In un precedente contributo[1] si è notato che una delle difficoltà a concepire l’altruismo come praticabile e reale è la sua valutazione in termini di disinteresse assoluto, fino ad annullare la cura di sé, in pratica una forma larvata di masochismo, che porterebbe, se attuata in maniera coerente, all’autodistruzione o alla rovina economica. In tale concezione, la persona altruista non dovrebbe provare alcuna gratificazione o interesse personale; qualunque motivazione inficerebbe infatti la bontà delle sue intenzioni. Una definizione che finisce dunque per assumere una forma caricaturale o drammatica.
La teoria dell’altruismo genuino sostiene invece l’esistenza di motivazioni autenticamente orientate al benessere altrui, indipendentemente da eventuali benefìci personali: ciò che risulta davvero rilevante è che l’aiuto comporta un effettivo beneficio nel ricevente.
Parlare di altruismo come di assenza di motivazioni e di vantaggi da parte di chi aiuta si rivela ambiguo anche circa il modo di pensare la relazione, intendendola come del tutto sbilanciata sul piano dell’aiuto e separata nei ruoli: da una parte, la piena autonomia e, dall’altra, la totale dipendenza. Ma è davvero questa la verità della relazione? Quando si riflette su questo tema, si nota piuttosto un arricchimento vicendevole, anche se non quantificabile o divisibile in parti uguali. Si può dunque realisticamente sostenere che tutti siamo un po’ egoisti, e nello stesso tempo tutti siamo più o meno altruisti; ciò che fa la differenza non è l’assenza di gratificazioni o di motivazioni, ma una serie di altri elementi, complessi e strettamente intrecciati tra loro, che si cercherà di evidenziare soprattutto a livello di indagine psicologica e di fenomenologia storica. Il tema, come si può immaginare, è complesso ed estremamente ricco, e coinvolge molteplici discipline. Richiede quindi di introdurre opportuni limiti.
Il contributo delle scienze umane
Le ricerche di Felix Warneken e Michael Tomasello, più volte riprese in sede di psicologia dello sviluppo, hanno dimostrato che gli esseri umani, già a 14 mesi, manifestano spontaneamente comportamenti di aiuto verso adulti sconosciuti in difficoltà. I bambini, ad esempio, li aiutano a raccogliere oggetti caduti accidentalmente, aprono armadi quando l’adulto ha le mani occupate, e forniscono informazioni utili attraverso gesti indicativi quando si cerca qualcosa; sono in grado anche di riconoscere la tristezza dell’altro e di soccorrerlo, naturalmente a partire dal loro modo di considerare le cose: «Un bambino di tre anni, che vede un adulto triste, lo consola offrendogli il proprio orsacchiotto»[2]. Secondo queste ricerche, l’altruismo si manifesta come una
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