|
|
Jean-Luc Marion è un filosofo francese, tra i massimi studiosi di Cartesio, Husserl e Heidegger, figura di spicco del pensiero contemporaneo d’Oltralpe. Il saggio dell’A. ci offre un approfondimento degli aspetti più originali e innovativi del pensiero di questo filosofo.
Iniziando dalle opere Da altrove, la rivelazione e Dato che, l’A. ci presenta l’interpretazione della rivelazione e della storia della salvezza da parte di Marion. Questi, nella prospettiva di un superamento della metafisica tradizionale, propone la rivelazione cristiana nell’ambito dei «fenomeni saturi», «in cui l’intuizione sopravanza il concetto e la verità si dà in forme sorprendenti, irriducibili a definizioni categoriali, indimenticabili per il loro potere trasformativo, aperte a un’ermeneutica perenne, coinvolgenti la soggettività del credente, che funge da semplice testimone di un evento che muove da altrove» (p. 28).
Se la rivelazione è un «fenomeno rivelatore» che viene da altrove, per dare delle risposte al «come» e al «perché» ciò accada, Marion presenta la strada della fenomenologia: al fenomenologo non spetta il compito di dimostrare, ma di mostrare quello che gli accade di vivere e percepire, anche se solo in modo parziale. È proprio del fenomeno il «darsi», e la fenomenologia «può solo mostrare, non dimostrare (come tenta di fare la metafisica), né interpretare (come tenta di fare l’ermeneutica)» (p. 44).
Ma come si può pensare Dio superando la categoria dell’ente? Come riconoscerlo, come distinguerlo dal maligno? L’A. ci introduce così, con uno spirito indagatore e critico nei confronti del filosofo francese, alla «datità», al perenne manifestarsi di Dio donandosi. Il divino si manifesta nella relazione, e non nel presunto possesso di verità da parte dell’uomo, perché «essere non è un nome praticabile per dire il Dio della teologia cristiana, mentre quello di amore sarebbe più pertinente». L’essere di Dio postula la donazione: «Dio è quel bene (o il Bene stesso) che dona e si fa dono» (p. 89). Riferendosi al libro Dio senza essere, Cattorini ricorda che per Marion la donazione, che si lascia pensare e lodare, resta innominabile e si mostra «nell’icona di chi si dona su una croce offrendo ai donatari la possibilità di ri-dare il dono, di restituirlo praticamente. L’amore non si dice, ma si fa» (p. 90).
La seconda parte del saggio è dedicata alle implicazioni etiche ed estetiche della rivelazione come donazione, con interessanti richiami al ruolo dell’arte. Il pensiero di Marion si presenta complesso, a partire dal titolo stesso del libro, che può essere interpretato in più modi. È un titolo, come ricorda l’A., che può essere compreso solo dopo aver letto il libro e che cripticamente fa una sintesi delle considerazioni del filosofo francese. In primo luogo, Dio ci ha, ossia ci possiede, perché si dona a noi incondizionatamente; e ci ha, perché ci coinvolge sul piano esistenziale piuttosto che su quello intellettuale. Il ci ha allora rimanda a un atteggiamento relazionale: Dio si rivolge a noi, perché ha cura di noi. Se invece viene inteso come complemento oggetto, Dio è ciò a cui (ci ho) ho pensato e ci voglio credere. Il «ci» diventa «il qui in cui Dio accade; a questo ci, in cui Dio mi ha parlato, non posso non tornare» (p. 17).