicuro perderà il dopoguerra. La situazione creatasi sembra irreversibile. Ripudiata dall’Occidente, nelle mani della Cina, la Russia compromette l’energia e gli alimenti del resto del mondo. Il castigo dell’economia e della società russe, isolate e assetate, sarà duraturo? Non parliamo di sanzioni sopportabili che il punito e il punitore possano addossarsi, ma di una crudele guerra economica. Pertanto l’uscita da questo conflitto deve tener conto anche del loro destino futuro.

Nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa, al n. 507, leggiamo: «Le sanzioni, nelle forme previste dall’ordinamento internazionale contemporaneo, mirano a correggere il comportamento del governo di un Paese che viola le regole della pacifica ed ordinata convivenza internazionale o che mette in pratica gravi forme di oppressione nei confronti della popolazione. Le finalità delle sanzioni devono essere precisate in modo inequivocabile e le misure adottate devono essere periodicamente verificate dagli organismi competenti della Comunità internazionale, per un’obiettiva valutazione della loro efficacia e del loro reale impatto sulla popolazione civile. Il vero scopo di tali misure è quello di aprire la strada alle trattative e al dialogo. Le sanzioni non devono mai costituire uno strumento di punizione diretto contro un’intera popolazione: non è lecito che per le sanzioni abbiano a soffrire intere popolazioni e specialmente i loro membri più vulnerabili. Le sanzioni economiche, in particolare, sono uno strumento da utilizzare con grande ponderazione e da sottoporre a rigidi criteri giuridici ed etici. L’ embargo economico deve essere limitato nel tempo e non può essere giustificato quando gli effetti che produce si rivelano indiscriminati».

È scoccata l’ora di politici animati da alte finalità umanitarie, che vadano oltre la passione della vendetta, che operino a favore di tutti coloro che in questo mondo vengono colpiti: ucraini, europei, russi e quanti abitano nei Paesi meno sviluppati.

Nella Bibbia leggiamo che «benefica sé stesso chi è buono, il crudele invece tormenta la sua carne» (Pr 11,17).

De Cervantes scrisse nel Don Chisciotte della Mancia: «La pace è il maggior bene che gli uomini possono desiderare in questa vita. E perciò la prima buona novella che ebbe il mondo ed ebbero gli uomini fu quella che ad essi diedero gli angeli la notte che fu il nostro giorno, quando cantarono in cielo: “Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”» (I, 37)[20]. Ma la pace non si ottiene veramente e durevolmente se non si giudica con magnanimità. Questo spiega alcuni consigli di Don Chisciotte rivolti a Sancio per governare l’isola Barattaria: «Non far gravare tutto il rigore della legge sul reo, poiché la fama del giudice severo non è migliore di quella del giudice compassionevole. Se per caso tu dovessi far piegare la bacchetta della giustizia, non sia per il peso del dono, ma per quello della misericordia» (II, 42)[21]. E c’è anche  un suggerimento che vale per tutti noi, creati a immagine e somiglianza di Dio: «Sebbene gli attributi di Dio siano tutti uguali, ai nostri occhi risplende e risalta di più quello della misericordia che quello della giustizia» (II, 42)[22].

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[1].     Il titolo di questo articolo si ispira a due opere di J. M. Keynes: Le conseguenze economiche della pace (1919) e Le conseguenze economiche di Winston Churchill (1925). Nella prima, egli affrontò le sanzioni imposte nel 1918 alla Germania, dopo la disfatta: le definiva equivalenti a quelle che Roma aveva inflitto a Cartagine. Nella seconda, egli analizzò il colossale sbaglio commesso da Churchill nel decidere di riagganciare la sterlina alla parità con l’oro: una delle scelte più sbagliate nella lunga e impressionante storia degli errori economici.

[2].     Cfr C. Rengel, «La comparación entre los Ejércitos de Rusia y Ucrania», in Huffpost (www.huffingtonpost.es/entry/la-comparacion-entre-los-ejercitos-de-rusia-y-ucrania_es_621763fae4b06e1cc58ac7e7), 24 febbraio 2022.

[3].     Cfr «Using Janes Intara to build a common intelligence picture: Russian Build up on the Ukrainian border», in www.janes.com/intelligence-resources/case-s­tudies/Janes-Intara-common-intelligence-picture-Russia-Ukraine.

[4].     Cfr International Monetary Fund, «World Economic Outlook. Recovery during a Pandemic», 21 ottobre 2021.

[5].     Cfr «Rusia: Economía y demografía», in Expansión / Datosmacro.com
(datosmacro.expansion.com/paises/rusia).

[6].     Cfr D. Yergin, The New Map: Energy, Climate, and Clash of Nations, London, Penguin Books, 2021, 73.

[7].     Cfr F. W. Fetter, «Lenin, Keynes and Inflation», in Economica 44 (1977) 77-80.

[8].     Cfr P. Cohen – J. Smialek, «Occidente ataca al rublo, uno de los puntos débiles de Putin», in The New York Times (www.nytimes.com/es/2022/02/28/espanol/­rusia-ucrania-sanciones-rublo.html), 28 febbraio 2022.

[9]  .   Cfr A. Mihailov, «Why paying in roubles for Russian gas and oil might matter», in VoxEU (voxeu.org/article/why-paying-roubles-russian-gas-and-oil-might-matter), 29 marzo 2022 .

[10].    Cfr N. Mulder, «The Toll of Economic War. How Sanctions on Russia Will Upend the Global Order», in Foreign Affairs (www.foreignaffairs.com/articles/­united-states/2022-03-22/toll-economic-war), 22 marzo 2022; cfr anche Id., The Economic Weapon: The Rise of Sanctions as a Tool of Modern War, New Haven, Yale University Press, 2022.

[11].    «“No tiene idea de lo que viene”: cómo Biden lanzó la mayor advertencia de un líder de EE.UU. a uno de Rusia desde el fin de la Guerra Fría», in BBC News  Mundo (https://tinyurl.com/22zrkvx9), 2 marzo 2022.

[12].    Cfr «Russia: Goldman stima calo Pil 2022 del 10%, Barclays del 12,4%», in La Stampa (www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/teleborsa/finanza/russia-goldman-stima-calo-pil-2022-del-10-barclays-del-124-77_2022-03-21_TLB.html?lang=it), 21 marzo 2022.

[13].    Cfr R. G. Rajan, «Armi economiche di distruzione di massa», in Project  Syn-
dicate
(www.project-syndicate.org/commentary/economic-wmds-and-the-risk-of-deglobalization-by-raghuram-rajan-2022-03/italian?barrier=accesspaylog), 17 marzo 2022.

[14].    B. Needham, «Financial Sanctions Against Russia Will Create Wide-Ranging Impact, Michigan Ross Expert Says», in https://michiganross.umich.edu/news/financial-sanctions-against-russia/, 3 marzo 2022.

[15].    Cfr A. O. Krueger, «How to Use Economic Sanctions Wisely», in Project Syndacate, 24 marzo 2022.

[16].    Cfr J. Gray, «The Western mind no longer understands Putin», in The New Statesman (www.newstatesman.com/international-politics/geopolitics/­2022/03/the-new-age-of-disorder), 17 marzo 2022.

[17].    Cfr «Ten ways the war in Ukraine will change the world», in Economist Intelligence-Eiu (www.eiu.com/n/campaigns/ten-ways-the-war-in-ukraine-will-change-the-world).

[18].    Cfr H. Malik, «US, Europe, China: A Tripolar World hastened by the Russia-Ukraine War», in Tellimer (tellimer.com/article/us-europe-china-a-tripolar-­world-hastened-by), 26 marzo 2022.

[19].    Cfr C. Asilis, «La guerra en Ucraina traerà una nueva era de globalización», in CNN (https://cnnespanol.cnn.com/video/globalizacion-guerra-ucraina-rusia-dinero-serbia-cnn).

[20].    M. de Cervantes Saavedra, Don Chisciotte della Mancia, Milano, Garzanti, vol. 1, 2000, 330.

[21].    Ivi, vol. 2, 726.

[22].    Ivi, 727.

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