RECENSIONE

LA RISATA DELL’INVISIBILE

Raffaele Bussi

Quaderno 4073

pag. 515 - 516

Anno 2020

Volume I

7 Marzo 2020
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È l’abbazia di San Nilo, acquisita dopo il Concilio di Trento al patrimonio del Collegio Capranica, lo scenario nel quale Pasquale Maffeo ambienta il suo romanzo La risata dell’invisibile. In questo luogo di penitenza, agli inizi del Duemila, come è sempre avvenuto nel passato, una dozzina di comuni mortali trovano accoglienza e ospitalità per scampare ai contagi del mondo e scrollarsi di dosso le «croste» che li hanno investiti nel cammino terreno. È l’occasione per interrogarsi, narrando il proprio coinvolgimento in trame nefande nelle quali sono stati coinvolti, in uno scenario dove vanno lasciati fuori porta meriti e demeriti, guadagni e perdite, ascese e cadute di ciascuno di loro, assommando solo verità, scavando unicamente nel profondo nell’anima.

A bussare per primo al portone della pia casa è l’ambasciatore Ottavio de Rinaldis, il quale, dimentico delle cose eterne, si era lasciato impigliare nelle trame della realtà che muta e passa. Ma il perché del nascere e del morire, del mistero, dell’incognita dell’essere, un indagare se tutto abbia un inizio non casuale e una fine non meccanica, sono interrogativi che in più occasioni erano affiorati nel protocollo delle sue giornate. Poi fa la comparsa Alberica, trent’anni spesi nella scuola, mai interessata alla politica, ma in grado di osservare e meditare. Questo atteggiamento l’ha resa capace di individuare la trappola che snatura la funzione parlamentare: la democrazia.

Quindi si presenta Leonida, un pubblicitario, inventore di «aureole verbali», conoscitore di imbrogli che mettono i manipolatori del potere a girare la ruota nel verso che vogliono, promuovendo l’imbroglio. Poi è la volta di Elena Zaratova, cantante lirica che, abbandonata dalla voce, scopre la geografia della miserabilità, il mondo dei meno fortunati, quei bambini e preadolescenti caduti nell’inferno terrestre, sfruttati in mille modi per un tozzo di pane.

A chiudere la rassegna sono Kurt Landermann, il vero medico personale di Adolf Hitler; il detective Macrobio; e altri, da Maura Viani, giornalista d’assalto alle prese con un’inchiesta che riguardava la morte di Enrico Mattei, fino a Baldo, un assassino senza scrupoli, approdato sull’altra riva dell’Atlantico, al servizio della malavita americana.

Uno scenario ben assortito di uomini e donne che, tra accuse e ammissioni di colpe, materializzano lo sconcertante scenario del mondo contemporaneo, che l’autore non solo rappresenta, ma sottopone a un pesante giudizio morale. Tutto il male del mondo, con le ingiustizie sociali, la corruzione e manipolazione delle coscienze, conseguenza della deriva del Potere, viene stigmatizzato da Maffeo senza sconti di sorta. Egli denuncia senza mediazione che il male sfregia e mutila, e non è una favola, perché l’orco esiste e la sua risata si materializza più volte nello scenario dell’abbazia, nel tentativo di turbare i protagonisti, con ogni mezzo, attraverso battute beffarde e azioni eclatanti. Ancora una volta il Maligno ha tentato di arpionare, ma è stato bloccato dalla recondita fede dell’essere umano, il quale – comunque lo si voglia scrutare e raccontare nelle sue caratteristiche –, nel profondo, dove nessuno può spiarlo, rimane un mistero di bene e di male.

Giuseppe Langella, prefatore all’opera, osserva che dal romanzo proviene un bilancio critico della civiltà contemporanea, e che l’autore non si abbandona neanche un momento al pessimismo della volontà, ma lo addita per evitare che la persona umana possa essere ignorata, asservita e sacrificata a interessi di chi detiene il monopolio del mondo.

PASQUALE MAFFEO
La risata dell’invisibile
Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2019, X-114, € 18,00.

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