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La problematica intorno al diritto divino, in un modo o nell’altro, è sempre stata una vexata quaestio per filosofi, teologi e giuristi, fino a costituire, in qualche periodo come il nostro, quasi un «tabù». D’altra parte, l’ondeggiare delle opinioni o la veemenza delle correnti culturali che si succedono non sono in grado di scalfire la verità oggettiva, o tantomeno di stravolgerla nel tentativo di adattarla al momento storico.
Il volume di Errázuriz affronta in modo diretto l’argomento della natura e funzione del diritto divino nell’ordinamento della Chiesa. L’opera si inserisce nel solco della riflessione ormai consolidata dell’A. e ne rappresenta una sintesi matura, caratterizzata da una particolare attenzione alla rilevanza pratica del tema. In modo specifico, il suo obiettivo è quello di «precisare in quale senso il diritto divino ecclesiale è vero diritto, cosa significa che esso sia divino, e in quale relazione si pone rispetto alla Chiesa. In altre parole, bisogna cercare di rispondere a tre quesiti molto semplici nella loro formulazione, ma di risposta tutt’altro che facile: cos’è il diritto?, cos’è il diritto divino? e cos’è il diritto divino nella Chiesa?» (p. 89).
Lo studio è diviso in due parti. Nella prima, l’A. tratta di alcune dottrine circa la giuridicità del diritto divino, della nozione di diritto e delle conseguenze operative; presenta autori e scuole che nel XX secolo hanno affrontato l’argomento, e ne dà una valutazione critica. Nella seconda parte, l’A. tratta del diritto divino ecclesiale nell’ottica del bene giuridico, e della sua essenza e rilevanza pratica; presenta e giustifica le conclusioni alle quali è giunto: il diritto divino è vero diritto che consiste essenzialmente in un «bene giuridico». «È un bene appartenente a un soggetto, anzitutto la persona umana, in quanto gli è dovuto secondo giustizia da un altro soggetto» (p. 93), nella consapevolezza che il suum a ogni persona è stato dato da amministrare dallo stesso Creatore (cfr Mt 25,15; 1 Cor 4,7).
Così l’A. chiarisce fin dall’inizio che il diritto divino non può essere inteso come un limite esterno o puramente teologico imposto al diritto canonico, ma come un elemento costitutivo dell’esperienza giuridica ecclesiale. Esso è presentato come autentico diritto, in quanto capace di fondare situazioni giuridiche oggettive, diritti e doveri reali, nonché strutture istituzionali e limiti vincolanti all’esercizio della potestà. Errázuriz prende criticamente le distanze sia dalle impostazioni positivistiche, che tendono a identificare il diritto ecclesiale con la sola produzione normativa dell’autorità, sia dalle concezioni spiritualistiche, che relegano il diritto divino nell’ambito della morale o della teologia priva di incidenza giuridica. In alternativa, propone una visione realistica del diritto nella Chiesa, coerente con la sua natura di comunione visibile e strutturata.
Particolarmente rilevante è la distinzione tra diritto divino naturale e diritto divino positivo, intesi come dimensioni complementari e convergenti: il primo fonda la soggettività giuridica della persona nella Chiesa; il secondo incide sulla struttura sacramentale e gerarchica dell’ordinamento ecclesiale. Entrambe le dimensioni concorrono a determinare limiti giuridicamente vincolanti per l’autorità, offrendo un solido fondamento alla tutela dei diritti dei fedeli.
L’attenzione alla dimensione pratica, esplicitata nel sottotitolo, consente all’A. di illuminare questioni attuali quali la validità delle leggi ecclesiastiche, l’esercizio della discrezionalità amministrativa e il rapporto tra riforma istituzionale e continuità giuridica. Ne emerge una concezione del diritto divino come principio di giustizia e di garanzia che esige l’obbedienza innanzitutto da chi esercita la legittima autorità nella Chiesa.
Nel complesso, il volume costituisce un contributo chiaro e sistematico, di notevole valore scientifico, un punto di riferimento per gli studi di diritto canonico e per la riflessione sull’esercizio del governo nella Chiesa.