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LA TERRA GRIDA

Intervista a Bruno Latour

Quaderno 4125

pag. 295 - 303

Anno 2022

Volume II

7 Maggio 2022
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Bruno Latour, filosofo, sociologo, antropologo, è professore emerito dell’Università Sciences Po a Parigi. Tradotto in una trentina di lingue, è certamente l’autore francofono contemporaneo più letto al mondo. I suoi lavori sulla crisi climatica lo hanno reso una figura di rilievo mondiale sulla questione ecologica, «il pensatore che ispira il pianeta», come titolava la copertina del settimanale L’ Obs lo scorso anno.

Vive vicino all’Odéon, nel cuore del Quartiere Latino. Da lì risponde alle domande di questa conversazione, piena di quella saggia speranza che nasce dalla frequentazione di questioni importanti. Un modo per sintetizzare quasi 50 anni di ricerca, insegnamento, pubblicazioni e impegno al servizio del sapere. Uno sguardo condiviso al tramonto della vita.

 

In diverse occasioni lei ha elogiato, in articoli o conferenze, il carattere profetico della «Laudato si’» (LS). In che modo questo testo di papa Francesco ha assunto importanza nella sua attività di ricercatore?

Sono stato subito molto colpito dal testo della Laudato si’. L’enciclica è stata resa pubblica lo stesso anno dell’uscita del mio libro Face à Gaïa[1], troppo tardi perché potessi tenerne conto. Da parte mia, cercavo di cogliere quella che chiamo «una mutazione cosmologica», che è anche una mutazione nei rapporti tra materialità, spiritualità, politica ecc.; tutto ciò che rimette in discussione il cambiamento delle nozioni di «mondo» e «natura» a beneficio della Terra. Sono rimasto stupito, leggendo la Laudato si’, nel vedere come la dimensione profetica ed escatologica della nuova situazione si trovasse espressa in modo magnifico e del tutto esplicito nel testo di papa Francesco. In esso vi sono affermazioni storiche, non lontane dalla Cop21 dell’epoca.

Questa apertura profetica ed escatologica su questioni a cui avevo un po’ disperato di interessare i cattolici mi ha profondamente scosso. Su tutta una serie di argomenti l’enciclica offriva un’opportunità insperata di far intendere questioni molto importanti di teologia e di comunicazione. Fino a quel momento, la riflessione sulla Natura degli ultimi tre secoli aveva ignorato i temi di spiritualità cristiana che la nuova situazione ecologica imponeva. Questo mi ha appassionato. Il testo interessava i miei amici ecologisti, gli scienziati delle cosiddette «scienze naturali», in un modo che chiaramente apriva un nuovo dialogo, divenuto impossibile forse a partire dal XVII secolo.

 

Che cosa, nel testo, è in sintonia con l’emergenza della nuova situazione cosmologica?

Tecnicamente, il punto fondamentale è quello della nuova comprensione dei viventi. Collegando il grido della Terra e il grido dei poveri, il Papa da un lato stabilisce un legame tra ecologia e ingiustizia, e dall’altro prende atto del fatto che la Terra, in qualche modo, potremmo dire, si emoziona, può agire e soffrire: «Un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (LS 49).

L’enciclica riesce a restituire una dimensione cosmologica a temi che fino a oggi, dal punto di vista di un cristiano, all’interno o all’esterno della Chiesa cattolica, erano trattati sul piano morale. Mi ha sempre colpito la totale assenza del cosmo nella teologia moderna. Si era persa, in generale, la dimensione cosmologica. Improvvisamente, con la crisi ecologica, il cosmo s’impone con un’intensità straordinaria, ai cristiani come a tutti gli altri.

Allo stesso tempo – seconda rivoluzione del tutto straordinaria – le cosiddette «questioni sociali», la povertà ecc. vengono riformulate dal Papa in relazione a questa riappropriazione di quelle cosmologiche. Un collegamento che non ha precedenti nella «metafisica ufficiale», in cui la Terra non dovrebbe essere qualcosa che grida, né i poveri che si lamentano della propria condizione dovrebbero essere in connessione con questo grido della Terra.

Quindi, c’è in questo uno shock, un’audacia di trasformazione che per me significava che stiamo cambiando cosmologia, ossia la concezione del mondo.

 

Lei invoca un «Parlamento delle cose». Faccio il collegamento con il grido dei poveri, che è anche il grido della Terra. Essi sono i portavoce del mondo. «Fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che “geme e soffre le doglie del parto (Rm 8,22)» (LS 2).

La ricosmologizzazione reintroduce un interesse per le scienze, elimina una spina nel fianco che la Chiesa si tiene da tre secoli: quella di non sapere mai esattamente come porsi in relazione alle scienze naturali. Questa è la parte che mi sembra più innovativa per le scienze della Terra. L’impatto di queste nuove discipline cambia molte cose: esse aprono tutta una serie di possibilità, permettono di parlare del fatto che le scienze non provengono più da ciò che in inglese si chiama the view from nowhere, che definisce in modo egemonico un quadro materiale, al quale poi eventualmente aggiungere, se necessario, l’elemento spirituale, estetico, morale ecc. Improvvisamente, la nozione stessa di materialità è cambiata, e questo permette delle risonanze. Misteriosamente, il Papa si è lasciato trasportare in questa cosmologia diversa che permette di constatare che il grido dei poveri e il grido della Terra sono congiunti.

 

Molti cattolici sembrano faticare a capire: come può la Terra gridare?

È una bella metafora, non è costitutiva, non è ontologica. Ma si scopre che dalla prospettiva di ciò che chiamo la «seconda rivoluzione scientifica» ha molto senso. Perché gli esseri che compongono la Terra hanno ciascuno il proprio potere di azione, in quanto hanno creato, con i loro effetti involontari, la minuscola superficie del Pianeta dove risiedono tutti i viventi. E questa azione che si estende per miliardi di anni – lo scopriamo ora bruscamente – provoca reazioni brutali alle nostre attività umane e in un lasso di tempo molto breve. La lunga storia della Terra e la breve storia delle società umane entrano in risonanza e in conflitto. Questa reazione della Terra comporta un cambiamento in un quadro cosmologico che dal XVII secolo era chiuso, nonostante tutte le rivoluzioni all’interno della storia della scienza.

Quindi, questo testo è un’illuminazione. Non che faccia della metafisica, ma si è inserito in una nuova situazione: l’interdipendenza degli esseri che hanno gradualmente costituito il mondo provvisoriamente abitabile in cui ci troviamo. È profetico.

Questo gli permette di ricordare che la Terra è madre. «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa Questa sorella protesta per il male che le provochiamo…» (LS 1-2). E questo senza essere tuttavia «New Age», senza cadere in elucubrazioni metaforiche.

Purtroppo, sono ancora poche le persone che considerano adeguatamente e comprendono la rivoluzione delle scienze della Terra. Le persone continuano a vivere nel mondo materiale classico, perché vivono ancora dentro una concezione antiquata della scienza. È desolante, non viene capito. Non importa quante iniziative io prenda…

 

Ma perché non viene capito?

Mi piacerebbe saperlo. Quando si spiega che i viventi sono coloro che hanno costruito le condizioni in cui essi stessi si trovano, questo provoca un cambiamento. La Terra, e ciò che con i miei colleghi chiamiamo la «zona critica»[2], non presentava condizioni particolarmente favorevoli all’evoluzione della vita. Il cambiamento lo hanno reso possibile i viventi stessi, che hanno creato tali condizioni. La Terra non è vivente nel senso New Age o nel senso semplicistico di un singolo organismo, ma è costruita, prodotta, inventata, tessuta dai viventi. Non è una semplice cornice all’interno della quale si muovono i viventi. Quando guardo il cielo sopra di me, la sua atmosfera, la sua composizione, la distribuzione dei gas, tutto questo è il risultato dell’azione dei viventi.

Cambiare la cosmologia offre una possibilità di riascoltare alcune delle cose che dice il Papa. Il nuovo regime climatico e lo shock provocato alla nostra comprensione del mondo dalle scienze della Terra aprono un varco in cui le realtà spirituali sono ricche di significato per la nostra condizione terrestre. La Chiesa stessa si è lasciata invadere nel XVII secolo da una scienza che è fuori dal mondo e che impone una concezione della materialità molto interessante per comprendere l’universo, ma che non ha la vocazione a capire ciò che succede sulla Terra. Il materialismo dei secoli precedenti – lo si constata con dolore – è infatti molto poco terrestre. È importante tornare a una concezione che corrisponda all’esperienza di vivere sulla Terra. Siamo viventi e mortali in mezzo a viventi e mortali che hanno costituito quel piccolo circolo, molto limitato e molto confinato, all’interno del quale la storia si è svolta per 4 miliardi e mezzo di anni.

 

Se «Laudato si’» non è ben accolta in alcuni ambienti cristiani, è perché si è ancora in una fase di reazione a una cosmologia materialista e meccanicistica. In ultima analisi, la Terra è solo uno sfondo. Il Papa ci chiede una conversione dello sguardo per comprendere che la Terra è come una madre e una sorella, e noi siamo in interazione con essa. Anche i suoi colleghi hanno compreso il testo in questo modo?

È stato necessario leggere, discutere, e questo induce a ragionare diversamente, grazie a quell’altro contributo della Laudato si’: il legame con i poveri. Se si fa il collegamento tra le classiche questioni sociali della disuguaglianza e la questione cosmologica nel senso che abbiamo appena definito, non c’è via di scampo. Quando si parlava di cosmologia, le questioni sociali erano questioni non correlate, potevano essere considerate un po’ secondarie. Ma se si fa il collegamento con la nuova situazione cosmologica, ci si trova in uno spazio interamente definito, mantenuto dai viventi. E, di conseguenza, questo è il grande tema dell’Antropocene: gli esseri umani industrializzati occupano un posto straordinario in questa storia. Quindi, la questione fondamentale dei poveri cambia completamente significato, perché questo non è più un problema residuale. Ciò si traduce in molte questioni, come la decrescita, l’inquinamento, le condizioni di vita ecc. Ma, fondamentalmente, è una nuova situazione. Questa volta, eccoci dalla parte della questione sociale.

Nell’approccio del XX secolo, si era ancora in tempo. Si poteva sempre dire: le cose si risolveranno, la questione sociale è molto importante. Adesso siamo passati nella dimensione dello spazio, e questo spazio è ridotto, fragile e attivo, reagisce alle nostre azioni a tutta velocità. In un certo senso, ciò ricodifica la questione della povertà e della disuguaglianza in un modo molto più forte. Questo è descritto molto bene in uno dei capitoli della Laudato si’. Le persone che vivono in situazioni già terrificanti dal punto di vista ecologico, oltre a essere povere, soffrono anche una miseria ecologica. In un certo senso, questo è vero anche per i ricchi. Il mondo è devastato per tutti, ma i ricchi hanno i mezzi per fuggire e nascondersi, come Caino. Il problema è che ci abbiamo messo molto tempo a diventare moderni, circa tre secoli, e ora comprendiamo che, così facendo, stiamo danneggiando il Pianeta. È un trauma.

Sorprendentemente, mentre la Chiesa si pone la questione della modernità da quasi 120 anni, il progetto stesso della modernizzazione crolla! Ci modernizziamo, non ci modernizziamo? Ora ci stiamo avvicinando a una situazione in cui l’incertezza sulla cosmologia è condivisa da tutti e in cui il progetto della modernizzazione è in discussione ovunque.

 

Occorre apprendere nuovamente a muoversi nel mondo in cui siamo, mentre la tentazione è di dissertare sull’ambiente o sulla morale politica in astratto, fuori dal mondo. Intanto il nuovo regime climatico e le scienze del clima ci spingono a essere attenti al groviglio degli esseri che compongono la nostra Terra, il nostro «habitat». Si fa questo negli «atelier» che lei ha promosso?

Che cosa ci permette di sopravvivere? Quali sono i nostri mezzi di sussistenza? Come sono minacciati tali mezzi di sussistenza? Cosa siamo pronti a fare? Perché? Che cosa stiamo facendo per resistere? Si tratta di domande molto semplici di sensibilizzazione e di orientamento, ma affrontarle collettivamente, senza cercare subito di sapere se bisogna costrui­re o meno centrali eoliche, se differenziare o no i propri rifiuti, ha effetti veramente terapeutici. Nei nostri atelier avviene la condivisione collettiva delle descrizioni delle nostre condizioni di vita: è il primo passo verso un’articolazione politica, per poter esprimere interessi comuni.

Abbiamo organizzato questi atelier in moltissimi contesti: comuni, parrocchie, nelle città, in campagna… All’inizio, i partecipanti affermano di sopravvivere grazie a cose completamente astratte, ma, alla terza o quarta ripetizione, esse diventano cose concrete. Può essere una fattoria la cui acqua è inquinata perché accanto c’è un autolavaggio. O qualcuno che ha una malattia di cui non si conosce la causa e per la quale inizia una lunga indagine per scoprire se dipende dal cibo o no ecc. Ogni volta constatiamo un effetto terapeutico, un effetto di conversione che permette di fare un passo avanti.

 

C’è anche tutta una dimensione di lavoro sugli affetti…

Sì, le passioni che sono associate alla politica attuale sono passioni molto antiche, molto tristi, molto anguste, inadatte alla questione ecologica, che richiede di interessarsi a tante cose un po’ bizzarre, ai paesaggi, agli ecosistemi… Quindi si lavora anche molto con metodi artistici per riattivare capacità di espressione di base che essi sono completamente scomparse. L’isolamento degli individui oggi è tale che non possono nemmeno essere cittadini. Un cittadino è qualcuno che vede altri cittadini e che si confronta con gli altri. Cerchiamo di ripristinare la capacità di ascolto e la capacità di muoversi nello spazio. Queste sono cose assolutamente elementari, ma essenziali. L’obiettivo non è discutere sul dramma della situazione – non so cosa ne sarà di mio nipote di due anni –, ma «incarnare» le nostre esistenze. I partecipanti devono dire a sé stessi: che cosa posso fare?

 

Veri esercizi spirituali!

Gli atelier Où atterrir? o gli atelier dei Bernardins sono esercizi, spirituali o ecologici, di liberazione: ci si esorcizza dal modernismo, da un certo dominio. Sono dispositivi escatologici, perché lì bisogna decidere. Ancora una volta, lo spazio prepara meglio del tempo alla liberazione[3]. In questo momento, che cosa stai facendo? Il problema è che tutti questi esercizi, che sono esercizi di «incarnazione», non sono sempre considerati come esercizi spirituali. Questa è la difficoltà. Da qui nasce la critica: perché il Papa si occupa di tali questioni che non sono questioni «religiose»? Vi preoccupate del numero di bambini al catechismo, ma non della scomparsa delle zone umide! Che la questione della zona umida e quella dei bambini al catechismo siano colte nella stessa questione spirituale, e che questo entri a poco a poco come definizione stessa di cosa sia essere cristiano, non è evidente. Eppure questi sono i temi dell’incarnazione!

 

Quale lezione ha imparato da questo confinamento mondiale dovuto alla pandemia?

Ho pubblicato un libro, che è appena uscito anche in italiano[4], per dare un avvertimento: quando si uscirà dal confinamento sanitario, si entrerà in un confinamento planetario. Abbiamo cambiato luogo. Non siamo in uno spazio infinito, siamo alloggiati all’interno di una situazione in cui gli esseri umani sono ormai una potente forza geologica. Non immaginatevi che, uscendo dal confinamento sanitario, voi sarete «deconfinati» per sempre. Siete confinati a vita! All’inizio è un po’ angosciante, ma è un modo per dire: è qui che vivete, è qui dove i viventi hanno sempre abitato, è qui dove i viventi abiteranno per sempre. Non c’è via di fuga.

Lo spazio, e non più soltanto il tempo, diventa l’orizzonte apocalittico[5]. La decisione è adesso, proprio perché non c’è altro spazio in cui ci si può immaginare di proiettarsi dopo, come se tutti gli atti di carità che non sono stati fatti nel presente si faranno nel futuro. No, è adesso, come nel Vangelo: è adesso. Si tratta di un’idea molto semplice, dove di nuovo c’è una specie di potere evocativo o di possibilità offerte dal fatto che abbiamo delle scienze della Terra un po’ rinnovate, che riaprono e definiscono uno spazio-tempo e una cosmologia, all’interno dei quali si pongono in modo nuovo tutte le questioni della predicazione cristiana.

Il tema del confinamento è un po’ negativo, ma ciò che è interessante è il terrestre, un’espressione che cerco di rendere comune: siamo esseri terrestri, dei viventi mortali, ed è questo che dobbiamo prendere in considerazione. La Terra non interessa ai moderni, credenti o indifferenti. Questo è anche uno dei motivi per cui alcune persone hanno problemi con la Laudato si’. Perché il Papa si interessa a tali questioni di ecosistemi ecc.? Primo, non è un argomento religioso e, secondo, non è molto interessante, almeno non quanto fuggire su Marte. Infatti, per interessarsene, occorre avere già vissuto un cambiamento. Ecco perché gli esercizi sono necessari, perché all’improvviso le persone cambiano la loro prospettiva e dicono: «Ah! ecco dove sono». Questioni di difesa dell’ambiente che sembrano astratte e opprimenti, data l’immensità dei problemi, diventano all’improvviso concrete:  questo è il mondo in cui sono.

 

È strano che si debba insistere così tanto per essere «materialisti»!

Avremmo dovuto esserlo durante il periodo moderno! In real­tà, niente affatto: ci si smaterializzava e si pensava a un mondo astratto, che ha tante funzioni utili all’interno delle reti scientifiche, ma che non è la Terra. Con la nuova situazione ecologica si ridiscende sulla Terra.

E questo pone ai credenti la domanda: qual è l’impatto sulla storia della salvezza? La questione di fondo è molto interessante: dopo il Medioevo, dopo l’Età moderna, esiste un nuovo periodo in cui la Chiesa può affermarsi in relazioni civiche completamente rinnovate con gli altri modi di esistenza, e non cercare di installarsi in una morale, una politica, una scienza… In questo c’è un bel soggetto per la teologia. Non so perché, ma sento più di altri quanto sia difficile, se non impossibile, parlare di tali questioni religiose a chi mi è vicino o ai miei contemporanei. Cosa posso fare per rendere ascoltabili tali parole? In fondo, non si sa più se si tratta di credere in una cosmologia o di ascoltare una parola di conversione. È vero che la parola di conversione agisce da sola: è come l’acqua, va dappertutto, in tutte le fessure, ma in ogni caso la predicazione deve essere ascoltabile. Papa Francesco apre un varco con il suo testo.

 

Sono più di cinquant’anni che lei si dedica alla ricerca: qual è il senso di ciò che ha vissuto, se ripensa al suo percorso?

Ho semplicemente capito una cosa: la verità ha diverse modalità, che i moderni hanno scoperto, e di cui non sanno cosa fare. La mia scoperta filosofica è di aver esplorato per 50 anni, e in modo sistematico, queste diverse modalità di verità[6].

Abbiamo ammesso, abbiamo imparato, abbiamo compreso lo straor­dinario potere della verità scientifica, la straordinaria necessità della verità politica, il formidabile potere della finzione; e ora, con l’ecologia, la formidabile, essenziale e sostanziale esistenza della riproduzione degli esseri. Ora si apre una possibilità, che in precedenza era chiusa, di sostenere anche la verità religiosa.

 

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[1].     Cfr B. Latour, Face à Gaïa. Huit conférences sur le nouveau régime climatique, Paris, La Découverte, 2015 (in it. La sfida di Gaia. Il nuovo regime climatico, Milano, Meltemi, 2020).

[2].     B. Latour – P. Weibel, Critical Zones. The Science and Politics of Landing on Earth, Cambridge, MA, MIT Press, 2020.

[3].     Cfr A.-S. Breitwiller – B. Latour – F. Louzeau, «“Adam, où es-tu?”. Prêcher à l’époque de l’Anthropocène», in Esprit, luglio-agosto 2021, 193-204.

[4].     Cfr B. Latour, Où suis-je? Leçons du confinement à l’usage des terrestres, Paris, La Découverte, 2021 (in. it. Dove sono? Lezioni di filosofia per un pianeta che cambia, Torino, Einaudi, 2022).

[5].     Cfr V. Westhelle, Eschatology and Space. The Lost Dimension in Theolo­gy Past and Present, London, Palgrave, 2012.

[6].     Cfr B. Latour, Enquête sur les modes d’existence. Une anthropologie des Modernes, Paris, La Découverte, 2012.

 

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