IL SINODO PER L’AMAZZONIA

Un affresco per la «casa comune»

Quaderno 4065

pag. 209 - 219

Anno 2019

Volume IV

2 Novembre 2019
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L’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione panamazzonica si è appena conclusa. Offriamo qui alcune riflessioni a caldo sul valore di questa Assemblea sinodale – la quarta del pontificato di Francesco, dopo i due Sinodi sulla famiglia e il Sinodo sui giovani. Si possono infatti già discernere alcuni tratti fondamentali di questa esperienza che incideranno nella vita della Chiesa.

Un grande affresco dove tutto è connesso

Contemplando i lavori sinodali – e chi scrive li ha vissuti dall’interno come membro di nomina pontificia e parte della commissione per l’informazione – si ha l’impressione di avere davanti un affresco, quello dell’Apocalisse citata all’inizio del documento finale: «E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. E soggiunse: “Scrivi, perché queste parole sono certe e vere”» (Ap 21,5). Tutto è sotto gli occhi di Cristo Signore e tutto chiede di essere rinnovato: la vita della Chiesa, la politica, l’economia, la custodia della casa comune, la liturgia.

Un grande affresco, dunque, dove tudo está interligado, tutto è connesso, come hanno talvolta cantato – e non solo detto – in Aula alcuni membri del Sinodo. A volte, per esprimersi, essi hanno fatto ricorso anche alla poesia della loro gente. L’Assemblea è stata aperta il 6 ottobre con preghiere, canti e danze in una processione che ha accompagnato il Santo Padre dalla tomba di Pietro all’Aula sinodale.

L’affresco ha cominciato a essere dipinto il 19 gennaio 2018, quando, durante il viaggio apostolico di Francesco in Perù, è avvenuto lo straordinario incontro tra il Pontefice e 22 popoli indigeni a Puerto Maldonado. Lì Francesco ha esortato tutti a «plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno». Il «volto amazzonico» della Chiesa è stato ribadito chiaramente nel documento finale (nn. 42, 54, 55, 86, 92, 108, 115, 120).

Molti hanno espresso la chiara consapevolezza che tutto ciò che accade in Amazzonia ha una ripercussione sul mondo. Questa regione è una cassa di risonanza globale, sia biologica sia politico-economica sia socio-religiosa. L’Amazzonia è un banco di prova del mondo. E la regione è in fiamme: l’incendio deve essere spento. Mai come oggi i popoli indigeni, afro-discendenti, pescatori, migranti e le altre comunità tradizionali in Amazzonia sono minacciati da deforestazione, uniformazione e sfruttamento.

Questo affresco, fatto di grandi contrasti, in cui c’è violenza e bellezza, rapina e saggezza, è da guardare, comprendere e interpretare – lo ha detto il Papa nel suo discorso di apertura – con «occhi di discepolo» e «cuore pastorale». L’ermeneutica del Sinodo non è dunque neutra, perché «la nostra opzione previa è quella di discepoli».

Ma certamente questo è stato anche un Sinodo profondamente pastorale, che esprime una Chiesa che vuole «accompagnare» da «alleata» il cammino dei popoli. Il fatto che le tematiche siano state affrontate da pastori che vengono da una precisa regione del Pianeta – che condividono, se non le stesse risposte, certamente le stesse domande – ha evitato di porre le questioni in termini astratti. D’altra parte, la presenza di membri di altre aree geografiche o della Curia romana ha permesso di avere sempre presenti sia la dimensione locale sia quella universale della Chiesa. Anzi, si è compreso come ciò che si dice della parte abbia un riflesso immediato e diretto su tutto il corpo ecclesiale. Si è dunque fatta una forte esperienza di Chiesa.

La convocazione è chiaramente frutto di una intuizione di Francesco. Essa non era legata a un obiettivo preciso, ma a una urgenza calda come una patata bollente, che non si può facilmente maneggiare, ma neanche impastare in una torta ben rotonda. Il Papa ha percepito una precisa urgenza davanti a una terra che è in una corsa sfrenata verso la morte, e che esige cambiamenti radicali e una nuova direzione che consenta di salvarla.

Tuttavia il Sinodo non è stato organizzato per risolvere le grandi tensioni della regione con soluzioni facili, disciplinate, pronte all’uso. Per riflettere sull’Amazzonia sarebbe bene tenere sempre con sé L’ opposizione polare di Romano Guardini, volume così caro al Pontefice. L’Amazzonia è terra viva, e dunque di forti «opposizioni polari». Il Sinodo ha aperto un processo di approfondimento che dovrà tenere in caldo i temi emersi e confluirà in un’opera post-sinodale di attuazione.

Lo diciamo subito: la parola chiave del Sinodo – e dunque del Documento finale ­– è stata «conversione». A vari livelli: pastorale, culturale, ecologica e sinodale. L’unica conversione al Vangelo si è dispiegata in queste dimensioni interconnesse, e richiede la disponibilità a «nuovi cammini» e a un cambio di mentalità.

La periferia parla dal centro

L’esperienza della regione panamazzonica, che si estende nel territorio di nove nazioni (Guyana francese, Repubblica cooperativista della Guyana, Suriname, Venezuela, Colombia, Ecuador, Brasile, Bolivia e Perù), è stata convocata a Roma, e da Roma ha parlato. La periferia ha parlato dal centro, con la consapevolezza che la sua esperienza viene ascoltata come una voce profetica per tutta la Chiesa. E quindi, proprio per questo, è stata giudicata da alcuni scomoda. Questo è il punto: oggi la Chiesa ha un bisogno straordinario di profezia davanti alle grandi sfide del presente e per discernere quale futuro vogliamo costruire.

Roma è diventata luogo di ascolto profondo di esperienze del cattolicesimo considerate «periferiche» e di frontiera. L’approccio «missionario» è stato decisamente integrato con quello che valorizza l’esperienza cristiana dell’Amazzonia come significativa e profetica per la Chiesa universale. Dopo l’azione missionaria è necessario, infatti, che la Chiesa locale scopra i tratti specifici del proprio volto per il bene dell’intero corpo della Chiesa universale.

Dobbiamo dunque distinguere tra Chiesa «indigenista», che considera gli indigeni come oggetto di pastorale, e Chiesa «indigena», che considera gli indigeni come protagonisti della propria esperienza di fede. Occorre decisamente puntare su una Chiesa «indigena», cioè soggetto di evangelizzazione.

La Chiesa cerca la profezia spostando il baricentro dall’area euro-atlantica e puntando direttamente verso una terra dove si stanno concentrando gigantesche contraddizioni di carattere politico, economico ed ecologico. Qui la Chiesa fa esperienza di un popolo che chiaramente non coincide con uno Stato nazionale, e che anzi è un insieme di popoli, perseguitati e minacciati da tante forme di violenza. Sono popoli portatori di un’enorme ricchezza di lingue, culture, riti e tradizioni ancestrali.

A loro è stata data voce per compilare il testo iniziale, l’Instrumentum laboris, per redigere il quale sono state consultate circa 87.000 persone in Amazzonia. Vescovi e laici provenienti da città e culture diverse, nonché appartenenti a numerosi gruppi di vari settori ecclesiali insieme ad accademici e organizzazioni della società civile si sono incontrati per settimane ascoltando e dialogando.

Ecologia integrale tra foresta e città

Come ben si afferma nel Documento finale, in Amazzonia la vita è inserita, legata e integrata nel territorio che, in quanto spazio fisico vitale e nutriente, è possibilità, sostentamento e limite della vita stessa. L’acqua e la terra di questa regione nutrono e sostengono la natura, l’esistenza e le culture di centinaia di comunità che risiedono sulle rive dei fiumi e degli abitanti delle città.

Ma l’Amazzonia oggi è una bellezza ferita e deformata, un luogo di dolore e di violenza. Gli attacchi alla natura hanno conseguenze per la vita dei popoli: dai mega-progetti non sostenibili (progetti idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento massiccio, monocolture, infrastrutture viarie, infrastrutture idriche, ferrovie, progetti minerari e petroliferi) all’inquinamento causato dall’industria estrattiva e dalle discariche urbane.

Con questo non si è mai inteso dire nell’Aula che la Chiesa sia contro i progetti di modernizzazione positiva e inclusiva. Certamente però la Chiesa ha assunto la piena consapevolezza che la sua dottrina sociale ha oggi a cuore la difesa del Pianeta e che essa va in rotta di collisione con interessi politici ed economici, appoggiati dalla complicità di alcuni governanti e di alcune autorità indigene. Le vittime sono i soggetti più vulnerabili: i bambini, i giovani, le donne e la «sorella madre terra».

Il Documento finale propone «come modo per riparare il debito ecologico» che i Paesi hanno con l’Amazzonia, «la creazione di un fondo mondiale per coprire parte dei bilanci delle comunità presenti in Amazzonia che promuovono il loro sviluppo integrale e autosostenibile e, quindi, anche per proteggerle dal desiderio predatorio di aziende nazionali e multinazionali di estrarre le loro risorse naturali» (n. 83).

Il Sinodo per l’Amazzonia è figlio dell’enciclica Laudato si’. E ha dato alle istanze di quel testo un corpo visibile, riferendosi a una regione e ai popoli che la abitano. Il rapporto tra il cristianesimo e la vita del mondo è apparso innervato da un sano realismo, al di là di ogni ideologia, assumendo finalmente i tratti di un impegno deciso dal valore globale, sempre frutto dell’impulso evangelico che richiede una «conversione ecologica». Le tematiche teologiche nell’Aula sinodale sono state sempre strettamente intrecciate alla vita concreta dei popoli, alle tensioni geopolitiche, alla cura della «casa comune».

Viceversa, i temi ecologici sono stati vissuti in una prospettiva di fede, come parte della dottrina sociale della Chiesa e nelle loro intime connessioni con il desiderio di giustizia, l’ascolto del grido dei poveri e la promozione dei diritti umani. Per questo si è parlato anche del «peccato ecologico», inteso come «un’azione o un’omissione contro Dio, il prossimo, la comunità e l’ambiente. È un peccato anche contro le generazioni future, e si manifesta in atti e abitudini di inquinamento e distruzione dell’armonia dell’ambiente, trasgressioni contro i princìpi di interdipendenza e rottura delle reti di solidarietà tra le creature (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 340-344) e contro la virtù della giustizia» (n. 82).

Da qui si comprende come nel Documento finale (cfr nn. 79 e 82) sia stato chiesto di creare ministeri speciali per la cura della «casa comune» e la promozione dell’ecologia integrale a livello parrocchiale e in ogni giurisdizione ecclesiastica in Amazzonia. La loro funzione dovrebbe essere quella di prendersi cura del territorio e delle acque insieme alle comunità indigene. Come pure si è detto di creare un ministero di accoglienza per coloro che si sono allontanati dai loro territori andando verso le città.

La lettura del territorio non è stata limitata alla foresta, ma ha riguardato anche le città e la vita urbana che caratterizza tanta parte della regione amazzonica. Si è constatato che lo sradicamento dai vincoli territoriali e ancestrali può provocare la perdita di identità, uno spaesamento profondo.

Si è discusso a lungo delle migrazioni. Lo spostamento forzato di famiglie indigene, contadine, afro-discendenti e appartenenti ai popoli che vivono lungo le rive dei fiumi, espulse dai loro territori a causa di pressioni o di esasperazioni di fronte alla mancanza di opportunità, richiede una pastorale d’insieme nella periferia dei centri urbani. Per questo si è ribadita l’importanza di una «ecologia integrale».

Il fatto che la preoccupazione per la salvezza – la salus animarum – sia stata profondamente connessa a quella per il destino della Terra e dell’intera umanità è stato una prova della maturità teologica ed ecclesiologica di questo Sinodo.

Conversione culturale

Nella regione amazzonica esiste una realtà multietnica e multiculturale. All’interno di ogni cultura, i popoli hanno costruito e ricostruito la loro visione del mondo e del loro futuro. Nelle culture e nei popoli indigeni, antiche pratiche e interpretazioni mitiche coe­sistono con le tecnologie e le sfide moderne. L’Aula sinodale è stata il riflesso di tutto questo, rivelando anche un’anima profondamente meticcia.

Lo stesso concetto di inculturazione è apparso obsoleto. La Chiesa in Amazzonia è fatta di pastori indigeni e missionari: lo spagnolo e il portoghese parlato in Aula è risuonato con accenti ora italiani, ora polacchi, ora tedeschi; e gli indigeni non hanno dimenticato l’uso delle lingue native. Anche l’eredità dei conquistatori del passato è penetrata nella loro vita e nella loro devozione. Tutto si è mescolato e connesso, dando vita a un organismo vivo, vivace, originale. È questa la Chiesa dal volto amazzonico, lontana da quel che il Papa stesso ha definito il «centralismo “omogeneizzante” e “omogeneizzatore”».

Il Sinodo ha anche riconosciuto che l’annuncio di Cristo è stato spesso realizzato con un approccio colonialista e in connivenza con i poteri che sfruttavano le risorse e opprimevano le popolazioni. Questa è stata già una chiara premessa esplicitata da Francesco nel suo discorso introduttivo al Sinodo, quando ha affermato che noi «ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere». E, anzi, la Chiesa vuole essere «alleata» dei popoli.

In questo senso, altro elemento chiaro è stato il desiderio della Chiesa di una «conversione culturale», capace di dare una risposta che sia autenticamente cattolica alla richiesta di immergere pienamente l’annuncio del Vangelo e la liturgia in una cultura specifica, valorizzando la «cosmovisione», le tradizioni, i simboli e i riti originari. Ma anche in modo tale che il Vangelo purifichi e raffini le culture nelle quali si innesta. Solo una Chiesa missionaria inserita e inculturata porterà alla nascita di particolari Chiese autoctone, dal volto e dal cuore amazzonici, radicate nelle culture e tradizioni proprie dei popoli, unite nella stessa fede in Cristo e diverse nel loro modo di viverla, esprimerla e celebrarla.

In particolare, è stato apprezzato il fatto che il pensiero dei popoli indigeni offra una visione integrata della realtà, capace di comprendere le molteplici connessioni esistenti fra tutto ciò che è creato. E questo contrasta con la corrente dominante del pensiero occidentale che, per comprendere la realtà, tende alla frammentazione e alla scomposizione.

La necessità dell’inculturazione ha portato anche a riflettere sull’importanza del dialogo con le religioni indigene e i culti afro-discendenti. Così giunge a maturazione il dibattito ecclesiale sui riti locali e sull’inculturazione dalle radici molto antiche. Sono stati citati dal Pontefice stesso i grandi missionari in Asia, quali De Roberto Nobili in India e Matteo Ricci in Cina, che si confrontarono con queste sfide. Colpisce il fatto che la prima intenzione della preghiera dei fedeli nella Messa di inaugurazione del Sinodo per l’Amazzonia sia stata in lingua cinese.

Una Chiesa in discernimento, sinodale, inculturata, sacramentale e tutta ministeriale

Se dovessimo sintetizzare le parole chiave sulla Chiesa emerse in Assemblea, esse si potrebbero riconoscere in «discernimento», «sinodalità», «inculturazione», «sacramenti» e «ministeri».

Discernimento. Si è detto che la Chiesa in Amazzonia è chiamata a camminare nell’esercizio del discernimento. Esso significa «determinare e percorrere come Chiesa, attraverso l’interpretazione teologica dei segni dei tempi, sotto la guida dello Spirito Santo, il cammino da seguire al servizio del disegno di Dio. Il discernimento comunitario permette di scoprire una chiamata che Dio fa sentire in ogni determinata situazione storica» (n. 90).

Sinodalità. Il discernimento fonda la «conversione» sinodale della Chiesa. Ci si è ascoltati per tante ore durante il Sinodo. E si è discusso molto, sia in Aula sia nei gruppi, e con franchezza, all’interno di un discernimento comunitario impegnativo per il quale si invoca la presenza dello Spirito. E così le parole condivise tra i padri sinodali sono state aperte, franche, libere, fedeli alla Chiesa, spinte da un’urgenza pastorale straordinaria e condivisa. Ogni argomento trattato ha rivelato il desiderio di essere nella verità del Vangelo e di costrui­re il mondo secondo questa Buona Notizia.

Le proposte di modifica della prima bozza di Documento finale sono state ben 831. La partecipazione e il dibattito, anche nei «circoli minori», in questo senso, sono stati molto ricchi.

E questa è già una grande novità nel nostro mondo nel quale le democrazie spesso non ascoltano i cittadini e in cui la polarizzazione delle posizioni ideologiche è esacerbata a danno del dialogo. Nel Sinodo si sono confrontate posizioni anche diametralmente opposte su tanti temi, ma sempre nel rispetto reciproco e per il bene della Chiesa e della gente dell’Amazzonia.

Questo Sinodo ha offerto l’occasione di riflettere su come strutturare le Chiese locali in ogni regione e Paese, e di procedere a una conversione sinodale. Si è parlato di creare strutture sinodali regionali, immaginando forme di associazione interdiocesana in ogni nazione o tra Paesi di una regione e che favoriscano una maggiore cooperazione tra le Chiese sorelle. In particolare, è stato proposto di creare un organismo episcopale permanente e rappresentativo, articolato con il Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), con una propria struttura e un’organizzazione semplice, e collegato anche con la Repam (Rete ecclesiale panamazzonica). Sarebbe il nesso in grado di articolare reti e iniziative ecclesiali e socio-ambientali a livello continentale e internazionale.

Inculturazione. Abbiamo già detto della «conversione culturale» e di come questo abbia una ricaduta sulla liturgia, che deve rispondere alla cultura perché sia fonte e culmine della vita cristiana e perché si senta legata alle sofferenze e alle gioie del popolo. Dobbiamo dare una risposta autenticamente cattolica alla richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia valorizzando la visione del mondo, le tradizioni, i simboli e i riti originali. Per questo è stata avanzata, da parte di molti, la proposta di studiare la possibilità di «elaborare un rito amazzonico che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale dell’Amazzonia, con particolare riferimento a quanto afferma la Lumen gentium per le Chiese orientali (cfr LG 23)».

Si potrebbe anche studiare e proporre come arricchire i riti ecclesiali con il modo in cui questi popoli si prendono cura del loro territorio e si relazionano con le sue acque.

Sacramentalità. Inoltre, è stata avvertita una fortissima urgenza pastorale e una convinta passione per la sacramentalità del cattolicesimo, che ha al centro l’Eucaristia. Al di là delle soluzioni possibili sulle quali si è discusso, si è espressa sempre la consapevolezza del dramma per cui le comunità hanno difficoltà a celebrare regolarmente l’Eucaristia per la mancanza di sacerdoti. Si è parlato chiaramente del diritto dei fedeli a non rimanere a digiuno eucaristico e dell’obbligo dei pastori di provvedere al pane, perché non è possibile che si formi una comunità cristiana se non assumendo come radice e come cardine la celebrazione della santa Eucaristia.

Ministerialità. Vescovi e sacerdoti hanno raccontato le loro esperienze. Fanno quello che possono, attraversando grandi distanze. Ma le comunità spesso vivono grazie all’impegno dei laici e delle laiche. Si è dispiegata davanti ai Padri una Chiesa tutta ministeriale, sulla quale ci si è interrogati per approfondire che cosa significhi che la Chiesa è fondata sul battesimo.

In questo senso si è detto che il vescovo può affidare, con un mandato a tempo determinato, in assenza di sacerdoti, l’esercizio della cura pastorale delle comunità a una persona non investita del carattere sacerdotale, che sia membro della comunità stessa. Il vescovo potrà costituire questo ministero anche con un mandato ufficiale attraverso un atto rituale, affinché il responsabile della comunità sia riconosciuto anche a livello civile e locale.

Il Sinodo ha riconosciuto la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne. Per questo è stata chiesta la revisione del Motu Proprio Ministeria quaedam di san Paolo VI, affinché anche donne adeguatamente formate e preparate possano ricevere i ministeri del lettorato e dell’accolitato, tra gli altri che possono essere svolti. In particolare, considerando anche il ruolo decisivo delle donne nelle comunità amazzoniche, è stato chiesto che per loro venga creato il ministero istituito di «dirigente di comunità», dandogli un pieno riconoscimento (cfr nn. 96 e 102).

Si è ribadita l’importanza dei diaconi permanenti. La questione dei cosiddetti viri probati non è stata per nulla fondata sulla messa in discussione del celibato, ma proprio ascoltando il dramma percepito dell’assenza dei sacramenti nella vita ordinaria di tanti fedeli. E si è affermata la proposta di «stabilire criteri e disposizioni da parte dell’autorità competente, nel quadro della Lumen gentium, n. 26, per ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità, che abbiano un diaconato permanente e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile, per sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei sacramenti nelle zone più remote della regione amazzonica».

Tutte queste proposte sono da collocare in una visione ampia e matura della Chiesa, aliena dal clericalismo, consapevole del fatto che i laici hanno già di fatto in molte situazioni il compito di insegnare e di reggere comunità ecclesiali.

* * *

I padri sinodali erano in tutto 184. Tra questi, 113 provenivano dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche. Hanno partecipato al Sinodo sei delegati fraterni, in rappresentanza di altre Chiese e Comunità ecclesiali presenti nel territorio amazzonico; come pure 12 invitati speciali e 25 esperti, scelti per la loro elevata competenza scientifica. Gli uditori e le uditrici erano 55; provenivano in maggioranza dalla regione panamazzonica, anche dai luoghi più interni, e hanno portato la voce e la testimonianza viva delle tradizioni, della cultura e della fede delle loro genti.

Vogliamo chiudere questa presentazione dei lavori sinodali con la risposta che proprio un uditore, il professor Delio Siticonatzi Camaiteri, membro del popolo Ashaninca – un gruppo etnico amazzonico del Perù –, ha dato alla domanda di un giornalista durante uno dei briefing quotidiani presso la Sala Stampa della Santa Sede: «Vi vedo un po’ inquieti come se non foste in grado di capire quello di cui l’Amazzonia ha bisogno. Abbiamo la nostra visione del cosmo, il nostro modo di guardare il mondo che ci circonda. La natura ci avvicina di più a Dio. Ci avvicina guardare il volto di Dio nella nostra cultura, nel nostro vivere. Noi come indigeni viviamo l’armonia con tutti gli esseri viventi. Vedo che non vi è chiara l’idea che avete di noi indigeni. Vi vedo preoccupati, con dubbi di fronte a questa realtà che noi cerchiamo come indigeni. Non indurite il vostro cuore, dovete addolcire il vostro cuore. Questo è l’invito di Gesù. Ci invita a vivere uniti. Crediamo in un solo Dio. Dobbiamo restare uniti. Questo è ciò che noi desideriamo come indigeni. Abbiamo i nostri riti, però questo rito deve incardinarsi nel centro che è Gesù Cristo. Non c’è altro da discutere su questo tema. Il centro che ci unisce in questo Sinodo è Gesù Cristo».

(ENGLISH VERSION)

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