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Yonnondio è una parola della lingua dei nativi americani della tribù degli Irochesi. Essa condensa in sé una molteplicità di significati che ruotano intorno all’esperienza del lutto, dando forma sonora al sentimento della nostalgia per qualcosa che si è perso. Whitman la usa per rendere onore alla cultura dei nativi americani. La stessa parola Yonnondio, lamento per una perdita, viene scelta da Tillie Olsen per intitolare questo romanzo, straordinario per contenuto, toni e vicende editoriali. Iniziato nel 1932, quando l’autrice aveva 19 anni, venne ritrovato in un vecchio baule nel 1972 e ripreso in mano dalla stessa scrittrice che lo pubblicò nel 1974.
Il romanzo si articola in otto capitoli e racconta le vicende della famiglia Holbrook nella seconda metà degli anni Venti. Tra Wyoming, South Dakota e Nebraska seguiamo Jim e Anna, con i figli Mazie, Will, Ben, Jimmie e Bess, impegnati nella lotta per la sopravvivenza quotidiana. Si succedono gli sfondi di questa battaglia: prima in miniera, poi in una fattoria e infine nella periferia di una grande città – forse Omaha –, dove Jim ha trovato lavoro in una fabbrica di carne in scatola.
Olsen si rivela una scrittrice straordinaria. Il suo sguardo è insieme brutale e innocente, illuminato e feroce. Il suo linguaggio, molto espressivo ed elastico, è capace di una grande ampiezza di toni, oscillando in un arco di scrittura che va dallo stile narrativo più tradizionale fino a pagine di maggiore sperimentazione linguistica. Colpisce il coinvolgimento sensoriale e il mutare continuo dei punti di vista e delle voci. La tessitura umana, biografica e intellettuale della scrittrice conferisce al testo un intenso sguardo etico e l’urgenza di dar voce a chi voce non ha. L’autenticità della spinta interiore le evita di incagliarsi in una prevedibile denuncia sociale e ci restituisce invece i volti e le impressioni vividissime di ambienti popolari che altrimenti sarebbero rimasti nell’oscurità. Uno degli elementi di forza della scrittrice è la fedeltà ai suoi personaggi, che lei non tradisce mai trasformandoli in idee o in macchiette senza spessore umano.
Come Steinbeck di Uomini e topi, Olsen sceglie un punto di vista inaspettato, ma compie la scelta coraggiosa di dare spazio allo sguardo femminile per descrivere il mondo dei disperati, in particolare quello di Anna e di Mazie, che all’inizio del romanzo ha sei anni. In un tempo – gli anni Trenta – ancora dominato da modelli fortemente maschili e borghesi, la scrittrice sceglie di parlare degli ultimi, lasciando la parola alle donne e ai bambini.
Con la pubblicazione di Yonnondio Marietti1820 ha certamente colmato un vuoto, affiancando ai racconti meravigliosi di Fammi un indovinello questo romanzo che viene infine restituito ai lettori. La pubblicazione risalta anche per la scelta di unire al romanzo alcuni capitoli del saggio Silenzi infiniti. La scrittura di Tillie Olsen di Cinzia Biagiotti, che della Olsen può essere considerata una delle massime conoscitrici in Italia. Il suo prezioso commento aiuta a collocare la figura della scrittrice nel panorama letterario statunitense e ad analizzare le varie sezioni di Yonnondio.
Biagiotti esprime alcune riserve sulla seconda parte del romanzo, in particolare sull’ultimo capitolo. A noi è piaciuto molto, e lo sperimentalismo che lo contraddistingue ci sembra in sintonia con il romanzo patchwork che oggi è sempre più diffuso. Quindi Olsen risulta essere una scrittrice inaspettatamente post-moderna per la varietà dei toni che usa. La sua lingua elettrica, infatti, si sposa molto bene con la sensibilità all’impressione visiva, al frammento, alla giustapposizione degli elementi, degli stili e dei toni che contraddistingue la contemporaneità.
Sorge quindi spontanea la domanda: Yonnondio è dunque un libro attuale? Per molti aspetti non lo è. La società che esso descrive non esiste più nel mondo occidentale. La situazione femminile è infatti profondamente cambiata. Letto con questo approccio, Yonnondio appartiene a un’altra epoca. Per altri elementi, invece, il romanzo ci sembra ancora molto vero oggi, anzi, più di qualche decennio fa. Una certa forma di sfruttamento della forza lavoro ha cambiato le veste con la quale si presenta sul palcoscenico del mondo, ma la dinamica che mira a una indecente concentrazione della ricchezza purtroppo è rimasta immutata. C’è ancora spazio per sentire la fatica di vivere degli Holbrook.