La crescente idealizzazione della figura del Beato Angelico negli ultimi due secoli e la sua elevazione agli onori degli altari nel 1982 sono avvenute simultaneamente con la sua relegazione a un posto sempre più marginale nel periodo storico-artistico del Quattrocento italiano, come se santità e talento si escludessero a vicenda. L’Angelico è stato riconosciuto come precursore di tanti movimenti artistici confessionali sorti nel corso dei secoli a Roma e nel mondo intero, ma occorre ancora restituire la sua figura alla complessità delle provocazioni storiche e riconoscere le sue ineguagliabili capacità che gli hanno valso apprezzamenti unanimi. La recente mostra a cura di Carl Brandon Strehlke a Firenze, conclusasi lo scorso 25 gennaio, la più grande mai realizzatasi, con ben più di 140 opere esposte e 28 restauri o indagini diagnostiche eseguite per l’occasione, non poteva non rilanciare anche il settore degli studi sull’artista[1].
Del Beato Angelico, nato Guido di Piero (ca. 1395-1455), poi divenuto frate domenicano con il nome di Giovanni da Fiesole, lo spettatore è stato sempre invitato a esaminare i dipinti in termini di «luogo teologico», a partire dalle continue trasposizioni di senso tra il medievale e il moderno, oppure a fare un esercizio meno vincolante, quello di godere la contemplazione di una sorprendente «economia della figura», con cui si è introdotto negli ultimi decenni un modo nuovo di accostarsi all’artista. In entrambi i casi, lo sforzo di penetrare nel mondo religioso dell’Angelico equivale a ciò che lo storico dell’arte francese Georges Didi-Huberman chiamava un’«unzione dello sguardo»[2].
Chi ha avuto la possibilità di ammirare il Convento di San Marco a Firenze può testimoniare il carattere stimolante di quell’esperienza immersiva che l’arte del Beato Angelico propone. Inoltre, questo esercizio fa capire che qualsiasi retrospettiva a lui dedicata, per quanto ambiziosa e ingegnosa possa essere, restituirà soltanto parzialmente il fascino mistico di quegli umili interni sprovvisti di arredi, quasi «vuoti», ma arricchiti di un senso di presenza sbalorditivo. Forse soltanto le tombe etrusche di Tarquinia riescono ancora adeguatamente a evocare istanti operosi delle virtù eroiche, sebbene in quei luoghi tutto appaia orientato verso le soglie invalicabili dell’aldilà, mentre le celle di San Marco conducono verso situazioni temporali in cui l’inafferrabile trova incessantemente il suo spazio di azione.
Accogliendo le sfide dei suoi tempi
Una formella della Porta bronzea della Basilica di San Pietro ricorda, tramite un testimone oculare, la visita a Roma dell’imperatore germanico Sigismondo di Lussemburgo, nel 1433, dopo
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