Perché si continuano a fare guerre?
La recente invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha risvegliato nell’Occidente antiche paure e l’ha costretto a confrontarsi con una problematica che riteneva essersi lasciata definitivamente alle spalle. La guerra mostra uno dei tanti aspetti paradossali dell’essere umano, l’unico tra le specie viventi a intraprendere questa attività del tutto irrazionale. La guerra è infatti essenzialmente devastatrice: chi vi partecipa mette a rischio il suo bene più grande, la vita, provoca povertà, distrugge nazioni, porta malattie, ferite e traumi che durano per molti anni anche dopo la sua fine. Eppure essa è attestata fin dagli albori della vita umana, e non esiste periodo in cui si registri la sua totale assenza. È sintomatico che la stessa storia, sia sacra sia profana, venga fatta iniziare con un fratricidio.
Che non sia facile liberarsi della guerra è mostrato dalla sua costante presenza anche nella pacifica vita quotidiana: nomi di vie e piazze, stazioni ferroviarie e metropolitane, monumenti, saggi, film, opere d’arte, fumetti, videogiochi sono dedicati a battaglie, eroi, condottieri. L’assetto attuale della maggior parte degli Stati è legato alle guerre, così come la loro storia. E ha dietro di sé una complessa organizzazione che finisce per interessare ogni ambito della vita: «Tra tutte le attività dell’uomo, la guerra è forse quella meglio pianificata, e ha, di rimando, stimolato una maggiore organizzazione della società […]. Accrescendo il potere dei governi, la guerra è stata fautrice anche di progressi e cambiamenti […]. Siamo diventati più bravi a uccidere e allo stesso tempo meno tolleranti nei confronti della violenza verso il prossimo»[1].
La guerra è insieme temuta e affascinante. Quando ha la pazienza di studiarla, vincendo la tentazione di voltare altrove lo sguardo, l’uomo è costretto a guardare dentro di sé, al mistero che lo costituisce e che smentisce la sua dimensione essenzialmente razionale.
Alcune possibili motivazioni. L’avidità
Come ha detto qualcuno, si trova sempre, se si vuole, un motivo per dare corso alle ostilità. Il problema è capire perché lo si vuole. Ripercorrendo alcuni studi compiuti in proposito, emergono motivazioni ricorrenti. Anzitutto il binomio avidità-aggressività.
L’avidità, e la sua ricaduta aggressiva, è una caratteristica dell’uomo, resa celebre dal filosofo Thomas Hobbes, la cui concezione della vita può essere riassunta dal motto homo homini lupus (in realtà coniato da Plauto nell’ Asinaria). Hobbes, nella sua opera principale, intitolata significativamente Leviatano – il mostro primordiale biblico, simbolo del caos e della distruzione –, pubblicata nel
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