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CRISI DELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Quaderno 4105

pag. 47 - 59

Anno 2021

Volume III

3 Luglio 2021
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Da quasi 25 anni la guerra nella Repubblica Democratica del Congo (Rdc) non ha cessato di fare notizia per il gran numero di vittime civili e di rifugiati. Oggi, la provincia del Nord Kivu è diventata la polveriera dell’Africa centrale, intrappolata da un sistema regionale di conflitti che ha reso il Congo «la capitale mondiale dello stupro»[1]. Gli omidici di attivisti dei diritti umani, di giornalisti e di opinionisti e, più recentemente, quello dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, sono altrettanti esempi che dimostrano chiaramente come l’insicurezza nella parte orientale della Rdc sia più problematica che mai.

Al di là delle reazioni epidermiche che questa triste realtà può suscitare, è giunto il momento di riflettere, con lucidità e serenità, per capire perché le soluzioni che sono state proposte finora per far uscire la Rdc da questo groviglio non abbiano prodotto i risultati sperati. Ci si può pertanto chiedere perché i conflitti armati persistano in Congo. Gli aiuti umanitari forniti a questo Paese martoriato riescono a proteggere le persone più vulnerabili e a soddisfare i bisogni delle popolazioni in pericolo? Cosa si può fare per riportare pace e stabilità nel Congo orientale, dopo lunghi anni di guerra?

Per rispondere a questi interrogativi, mostreremo in primo luogo come il quadro particolarmente conflittuale e complesso della guerra in Congo sia indissociabile dal funzionamento delle strutture sociali e politiche nel Paese, considerando insieme le conseguenze del genocidio in Ruanda e le due guerre congolesi (1996-97 e 1998-2002). In un secondo momento, ci interrogheremo sulle ragioni per cui gli aiuti umanitari prestati ai congolesi per ristabilire la pace nel loro Paese non abbiano prodotto i risultati desiderati. Infine, proporremo, come soluzione per far uscire il Congo dal «pantano» in cui è sprofondato, un dialogo inclusivo per la pace, come quello della Conferenza Nazionale Sovrana del 1990-92.

Storia di una guerra dai molti volti

La Rdc, divenuta indipendente il 30 giugno 1960, sembrava promettere un futuro radioso per i molti elementi favorevoli di cui godeva: un immenso territorio nazionale, terreni coltivabili di buona qualità, una popolazione in crescita, importanti risorse naturali ecc. I congolesi avevano in mano la gestione di un Paese situato a cavallo dell’equatore, con una superficie di 2.345.903 kmq[2]. Questo territorio, attraversato dal maestoso fiume Congo[3], offriva, e offre ancora, l’opportunità di praticare l’agricoltura, l’allevamento, la pesca ecc. Con più del 35% di terra coltivabile e fertile, grandi riserve di acqua dolce, una considerevole piovosità in un clima caldo e umido, il Paese di Lumumba[4] era chiaramente in una situazione migliore rispetto ad altri nuovi Stati indipendenti.

A più di 60 anni dalla sua indipendenza, il Congo è un Paese a brandelli, i cui abitanti sono ridotti a una povertà estrema. Inoltre, è stato sul suolo congolese che si è registrata quella che alcuni chiamano la «prima guerra mondiale africana», a causa del coinvolgimento degli eserciti di una decina di Paesi. Questa guerra, che ha avuto luogo in due fasi – dal 1996 al 1997 e dal 1998 al 2003 (per altri, dal 1998 a oggi) – ha causato la morte di diversi milioni di persone, soprattutto civili. Si tratta del più alto numero di morti in un conflitto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Perché è accaduto tutto questo?

Si deve riconoscere che la Rdc è un caso da manuale che esclude qualsiasi spiegazione semplicistica. Ma, qualunque sia l’approccio o l’angolazione da cui si voglia leggere questa triste realtà, le conseguenze del genocidio che aveva scosso il Ruanda nel 1994 sono tra le principali chiavi di lettura. In effetti, dopo il genocidio che ha ucciso più di 800.000 persone, migliaia di profughi ruandesi hanno attraversato il confine dal Ruanda al Congo. Tra loro c’erano diversi responsabili del genocidio che avevano ucciso senza scrupoli in Ruanda. In Congo, essi usavano i campi profughi come basi da cui poter eventualmente effettuare incursioni in Ruanda.

È per questo che il nuovo governo ruandese, guidato da Paul Kagame, e il suo amico e alleato di allora, il presidente ugandese Yoweri Museveni, vedevano tali persone come un continuo pericolo per i loro Paesi. Un intervento militare ruandese risolse rapidamente il problema nel dicembre 1996. Confortati dal loro successo, gli assalitori ruandesi e ugandesi puntarono a un altro obiettivo: cambiare il regime del presidente Mobutu[5]. Nel 1997, il loro candidato, Laurent-Désiré Kabila, e il suo movimento Afdl (Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo) conquistarono la capitale Kinshasa e spodestarono Mobutu. Il colpo di Stato era stato facilitato dalla popolazione congolese, che non voleva più saperne del dittatore, dal momento che il suo governo aveva portato il Paese a un collasso politico ed economico senza precedenti[6].

Una volta arrivato al potere, Kabila cercò di liberarsi di coloro che lo avevano sostenuto. Fu allora che iniziò una sanguinosa lotta per il potere. Ruanda, Uganda e Burundi armarono i ribelli congolesi anti-Kabila, conducendo così una guerra per procura, o nascondendosi dietro di loro per operare liberamente. Il Congo orientale, ricco di risorse minerarie, divenne così un vero e proprio Far West, un mattatoio a cielo aperto. A Kinshasa, dopo essere sfuggito a un tentativo di attentato il 27 luglio 1998, Kabila decise di licenziare i suoi consiglieri militari ruandesi. Questo atto fu l’inizio della cosiddetta «seconda guerra del Congo», che scoppiò il 2 agosto 1998.

I movimenti di ribelli, sostenuti dal Ruanda e dall’Uganda, si moltiplicano rapidamente[7]. Kabila non aveva un esercito in grado di affrontarli. Nonostante l’appoggio dell’Angola e dello Zimbabwe per salvare il suo regime, egli fu misteriosamente e tragicamente assassinato il 16 gennaio 2001.

Il Congo attuale porta il pesante fardello della sua storia

È evidente che questa proliferazione di gruppi armati ha gravemente colpito il Congo, soprattutto l’Est del Paese, dove bande armate hanno saccheggiato, ucciso e violentato donne e bambini. Ancora oggi, nel Congo orientale le milizie, in particolare quelle ruandesi, seminano terrore e desolazione. «Per giustificare la presenza del suo esercito in Congo, Kigali ha sempre addotto argomenti di sicurezza, la necessità di individuare i responsabili dei genocidi. In realtà, altri interessi guidano la sua azione: il desiderio di sfruttare le risorse del Congo orientale, un sogno di espansione territoriale e, in ogni caso, l’ambizione di collocare a Kinshasa un gruppo amico, se non sottomesso»[8]. Altrimenti, come si spiega il fatto che il Ruanda è il primo esportatore mondiale di coltan, sebbene non lo produca?

I vescovi congolesi hanno descritto chiaramente questa realtà in una Nota pubblicata al termine di una missione pastorale nell’Est del Paese, in particolare nelle diocesi di Goma, Butembo-Beni e Bunia, dal 14 al 26 gennaio 2021: «Molti sostengono che la natura del conflitto in questa zona non è né intra né intercomunitaria, ma piuttosto una strategia di occupazione delle terre o di balcanizzazione del Paese. Tuttavia, altri ritengono che vi siano, in una certa misura, aspetti di un conflitto intercomunitario in seguito all’arrivo improvviso e massiccio di popolazioni chiamate Banyabwicha, che parlano il Kinyarwanda, e di popolazioni che  provengono dall’Uganda e che non parlano alcuna lingua locale. Questa situazione prolunga il caos e la desolazione tra cittadini innocenti»[9].

Come avviene di solito in condizioni simili, i più esposti e i più colpiti sono le donne e i bambini. Uno studio dell’ American Journal of Public Health del 2013 rivelava che circa 1,8 milioni di donne congolesi erano state violentate almeno una volta nella loro vita[10]. Si stima che nel 2021 19,6 milioni di persone avranno bisogno di assistenza e protezione. Ciò che è ancora più scandaloso di fronte a questa estrema sofferenza è che per diversi decenni il Paese è stato oggetto di un’attenzione umanitaria volta a migliorare le condizioni umane della sua popolazione. Nonostante questi sforzi, il Congo rimane uno dei Paesi meno sviluppati del Pianeta, e la sua popolazione è considerata tra le più povere del mondo. Non dovremmo forse andare oltre l’indignazione e interrogarci sui fattori endogeni ed esogeni che contribuiscono a rendere così persistenti queste condizioni insostenibili? Perché continuano i conflitti armati nel Congo?

Evitare un malinteso

I vari media internazionali puntano il dito sui conflitti etnici e tribali quando si parla della guerra nel Congo. Si tratta di un equivoco che va evitato a tutti i costi. In effetti, qualsiasi attento osservatore della storia congolese sarà d’accordo nell’affermare che le guerre ricorrenti nella Rdc non sono imputabili solo a conflitti locali fra tribù che si scontrano. È vero che questo avviene spesso, ma non può essere il solo motivo della guerra, quando sappiamo che essa nel Congo ha ucciso, in circa 20 anni, più di 6 milioni di abitanti.

A nostro avviso, i cittadini comuni non sono né pieni di odio verso i loro vicini né responsabili dei conflitti etnici. Essi commettono atti di violenza solo quando vengono istigati dai veri artefici invisibili del conflitto: alcune élite che manipolano le identità razziali o etniche nella loro lotta per il potere politico ed economico. Questo spiega, in gran parte, l’escalation della violenza, per cui giovani inattivi e disperati si arruolano facilmente in gruppi armati, nella speranza di far soldi in zone ricche di minerali.

L’inefficacia degli aiuti umanitari

Si deve subito notare che il fallimento degli aiuti umanitari nella Rdc è stato poco studiato e non sembra interessare gli analisti e le organizzazioni filantropiche. Eppure il Congo-Kinshasa nel corso degli ultimi vent’anni ha ricevuto molti aiuti umanitari. Uno studio ha dimostrato che il Paese riceve in media 1,5 miliardi di dollari americani in aiuti ogni anno[11].

Nonostante ciò, il Paese di Lumumba si è sempre più deteriorato. Esso non è forse vittima di quella che l’economista Angus Deaton, vincitore del premio Nobel 2015, chiama «l’illusione degli aiuti allo sviluppo», ossia l’idea che maggiori somme di denaro miglioreranno la situazione[12]?

Questa illusione viene confermata dai rapporti annuali pubblicati dalle Nazioni Unite. Nella sua descrizione del Congo, l’Ocha (Ufficio per il coordinamento delle questioni umanitarie) afferma che «il persistente sottofinanziamento rimane il maggiore ostacolo a una risposta umanitaria, efficace e tempestiva nella Rdc. Nel 2020, solo il 36% del budget richiesto per il piano di risposta umanitaria è stato mobilitato. Quest’anno si dovranno raddoppiare gli sforzi per soddisfare l’insieme dei bisogni urgenti»[13]. Chiaramente queste dichiarazioni sembrano implicare un nesso causale tra la crisi irrisolta e il deficit di finanziamento[14]. Eppure il problema è molto più profondo di quello descritto da questi appelli delle Nazioni Unite.

Considerando l’impatto a lungo termine degli aiuti umanitari sulla capacità di uno Stato di adempiere ai propri doveri verso i propri cittadini, Deaton afferma: «I grandi afflussi di aiuti stranieri cambiano in peggio la politica locale e minano le istituzioni necessarie per favorire la crescita a lungo termine. […] Gli aiuti nuocciono anche alla democrazia e alla partecipazione civica, il che costituisce una perdita diretta, oltre alle perdite legate all’indebolimento dello sviluppo economico»[15].

Gli aiuti umanitari e la legge del più forte

Va anche notato che, in generale, gli aiuti umanitari non sono mai immuni da appropriazioni indebite, corruzione e/o favoritismi. Uno studio condotto dal Canadian Research Partnership Network on Philanthropy ha mostrato che nella Rdc quasi un terzo degli aiuti viene dirottato, e tuttavia gli approfittatori restano impuniti[16]. Sappiamo che, per distogliere l’attenzione ed evitare il controllo dei cittadini, gli approfittatori, che vivono in zone accessibili o in grandi centri, ricevono il kit completo della migliore qualità dei soccorsi; gli altri, invece, i veri bisognosi, ne ricevono solo le briciole. Agli occhi di coloro che commettono tali crimini, quelli a cui sono destinati i soccorsi sono «individui senza diritti e quindi disposti a sottomettersi ingenuamente o ad accontentarsi, purché abbiano accesso all’acqua, al cibo e ad altri beni essenziali»[17]. Di conseguenza, ciò che è umanitario nella Rdc è diventato l’arena della «legge del più forte».

In questo tempo di pandemia, si deve anche riconoscere che i governi che danno gli aiuti stanno spendendo enormi somme di denaro per sostenere le loro economie. Questo ci fa anche chiedere: «Con quale fine vengono ad aiutarci?». Comunque sia, la verità, difficile da accettare, è questa: la dipendenza del Congo dagli aiuti umanitari costituisce uno dei maggiori limiti al suo sviluppo, perché ostacola il processo di ricostruzione dello Stato. Del resto, come abbiamo visto, gli aiuti umanitari nella Rdc sono oggi alla mercé degli approfittatori, soprattutto perché vengono considerati come un favore e non come un diritto.

Va anche detto che la responsabilità dei fallimenti degli aiuti umanitari nella Rdc non è solo delle organizzazioni, ma anche del governo congolese, afflitto da una corruzione di cui generalmente non si parla.

Sorgono allora alcune domande: «Perché i donatori internazionali si preoccupano così poco che i loro aiuti vengano dirottati? Perché continuare ad aiutare, quando si sa che certi governi non vogliono che la tragedia che colpisce il loro popolo, e di cui in qualche modo sono responsabili, sia resa nota? Cosa giustifica questa filantropia, quando le Ong sono accusate di offuscare l’immagine dei Paesi per farsi notare e fare soldi?».

Queste domande sugli aiuti umanitari in Congo ci introducono alla questione che riguarda la missione Monusco (Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione nella Rdc). Sono passati più di 10 anni da quando l’Onu ha promosso tale missione di pace, ma i gruppi armati continuano a controllare ampie parti del Nord Kivu, del Sud Kivu e dell’Ituri, creando una situazione di insicurezza e terrorizzando la popolazione, in particolare le donne e le ragazze. Come i miliardi di dollari investiti nel tentativo di stabilizzare e rafforzare la pace nella Rdc hanno dato soltanto risultati deludenti, così pure la Monusco sembra fallire.

La Monusco sotto esame

Quando ci si chiede: «Cosa fanno i caschi blu nel Congo dal 1999?», la prima risposta che viene in mente è: «Proteggono le popolazioni civili». Eppure il problema della sicurezza in Congo continua a peggiorare. Tutti gli analisti riconoscono che il colossale finanziamento della Monusco in Congo – 1,45 miliardi di dollari nel 2013-14, per circa 20.000 uomini – ne fa la più importante e costosa operazione delle Nazioni Unite ai nostri giorni[18]. Al momento della sua creazione, «il suo ruolo era limitato a monitorare la cessazione delle ostilità, al disimpegno e al ritiro delle forze straniere, nonché a facilitare la consegna degli aiuti umanitari»[19].

La successiva evoluzione della Monusco è stata solo un ampliamento delle competenze. In questo lungo inventario di compiti, va da sé che la protezione dei civili dovrebbe essere la cosa più ovvia, ma, in realtà, è la più difficile da realizzare. Da qui l’esasperazione della popolazione congolese, che non chiede altro alle forze di pace che se ne vadano. I congolesi, stanchi delle interminabili uccisioni, accusano la Monusco di una strana passività di fronte ai massacri della popolazione civile. In effetti, l’azione di questa missione nel campo dei diritti umani è ben lungi dal soddisfare i congolesi, soprattutto perché alcuni suoi membri in diverse occasioni si sono resi colpevoli di attività illecite, di violazione dei diritti umani e di mancato rispetto del loro codice di condotta in campo sessuale[20].

Qualche anno fa, un’immagine pubblicata su Twitter da utenti di internet ha mostrato un veicolo blindato bianco, con l’insegna dell’Onu, contenente sacchi di coltan, un minerale che è al centro dei conflitti armati nella parte orientale della Rdc[21]. Era la mattina del 7 ottobre 2018, a Benin, nella regione del Kivu. Tutti gli indizi nell’immagine suggerivano uno sgradevole imprevisto. Per gettare fumo negli occhi, Florence Marchal, la portavoce della Monusco, ha voluto far credere che si trattasse di sacchi di sabbia erroneamente scambiati per minerali. I militari dell’Onu utilizzerebbero forse sacchi di sabbia per proteggersi durante le varie operazioni[22]? I caschi blu vengono anche accusati di essere in combutta con i movimenti ribelli o di scambiare armi con materie prime (oro e diamanti).

Tuttavia non va dimenticato che uno dei più grandi meriti della Monusco rimane il supporto logistico che essa fornisce durante le sessioni elettorali, servendo più di 500 seggi, a volte in zone di difficile accesso[23]. Ma queste azioni positive sono poca cosa rispetto alle estorsioni quotidiane dei ribelli e, purtroppo sempre più spesso, dei soldati dell’esercito nazionale.

Quando si considerano le richieste dei giovani congolesi di fronte all’impotenza delle forze di pace, ci si rende conto che questo malcontento è dovuto, in gran parte, alle aspettative sproporzionate che l’aiuto della comunità internazionale suscita nella popolazione e che poi vengono deluse.

Ma si deve considerare anche l’impegno della Chiesa[24]. Cosa sta facendo la Chiesa cattolica di fronte a tale drammatica situazione in Congo? Non esamineremo qui in dettaglio le iniziative prese dall’episcopato congolese nella vita ordinaria del Paese. Vogliamo solo mostrare come, in un complesso e confuso groviglio di questioni sociopolitiche, i vescovi congolesi facciano risplendere i valori evangelici della pace, della giustizia, della solidarietà, della libertà e della dignità umana. E questo avviene anche a prezzo del loro sangue, come dimostra il crudele assassinio, il 29 ottobre 1996, del gesuita Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu (una città al confine con il Ruanda, che ha accolto migliaia di rifugiati dopo il genocidio ruandese del 1994).

La Chiesa: la miccia di un Paese sull’orlo del collasso

Nella Rdc la Chiesa cattolica si trova concretamente nell’arena politica. Vi opera per allentare le tensioni e disinnescare le crisi, facendo attenzione a non offendere la classe politica o a scoraggiare i cittadini. Interviene perché nei settori dell’educazione, della salute e dei servizi pubblici lo Stato congolese è deficitario. Per questo, nella storia del Paese, essa  è stata accusata di essere in collusione con l’opposizione. Ma i vescovi congolesi, fedeli alla loro missione di evangelizzazione, non hanno mai rinunciato a denunciare gli attacchi ai diritti umani e alla democrazia. Questo coraggio profetico ha spesso portato a incresciosi incidenti e a gravi conseguenze, tra cui l’esilio del card. Joseph-Albert Malula a Roma a causa del braccio di ferro che ha opposto la Chiesa al presidente Mobutu, e l’assassinio di mons. Munzihirwa. Esso è stato dovuto alla sua presa di posizione, come pastore della Chiesa di Bukavu, riguardo al flusso di rifugiati ruandesi arrivati lì dal 1994: «La sua azione a favore dei rifugiati è stata triplice. Li ha visitati di persona nei campi profughi per rendersi conto dell’entità delle loro sofferenze e per consolarli; poi ha mobilitato fondi per aiutarli a soddisfare i loro bisogni; infine, si è impegnato in azioni di difesa dei diritti sia a livello nazionale sia a livello internazionale, per attirare l’attenzione del mondo su questa tragica situazione»[25].

Questa audacia è ciò che papa Francesco chiama parrēsia, cioè «un incitamento all’evangelizzazione che lascia un segno in questo mondo»[26]. In effetti mons. Munzihirwa non ha costruito muri ideologici che separano i gruppi etnici, ma si è adoperato per costruire ponti che incoraggiano e uniscono[27]. Tuttavia, questa soluzione negoziata e non violenta è stata respinta a favore di una soluzione militare: la guerra del 1996 (ripresa nel 1998), la volontà di saccheggiare le risorse minerarie ecc. Mons. Munzihirwa, con il suo schierarsi a favore della giustizia e della verità, dava fastidio e doveva essere eliminato.

Occorre anche ricordare che nel Congo diversi laici cristiani hanno versato il loro sangue per difendere la dignità della persona umana, il rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali. Tra questi, ne menzioniamo due in particolare: Thérèse Kapangala, una giovane che si preparava a intraprendere la vita religiosa, uccisa il 21 gennaio 2018 mentre proteggeva un bambino durante le marce anti-Kabila, represse nel sangue dall’esercito congolese; e Rossy Mukendi Tshimanga, ucciso dalla polizia il 25 febbraio 2018, durante una manifestazione pacifica nella parrocchia di Saint Benoît, nel comune di Lemba, a Kinshasa.

Questo spargimento di sangue irrora certamente il seme dei cristiani, come diceva Tertulliano. Ma rimane un interrogativo importante: come pacificare il Congo? Anche supponendo che l’esercito congolese annienti tutte le forze negative che seminano il terrore nell’Est del Paese, come potrebbero le autorità governare bene, se il nepotismo e la corruzione continuano a incancrenire la classe politica?

Come si può uscire dall’«impasse»?

Sembra dunque che sia giunto il momento di sviluppare un nuovo approccio per riportare la pace nella Rdc e di adottare nuovi metodi di riflessione e di lavoro per operare cambiamenti strutturali. Secondo noi, si dovrebbero riunire tutte le parti interessate nel quadro di un ampio «dialogo inclusivo per la pace» (Dip), che metta insieme i rappresentanti di tutti gli strati della popolazione, di tutte le regioni e della diaspora, simile alla Conferenza Nazionale Sovrana del 1990-92. L’obiettivo principale di questo Dip dovrebbe essere quello di fare una seria analisi delle cause dei conflitti. I partecipanti dovrebbero essere non soltanto le autorità politiche e amministrative locali, ma anche leader di comunità, operatori economici, rappresentanti della società civile e leader religiosi. Anche le donne congolesi dovrebbero essere coinvolte in questo grande scambio.

Tra le questioni chiave da affrontare, due in particolare dovrebbero catturare l’attenzione dei partecipanti. In primo luogo, la divisione e la gestione del potere politico. Il Congo è un Paese in cui l’appartenenza tribale e/o etnica è un riferimento identitario fondamentale, e in cui la democrazia assume soprattutto la forma di una competizione esclusiva tra le diverse comunità, privando così di ogni sostanza il processo democratico. In un contesto del genere, la manipolazione dell’identità etnica è una strategia molto efficace nella lotta per il potere, ma anche nel mantenimento delle guerre intestine. Occorre pensare a un accordo che possa stabilire nuove regole capaci di facilitare una distribuzione equilibrata del potere.

La seconda questione è il ritorno dei rifugiati e degli sfollati. A essa va riservata una grande attenzione, per evitare di riaccendere conflitti armati e di esacerbare le tensioni intercomunitarie. I partecipanti dovrebbero riflettere sul modo migliore di facilitare la reintegrazione dei rimpatriati, o di coloro che hanno acquisito lo status di rifugiati, o di stranieri che hanno formato famiglie con partner congolesi. Il dialogo inclusivo per la pace dovrebbe promuovere una cultura della cooperazione regionale. Occorre forse ricordare che il Congo ha molto da guadagnare riconoscendo la sua dipendenza, se non i suoi forti legami, con i suoi Paesi vicini?

Dobbiamo però non farci illusioni ed essere consapevoli che un dialogo inclusivo per la pace non è una panacea. Il nostro approccio è valido nella misura in cui riconosce ai congolesi il potere di tracciare i propri punti di riferimento per un futuro luminoso, mettendo così fine al ciclo di soluzioni importate, che hanno rivelato i loro limiti.

Inoltre, i dialoghi e le consultazioni sono inerenti alla vita di una nazione civile, in quanto favoriscono un dibattito libero e sereno per arrivare a un compromesso sulle riforme politiche o su altre questioni di interesse nazionale. Questo è ciò che i vescovi congolesi hanno sempre sostenuto, ed è in questa prospettiva che il card. Laurent Monsengwo Pasinya, allora arcivescovo di Kisangani, ha presieduto la memorabile Conferenza Nazionale Sovrana (Cns), i cui risultati meritano di essere di nuovo studiati per attuare il dialogo inclusivo per la pace.

Nel concludere questa riflessione, vogliamo rispondere a tutti coloro che si domandano quale sia l’avvenire di questo Congo, sballottato da tante vicissitudini. Il Paese non morirà, vivrà. La speranza di un Congo migliore e prospero, più bello di prima, è ancora possibile. Ma perché questo credo diventi una realtà e faccia uscire il Paese dal vicolo cieco, è importante che i congolesi stessi prendano coscienza della responsabilità che ricade su di loro in questa situazione. Tale consapevolezza dovrebbe motivarli a lavorare assiduamente per trasformare radicalmente la società congolese, per creare opportunità affinché l’intera popolazione si faccia carico di se stessa una volta per tutte. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare il corso della storia in modo che sul terreno bruciato di queste guerre i nuovi germogli siano i più forti, i più verdi, i più splendenti e i più fruttuosi possibili.

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CRISIS IN THE DEMOCRATIC REPUBLIC OF THE CONGO

The article shows how the war in the East of the Democratic Republic of Congo is inseparable from the functioning of Congolese socio-political structures, linking the damaging consequences of regional wars with the Rwandan genocide of 1994. While pointing the finger at internal actors and external forces in a war that is likely to last for a long time, the value of humanitarian aid and the UN mission for the stability of Congo (Monusco mission) is examined. To get Congo out of this impasse, an inclusive dialogue for peace is proposed, like that of the 1990-92 Sovereign National Conference.

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[1].      Cfr S. Kandolo, «Les violences sexuelles en milieu urbain: cas de la ville de Lubumbashi, République Démocratique du Congo», in Santé Publique 29 (2017/1) 125-131.

[2].      Cfr N. Tshiani, La force du Changement, Paris, Éditions du Panthéon, 2016, 11 s.

[3].      Il fiume Congo è lungo 4.700 km. È il secondo fiume d’Africa per lunghezza, dopo il Nilo (6.695 km).

[4].      Patrice Emery Lumumba è stato il Primo ministro della Rdc dopo l’indipendenza del Paese nel 1960. È stato assassinato alcuni mesi dopo aver assunto questo incarico, il 17 gennaio 1961. La sua tragica morte ha provocato una forte reazione internazionale e ha contribuito a rendere il leader congolese un eroe nazionale nella Rdc e un’icona del panafricanismo e della storia delle indipendenze africane.

[5].      Cfr F. Ngolet, Crisis in the Congo: The Rise and Fall of Laurent Kabila, Basin­gstoke, Palgrave Macmillan, 2011, 3; 14.

[6].      Cfr ivi.

[7].      L’Unione Congolese per la Democrazia (Rassemblement Congolais pour la Démocratie, Rcd), creata a Goma e Bukavu (Congo orientale), era sostenuta dal Ruanda. Più tardi, nel settembre 1998, l’uomo d’affari congolese Jean-Pierre Bemba creò un secondo gruppo ribelle, il Movimento per la Liberazione del Congo (Mouvement pour la Libération du Congo, Mlc), appoggiato dall’Uganda. Pochi mesi dopo, la discordia tra il Ruanda e l’Uganda causò una scissione nell’Rcd. Si crea­rono due movimenti: l’Rcd-Goma (Rdc-g), sostenuto dal Ruanda, e l’Rcd-Kisangani/Movimento di liberazione, sostenuto dall’Uganda.

[8].      C. Braeckman, «La “première guerre mondiale africaine”», in Le Soir + (paywall), 20 gennaio 2001.

[9]  .    Conferenza episcopale nazionale del Congo, Arrêtez de tuer vos frères (www.cenco.org/arretez-de-tuer-vos-freres).

[10].    Cfr F. Maertens de Noordhout, «Violences sexuelles en République démocratique du Congo: “Mais que fait la police?”», in Revue interdisciplinaire d’études juridiques, vol. 71, n. 2, 2013, 213-241.

[11].    Citato in C. Seymour, The Myth of International Protection: War and Survival in Congo, Oakland, CA, University of California Press, 2019, 66.

[12].    Cfr ivi.

[13].    Ocha, «About OCHA DRC», in www.unocha.org

[14].    Cfr il comunicato stampa di Ocha, «The Single Largest Impediment to the Humanitarian Response in DRC is Underfunding».

[15].    Citato in C. Seymour, The Myth of International Protection: War and Survival in Congo, cit., 67.

[16].    Cfr V. M. Nshurani, «L’aide humanitaire au gré des prédateurs en RDC», in PhiLab (https://philab.uqam.ca/blogue-accueil/international/laide-humanitaire-au-gre-des-predateurs-en-rdc), 4 gennaio 2019.

[17].    Ivi.

[18].    Cfr X. Zeebroel, «La Mission des Nations Unies au Congo: le Léviathan du maintien de la paix», in Cahiers africains 76 (2009) 139.

[19].    Ivi, 142.

[20].    Cfr G.-H. Lonsi Koko, Mais quelle crédibilité pour les Nations Unies au Kivu?, Paris, L’Atelier de l’Egrégore, 2019, 28; 30.

[21].    Cfr J. Ndinga Ngoma, «Des images qui pourraient embarrasser la Monusco», in Africanews (https://fr.africanews.com/2018/10/09/rdc-des-images-qui-pourraient-embarrasser-la-monusco), 9 ottobre 2018.

[22].    Cfr G.-H. Lonsi Koko, Mais quelle crédibilité pour les Nations Unies au Kivu?, cit., 31.

[23].    Cfr X. Zeebroel, «La Mission des Nations Unies au Congo: le Léviathan du maintien de la paix», cit., 140.

[24].    Occorre riconoscere che altre confessioni religiose contribuiscono in diversi modi a sostenere la società congolese. Ma qui parliamo soprattutto della Chiesa cattolica.

[25].    R. Kyungu, La liberté intérieure comme fruit du discernement spirituel: Tentative d’un portrait spirituel du Serviteur de Dieu Monseigneur Christophe Munzihirwa, SJ, Archevêque de Bukavu (1926-1996), Kinshasa, Editions Loyola, 2021, 184; 186.

[26].    Ivi, 168.

[27].    Cfr ivi, 155.

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La corruzione che uccide

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