|
|
Sembra proprio che le democrazie occidentali non godano di buona salute. Sistemi politici sovente instabili, soggetti a subire spinte centrifughe e costretti a fare i conti con le incertezze dei cicli economico-finanziari, a dover operare in un contesto di relazioni internazionali ormai caratterizzato da un ordine multipolare, si trovano ad affrontare da qualche anno un’ulteriore, seria minaccia: quella messa in atto dai regimi autocratici.
La saggista Anne Applebaum (1964) fornisce in questo contributo un resoconto decisamente allarmante della situazione attuale, poiché la sua analisi induce il lettore a ritenere che quei regimi siano in grado di sfruttare appieno le debolezze dell’Occidente, di insinuarsi nelle sue crepe, di evidenziarne i paradossi irrisolti, nonché – last, not least – di metterne in discussione i valori.
Ma come si configurano, al giorno d’oggi, le autocrazie? Secondo la studiosa, esse hanno ben poco a che vedere con la loro immagine tradizionale, cioè quella in base alla quale hanno al loro vertice un dittatore malvagio dai cui ordini dipendono l’esercito e la polizia; l’uno e l’altra opprimono il popolo, potendo contare anche sull’operato di molti collaboratori senza scrupoli.
L’A. sostiene invece che esse siano governate da reti sempre più sofisticate, capaci di connettere tra loro strutture finanziarie, servizi di sicurezza di uno o più Paesi e specialisti che rendono possibile ed efficiente l’attività di sorveglianza, propaganda e disinformazione. I vari despoti, padroni di quelle reti, condividono sia risorse sia obiettivi; la loro azione non è ispirata affatto dall’ideologia, ma dalla spietata volontà di conservare il proprio potere e la propria ricchezza. La loro compattezza è inoltre assicurata dalla presenza di un nemico comune: il mondo democratico e i valori di tolleranza, dignità umana, responsabilità e libertà ai quali esso si ispira e che intende difendere.
È importante sottolineare come, a differenza di quanto è accaduto in passato, attualmente non esistano alleanze militari o politiche di cui fare parte, né «blocchi» ai quali aderire. La rete dei tiranni è in grado di andare oltre ogni differenza ideologica, geografica e culturale di sorta; è dunque possibile osservare come, a poco a poco, si siano andate formando e saldando alleanze che mirano a dare vita a una realistica alternativa alle democrazie occidentali. L’A. fa notare: «Tra gli attuali autocrati ci sono personaggi che si definiscono comunisti, monarchici, nazionalisti e fautori della teocrazia. I loro regimi hanno radici storiche, obiettivi ed estetiche differenti» (p. 4). E prosegue dicendo che questi uomini forti condividono «la determinazione a privare i cittadini di qualsiasi influenza reale o della possibilità di far sentire la propria voce, a respingere ogni forma di trasparenza o di responsabilità, a reprimere chiunque, all’interno o all’estero, li sfidi».
La studiosa è comunque dell’idea che, di fronte a una simile minaccia, il mondo democratico possa riuscire a organizzarsi in modo da resistere all’offensiva posta in essere dalle autocrazie. È necessario, a suo avviso, elaborare e attuare una strategia complessa, che viene esposta in maniera convincente nelle ultime pagine del libro. Le democrazie dovrebbero, in primo luogo, limitare la propria dipendenza da minerali, semiconduttori e fonti di energia provenienti da quei Paesi che potrebbero farne un’arma di ricatto; contrastare la disinformazione attraverso un’attività giornalistica che miri a essere autorevole, trasparente, responsabile; ostacolare le transazioni internazionali opache o sospette, utilizzate sovente dagli autocrati per accumulare enormi patrimoni ed estendere poi la loro sfera di influenza.