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IL PERCORSO DELL’ISTITUTO TEOLOGICO GIOVANNI PAOLO II

Teologia e missione ecclesiale

Quaderno 4062

pag. 380 - 393

Anno 2019

Volume III

21 settembre 2019

L’impulso di rinnovamento che papa Francesco sta imprimendo alla vita dei credenti riguarda tutte le dimensioni della comunità ecclesiale e raggiunge i vari ambiti della vita della Chiesa. Anche se viene spesso sottovalutata l’importanza che il Papa assegna alla teologia, in realtà egli ha molto a cuore la serietà e il rigore della comprensione dell’esperienza di fede. Più volte Francesco ha sottolineato l’esigenza di una riflessione teologica che si sviluppi organicamente, anche sul piano accademico e in forme istituzionalmente strutturate.

Indicazioni di Francesco circa la riflessione teologica

Il Papa ha illustrato in varie occasioni gli aspetti che ritiene più rilevanti nell’elaborazione del pensiero che intende rendere ragione della fede. Già nell’esortazione apostolica post-sinodale Evangelii gaudium (EG), documento programmatico del suo pontificato[1], notava che il servizio dei teologi è «parte della missione salvifica della Chiesa. Ma è necessario che, per tale scopo, abbiano a cuore la finalità evangelizzatrice della Chiesa e della stessa teologia e non si accontentino di una teologia da tavolino» (EG 133).

Per questo è centrale la nozione di misericordia, in quanto si trova al cuore della rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Il Papa ha scritto ai professori della Pontificia Università Cattolica dell’Argentina: «Vi incoraggio a studiare come nelle varie discipline – la dogmatica, la morale, la spiritualità, il diritto e così via – possa riflettersi la centralità della misericordia»[2].

La teologia – ha scritto Francesco – deve essere «espressione di una Chiesa che è “ospedale da campo”, che vive la sua missione di salvezza e guarigione nel mondo. La misericordia non è solo un atteggiamento pastorale, ma è la sostanza stessa del Vangelo di Gesù […]. Senza la misericordia la nostra teologia, il nostro diritto, la nostra pastorale corrono il rischio di franare nella meschinità burocratica o nell’ideologia, che di natura sua vuole addomesticare il mistero. Comprendere la teologia è comprendere Dio, che è Amore»[3]. Nei Vangeli vediamo Gesù sempre attento a compiere il senso dei precetti della legge divina in una logica che promuove l’umano, evitando quanto ferisce la dignità della persona: le controversie sul sabato e sulla priorità della misericordia rispetto al sacrificio ne sono esempi eloquenti (cfr Mt 12,7)[4]. La misericordia così intesa non costituisce «un surrogato della verità e della giustizia, ma è una condizione per mettersi in grado di trovarle»[5].

Inoltre, per essere parte della missione evangelizzatrice della Chiesa, la teologia non deve separarsi dalla pastorale o, peggio ancora, contrapporvisi[6]. Per muoversi in questa direzione è di fondamentale importanza il contatto con l’esperienza in cui i fedeli sono immersi nella loro quotidiana esistenza. Ne derivano due esigenze: da una parte, conoscere le situazioni concrete in cui le persone trascorrono la loro vita, soprattutto coloro che si trovano in varie forme di periferia, e pertanto in situazione di maggiore vulnerabilità; dall’altra, acquisire la capacità di comunicare in modo comprensibile con interlocutori di diverse culture, nella varietà dei luoghi e dei tempi.

Diversi tratti comuni caratterizzano queste due esigenze: andare oltre il perimetro del «tavolino» per muoversi verso le frontiere[7]; avvalersi non soltanto della pur indispensabile esperienza personale, ma anche dei risultati delle scienze che esplorano in modo sistematico le dinamiche vissute, sociali ed economiche, in cui sono coinvolti i nostri contemporanei; forgiare nuovi linguaggi che consentano di interagire con le diverse culture.

Dimensioni e significati del dialogo

È in questa prospettiva che si colloca l’insistenza di Francesco sul dialogo. Per essere possibile, esso esige anzitutto l’esercizio di «un pensiero non afferrante, ma ospitale», che non cede «all’illusione della definitività e della perfezione, ma si riconosce aperto, incompleto, inquieto»[8]. Si richiede quindi un atteggiamento mentale e relazionale per cui occorre apprendimento e formazione: «“Dialogo” non è una formula magica, ma certamente la teologia viene aiutata nel suo rinnovarsi quando lo assume seriamente […]. Gli studenti di teologia dovrebbero essere educati al dialogo»[9].

È un obiettivo molto impegnativo, che comporta una revisione dei percorsi degli studi ecclesiastici ed esperienze di «laboratorio culturale»[10] che mettano in collegamento le diverse discipline, favorendo un reciproco arricchimento, sia contenutistico sia metodologico. Possiamo indicare tre versanti su cui tale dialogo si sviluppa.

Il primo riguarda la conoscenza che proviene dalle scienze naturali e dalle scienze umane e sociali. Occorre ascoltare con coraggiosa apertura i contributi che tali scienze forniscono e operare un sapiente discernimento per potersi avvalere delle risorse che il pensiero contemporaneo ci mette a disposizione. La Chiesa ha sempre proceduto con questo stile. Non sono mancati tensioni e anche conflitti, che vanno affrontati con stile evangelico, ma essa ha sempre evitato di sclerotizzarsi «su un apparato concettuale anacronistico, incapace di interloquire adeguatamente con le trasformazioni»[11].

Oggi ci è in particolare richiesto di interrogarci criticamente sulle nozioni «di natura e di artificio, di condizionamento e di libertà, di mezzi e di fini, indotte dalla nuova cultura dell’agire, propria dell’era tecnologica. Siamo chiamati a porci sulla via intrapresa con fermezza dal Concilio Vaticano II, che sollecita il rinnovamento delle discipline teologiche e una riflessione critica sul rapporto tra fede cristiana e agire morale (cfr Optatam totius, 16)»[12].

Perché il dialogo sia effettivamente trans-disciplinare occorre superare la semplice giustapposizione dei contenuti conoscitivi delle singole discipline, o la ingenua importazione nel discorso teologico di termini che provengono da altri saperi[13]. I significati delle nozioni impiegate, infatti, dipendono dall’attrezzatura concettuale e dai processi usati per la loro elaborazione. È necessario un lavoro che articoli criticamente le categorie rilevanti per affrontare domande che richiedono contributi provenienti da diversi orizzonti teorici.

Gli altri due versanti del dialogo riguardano l’incontro tra culture e tra religioni. Essi sono strettamente collegati. È solo nel quadro di un’autentica «cultura dell’incontro» (EG 220) che si può comprendere la scelta di «adottare la cultura del dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio»[14]. Il dialogo è presentato qui come elemento non opzionale, ma costitutivo di ogni fede religiosa, in una logica di fratellanza. Esso richiede di considerare ugualmente importanti i contenuti del sapere e le modalità di relazione.

E questo vale non solo nei confronti di coloro a cui si rivolge la missione della Chiesa, ma anche per la sua vita interna, come emerge dal concetto di «sinodalità missionaria»[15]: c’è continuità tra il modo di procedere della Chiesa nella qualità delle relazioni che promuove – anche strutturandole istituzionalmente – e il messaggio che essa è chiamata ad annunciare. È un appello alla continua conversione perché la Chiesa diventi sempre più accogliente e partecipativa in tutte le sue dimensioni.

Del resto, potremmo dire che la stessa Sacra Scrittura si è costituita secondo una procedura dialogica. Essa è frutto di un reciproco scambio tra diverse tradizioni che il popolo eletto ha incontrato non soltanto nelle culture circostanti, ma anche all’interno della propria compagine, come i testi biblici attestano chiaramente[16]. La comprensione dell’esperienza si sviluppa in un’incessante dinamica di riconoscimento e di ripresa critica delle indicazioni di bene presenti nelle concrete situazioni storiche, nelle quali anche si media l’incontro e la conoscenza di Dio, operante negli eventi. Un movimento che non è mai a senso unico, ma multidirezionale e propriamente trans-culturale.

Una dinamica non diversa da quella odierna: l’interazione con il pensiero contemporaneo – incluse le sue espressioni scientifico-tecnologiche – e con le differenti culture e tradizioni religiose consente inaspettate intuizioni e novità nel linguaggio teologico. È un’operazione della massima importanza per poter approfondire non soltanto l’intelligenza della fede, ma anche l’interpretazione del mondo, della vita e dell’agire di cui la fede stessa è lievito, favorendo la comunicazione con gli uomini e le donne del nostro tempo.

Citando Michel de Certeau, un autore che gli è molto caro, il Papa ricorda come alle domande sulla fede occorra rispondere tenendo conto anche dei termini in cui esse sono formulate, poiché sono quelli con cui gli uomini e le donne di quella data società vivono e interpretano il mondo[17]. Bisogna non sclerotizzarsi su enunciati che non sono più in grado di esprimere correttamente la verità del Dio che si rivela nel Vangelo in Gesù Cristo[18]. E, data la diversità dei modi di essere cristiani nel tempo e nei contesti geografico-culturali, la teologia ha il compito di discernere con attenzione e riflettere sul significato del credere in ogni particolare situazione, rendendo ragione della forma dell’essere cristiani[19].

Questa prospettiva è possibile solo se si ammette che ogni singola formulazione teologica non è in grado di esaurire la ricchezza della realtà della fede che intende enunciare e che l’apertura di ogni enunciato a possibili arricchimenti e aggiornamenti successivi non ne inficia la validità[20]. Formulazioni diverse possono indicare la stessa inesauribile realtà della fede in una pluralità di versioni. Ma occorre che ognuna, nella sua diversità, sia in dialogo con le altre, senza monolitici fondamentalismi, articolandosi come differenti facce di un unico poliedro, cui fa da sfondo il noto principio: «la realtà è superiore all’idea»[21].

La creazione del nuovo Istituto Teologico Giovanni Paolo II

Proprio in questa prospettiva si colloca il cammino compiuto dall’Istituto Teologico Giovanni Paolo II, che è stato recentemente al centro di vivaci discussioni, peraltro non sempre sostenute da un’adeguata base informativa sull’effettivo stato delle cose. Anzitutto ricordiamo che con il «Motu proprio» Summa familiae cura (8 settembre 2017) – che ha fatto seguito all’esortazione apostolica Amoris laetitia, che ha raccolto i frutti di due precedenti Assemblee sinodali (straordinaria del 2014 e ordinaria del 2015) – papa Francesco ha creato un nuovo Istituto, denominato «Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia». Pertanto il precedente Istituto, stabilito dalla costituzione apostolica Magnum matrimonii sacramentum (7 ottobre 1982), è stato soppresso.

L’obiettivo perseguito con questa decisione è di imprimere un rinnovato slancio al cammino fin qui svolto. Esso era stato avviato quasi 40 anni fa, sulla base di questa valida intuizione di san Giovanni Paolo II: la centralità della famiglia nella costruzione del tessuto sociale e nella formazione a una convivenza umana effettivamente rispettosa della vita e della dignità delle persone, nella prospettiva evangelica.

La profondità dei cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni ha messo in luce l’esigenza di un nuovo inizio, ampliando «il campo di interesse, sia in ordine alle nuove dimensioni del compito pastorale e della missione ecclesiale, sia in riferimento agli sviluppi delle scienze umane e della cultura antropologica in un campo così fondamentale per la cultura della vita»[22].

Nel «Motu proprio» era prevista anche la definizione di nuovi Statuti (art. 5). Approvati dalla Santa Sede, con il corrispondente ordinamento degli studi, essi sono entrati in vigore il 18 luglio 2019. Il lavoro di elaborazione si è protratto per due anni, impegnando i responsabili accademici – il gran cancelliere, mons. Vincenzo Paglia, e il preside, mons. Pierangelo Sequeri – e il corpo docente, con il coinvolgimento anche delle numerose sedi internazionali collegate all’Istituto centrale. La preparazione dei testi si è svolta in collaborazione con gli organi competenti della Santa Sede. In particolare, è stata preziosa la consulenza della Congregazione per l’educazione cattolica, per la sua specifica competenza in campo accademico. Ma importanti sinergie si sono sviluppate anche con il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita e con la Pontificia Accademia per la Vita.

Ordinamento degli studi: un «laboratorio culturale»

Il nuovo ordinamento degli studi si articola in due nuclei principali: teologico-pastorale e antropologico-culturale. Il primo include «l’approfondimento della teologia della forma cristiana della fede, dell’ecclesiologia della comunità e della missione evangelica, dell’antropologia dell’amore umano e teologale, dell’etica teologica globale della vita, della spiritualità e della trasmissione della fede nella città secolare»[23].

Il secondo nucleo risponde più direttamente alle esigenze di aggiornamento e di dialogo con il pensiero contemporaneo, e introduce in modo consistente la prospettiva delle scienze umane. Fra queste troviamo discipline come la psicologia, la sociologia, l’economia, il diritto comparato. Ci si dota così di strumenti conoscitivi per analizzare le trasformazioni politiche e tecnologiche della comunità e il ruolo delle istituzioni familiari nella formazione della persona, tenendo conto dell’importante funzione dei corpi sociali intermedi negli equilibri della convivenza umana, sul piano sia affettivo sia etico.

L’articolazione dei corsi permette di conseguire i titoli di secondo ciclo (licenza) e di terzo ciclo (dottorato). L’offerta formativa non prevede quindi quegli insegnamenti che sono stati svolti già nel primo ciclo e che si danno per acquisiti. Le materie fondamentali che si è ritenuto bene mantenere sono declinate secondo la specificità tematica e accademica dell’Istituto: limitandoci a qualche esempio, possiamo citare Ecclesiologia cristiana e comunità familiare, Teologia morale dell’amore e della famiglia, Teologia del sacramento del matrimonio.

Diversi corsi complementari saranno proposti grazie a specialisti invitati in sede o istituzioni universitarie accreditate, in particolare la Pontificia Università Lateranense, con cui esiste un collegamento privilegiato. I curricoli sono stati riconfigurati in modo da poter ottenere il riconoscimento canonico dei titoli ed entrare pienamente nel «processo di Bologna», conferendo così all’Istituto un più solido posizionamento sul piano internazionale.

L’ampliamento del corpo docente consentirà di coprire gli insegnamenti principali e anche di promuovere un dialogo più organico tra le diverse discipline e prospettive teologiche. L’intento è di favorire la presenza di voci che offrano una lettura complessiva del magistero, anche recente[24].

Sappiamo infatti che proprio sulle tematiche della famiglia e della vita si sono accesi dibattiti che talvolta non hanno aiutato i credenti a maturare un’opinione equilibrata sulle posizioni magisteriali, né a crescere in una logica di comunione, anche a causa delle non rare forzature e delle indebite pressioni dei mezzi di comunicazione. In particolare, si tratta di elaborare interpretazioni che mostrino la sinergia e la complementarità di documenti che troppo frequentemente vengono letti come fra loro contrapposti o addirittura contraddittori, senza approfondire le premesse che consentirebbero di riconoscerne i collegamenti, le convergenze e i reciproci arricchimenti[25].

Dunque, è secondo la logica del già citato «laboratorio culturale» che sono state previste le integrazioni del corpo docente, che mantiene comunque immutata la maggior parte dei propri componenti. I nuovi assetti hanno condotto a non assegnare incarichi accademici che erano presenti nella situazione precedente soltanto in alcuni casi. I criteri secondo cui questa decisione è stata presa sono quelli sopra menzionati. Ma si sono sempre pienamente rispettate le norme canoniche, che corrispondono alla natura di accademia «ecclesiastica» del nuovo Istituto, e il Regolamento generale della Curia Romana a cui è sottoposto, che del resto già valevano per il precedente Istituto.

Tutto il percorso dell’Istituto Teologico Giovanni Paolo II esprime quindi l’impegno di corrispondere al meglio all’insistente richiesta di papa Francesco di «dotarsi di strutture leggere e flessibili, che manifestino la priorità data all’accoglienza e al dialogo, al lavoro inter- e trans-disciplinare e in rete. Gli statuti, l’organizzazione interna, il metodo di insegnamento, l’ordinamento degli studi dovrebbero riflettere la fisionomia della Chiesa “in uscita”»[26].

***

[1].      Cfr EG 25.

[2].      Francesco, Lettera al Gran Cancelliere della «Pontificia Universidad Católica Argentina», nel centesimo anniversario della Facoltà di Teologia, 3 marzo 2015, in w2.vatican.va (dove è possibile trovare anche gli altri interventi del Papa citati in seguito). Una linea peraltro già intrapresa dai Papi precedenti, come appare anche da un rapido sguardo ai titoli dei loro interventi magisteriali: a partire da Pio XI, che scrisse la Miserentissimus Redemptor (1928), e soprattutto da Giovanni XXIII, che esortava la Chiesa a dare la precedenza alla «medicina della misericordia piuttosto che della severità» (Discorso nella solenne apertura del Concilio, 11 ottobre 1962), all’enciclica Dives in misericordia di san Giovanni Paolo II, fino a quelle di Benedetto XVI, Deus caritas est e Caritas in veritate.

[3].      «Innanzitutto, occorre partire dal Vangelo della misericordia, cioè dall’annuncio fatto da Gesù stesso e dai contesti originari dell’evangelizzazione. La teologia nasce in mezzo agli esseri umani concreti, incontrati con lo sguardo e il cuore di Dio, che va in cerca di loro con amore misericordioso. Anche fare teologia è un atto di misericordia» (Francesco, Discorso alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, 21 giugno 2019).

[4].      Cfr G. Ferretti, Il criterio misericordia. Sfide per la teologia e la prassi della Chiesa, Brescia, Queriniana, 2017.

[5].      R. Cantalamessa, «Il valore politico della misericordia», in Oss. Rom., 30 marzo 2008, citato in P. Coda, «La Chiesa è il Vangelo». Alle sorgenti della teologia di papa Francesco, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2017, 111.

[6].      Cfr  Francesco, Messaggio al Congresso internazionale di teologia presso la Pontificia Università Cattolica dell’Argentina, 1° settembre 2015.

[7]  .    «Il vostro luogo di riflessione siano le frontiere. E non cadete nella tentazione di verniciarle, di profumarle, di aggiustarle un po’ e di addomesticarle. Anche i buoni teologi, come i buoni pastori, odorano di popolo e di strada e, con la loro riflessione, versano olio e vino sulle ferite degli uomini» (Francesco, Lettera al Gran Cancelliere…, cit.).

[8]  .    P. Coda, «La Chiesa è il Vangelo»…, cit., 75 s.

[9]  .    Francesco, Discorso alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, cit.

[10].    Id., Veritatis gaudium, n. 3.

[11].    Id., Discorso alla XXV Assemblea generale della Pontificia Accademia per la Vita, 25 febbraio 2019.

[12].    Ivi.

[13].    Cfr Id., Veritatis gaudium, n. 4c.

[14].    Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (Abu Dhabi, 4 febbraio 2019), sottoscritto da papa Francesco e dall’imam Ahmad al-Tayyeb.

[15].    Francesco, Christus vivit, nn. 206-207; cfr Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. Documento finale, Città del Vaticano, Libr.  Ed. Vaticana, 2018, nn. 119-127.

[16].    Cfr Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e morale. Radici bibliche dell’agire cristiano, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2008, in particolare n. 4. Sulla dimensione etica del dialogo, cfr D. Abignente – S. Bastianel, Le vie del bene. Oggettività, storicità, intersoggettività, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2009, 51-95.

[17].    Cfr Francesco, Messaggio al Congresso internazionale di teologia…, cit.

[18].    «A volte, ascoltando un linguaggio completamente ortodosso, quello che i fedeli ricevono, a causa del linguaggio che essi utilizzano e comprendono, è qualcosa che non corrisponde al vero Vangelo di Gesù Cristo. Con la santa intenzione di comunicare loro la verità su Dio e sull’essere umano, […] diamo loro un falso dio o un ideale umano che non è veramente cristiano» (EG 41).

[19].    «Non si è cristiani allo stesso modo nell’Argentina di oggi e nell’Argentina di cento anni fa. In India e in Canada non si è cristiani allo stesso modo che a Roma. Pertanto uno dei compiti principali del teologo è di discernere, di riflettere: che cosa significa essere cristiani oggi? “nel qui e ora”; come riesce quel fiume delle origini a irrigare oggi queste terre e a rendersi visibile e vivibile?» (Francesco, Messaggio al Congresso internazionale di teologia…, cit.).

[20].    Cfr G. Lafont, Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco, Bologna, EDB, 2017.

[21].    Cfr EG 231, dove il Papa sottolinea anche la necessità di «evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza».

[22].    Francesco, Lettera apostolica Summa familiae cura, 8 settembre 2017.

[23].    P. Sequeri, «Tra fede e realtà», in Oss. Rom., 19 luglio 2019, 7.

[24].    Cfr Francesco, Discorso alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, cit., dove il Papa afferma: «Le scuole di teologia si rinnovano con la pratica del discernimento e con un modo di procedere dialogico capace di creare un corrispondente clima spirituale e di pratica intellettuale. […] Un dialogo capace di integrare il criterio vivo della Pasqua di Gesù con il movimento dell’analogia, che legge nella realtà, nel creato e nella storia nessi, segni e rimandi teologali».

[25].    Cfr Ch. Schönborn, «Préface», in A. Thomasset – J.-M. Garrigues, Une morale souple, mais non sans boussole. Répondre aux doutes des quatre cardinaux à propos d’Amoris laetitia, Paris, Cerf, 2017, 12. Per un approfondimento in merito di alcuni punti controversi, cfr ivi, 66-100.

[26].    Francesco, Discorso alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, cit.

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THE PATH OF THE JOHN PAUL II PONTIFICAL THEOLOGICAL INSTITUTE. Theology and ecclesial Mission

On several occasions, Pope Francis has spoken on the importance of theology, as a thought that gives “the reason for the hope” (1 Pet 3:15) which dwells in us, and a constitutive part of the evangelizing mission of the Church. There is a need for reflection which, by placing mercy at the centre, is closely linked to pastoral work and capable of dialogue, in interaction both with the sciences and with different cultures and religious traditions. The academic structures of the new John Paul II Pontifical Theological Institute for Marriage and Family Sciences  express the commitment to corresponding to the Pope’ indications.

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