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Meticolosamente tradotto e curato da Vito Punzi, questo libro raccoglie sia la corrispondenza tra i due autori sia altri scritti nei quali Hans-Joachim Schoeps ha riflettuto sul rapporto che il narratore praghese aveva intessuto con la cultura ebraica. Il lettore ha così l’opportunità di approfondire la propria conoscenza di un tema che, nell’ambito degli studi su Kafka, è stato e continua a essere di capitale importanza.
Accomunati dall’interesse per la vita e l’opera del narratore, che era venuto a mancare nel giugno del 1924, Brod e Schoeps si scrissero 52 lettere in un arco di tempo compreso tra il 1929 e il 1951: un carteggio che si interruppe unicamente durante gli anni del conflitto e costituisce un documento esteso e circostanziato sulla presenza ebraica nell’Europa della prima metà del Novecento, allorché il dibattito su sionismo e integrazione, germanesimo e religione si fece ampio e vibrante.
Va anzitutto sottolineato come il sentimento di reciproca stima esistente tra i due studiosi li abbia condotti a dare vita a un’intensa collaborazione, volta a giungere alla pubblicazione degli inediti kafkiani, quelli che – stando alle disposizioni impartite dallo scrittore – erano destinati a essere dati alle fiamme. Su richiesta di Brod, sarebbe poi stato Schoeps a mettersi alla ricerca di un editore che desse alle stampe i materiali in questione: lo trovò nel berlinese Gustav Kiepenheuer. Così, nel maggio del 1931, vide la luce il volume dal titolo Beim Bau der Chinesischen Mauer («Durante la costruzione della muraglia cinese»), che conteneva «racconti inediti e altre prose provenienti dal lascito di Franz Kafka» e fu accolto da recensioni estremamente positive.
Occorre anche osservare come nelle loro missive i due studiosi non si limitino a discutere delle opere di Kafka suscettibili di pubblicazione, ma affrontino temi filosofico-religiosi, riguardo ai quali si trovano sovente in aperto contrasto. Se da una parte concordavano nel ritenere che Kafka appartenesse al novero dei grandi homines religiosi – individui cioè che hanno vissuto l’esperienza del sacro –, dall’altra dissentivano sulla valutazione dell’atteggiamento assunto da Kafka nei confronti del sionismo: Brod vi vedeva una decisa adesione all’ideale propugnato da Theodor Herzl; secondo Schoeps, invece, non esistevano prove né indizi che consentissero di sostenere una simile interpretazione.
A proposito poi dell’ebraismo, a Brod fu imputato di aver quasi inventato la professione di Kafka per il giudaismo e la sua volontà di contribuire all’edificazione di uno Stato israelita nell’allora Palestina. Schoeps era stato uno dei suoi accusatori, tanto da essere arrivato a scrivere: «Mi dispiace, ma non posso fare a meno di vedere il sionismo come un pericolo per il vero ebraismo, un pericolo forse anche più grande del liberalismo, che era di fatto innocuo, cioè era ideologico. Nel sionismo, invece, c’è una trasformazione attiva della sostanza ebraica in direzione della secolarizzazione» (p. 87). Era evidente che tali divergenze avrebbero, prima o poi, pregiudicato la loro collaborazione.
In seguito, l’ascesa al potere di Hitler e dei nazionalsocialisti avrebbe in ogni caso messo gli editori nell’impossibilità di dare alle stampe qualunque scritto fosse stato vergato da autori di origine ebraica. Accadde di conseguenza che il secondo volume delle opere di Kafka, la cui pubblicazione era prevista per la primavera del 1933, rimanesse un mero progetto.
Successivamente, alla fine del 1939, Schoeps andò in esilio in Svezia; Brod avrebbe invece lasciato Praga appena qualche mese dopo, alla volta della Palestina. Nel dopoguerra, le loro posizioni sarebbero state assai distanti. I due studiosi rimasero comunque in contatto, perché condividevano l’interesse per le questioni filosofico-religiose e teologiche, sulle quali continuarono a confrontarsi per decenni.