Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva (foto: Neusa Cadore. Nostra elaborazione).

LULA, PRESIDENTE ELETTO DI UN BRASILE POLARIZZATO

Quaderno 4140

pag. 582 - 594

Anno 2022

Volume IV

17 Dicembre 2022
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Mancavano pochi minuti alle ore 20 del 30 ottobre e lo spoglio aveva raggiunto il 98% delle schede elettorali, quando la Corte elettorale ha confermato l’elezione di Luiz Inácio Lula da Silva a presidente del Brasile per i prossimi quattro anni. Una vittoria risicatissima, con un margine di poco più del 2% di voti a favore rispetto all’avversario Jair Messias Bolsonaro, presidente in carica e candidato alla rielezione. Ma è bastato perché Lula diventasse il primo presidente democraticamente eletto tre volte, visto che aveva già governato il Paese dal 2003 al 2010, per due mandati consecutivi. Con i suoi 77 anni è anche la persona più anziana ad assumere la presidenza, nonché l’unica ad avere ricevuto oltre 60 milioni di voti nella storia del Paese. Bolsonaro, invece, è il primo presidente del Brasile che non viene rieletto da quando, nel 1985, si è affermata la democrazia.

Breve storia della politica brasiliana

Gli scandali sollevati tra il 2003 e il 2010 da pratiche di corruzione all’interno del Partito dei lavoratori (Pt), di cui Lula, allora presidente del Brasile, faceva parte, misero in grave difficoltà il suo governo, nonostante avesse adottato una politica marcatamente sociale, rivolta a migliorare il welfare e a sradicare la fame, soprattutto nella regione nord-orientale del Paese. Inoltre gli volsero contro l’opinione pubblica, minando la sua credibilità e la stima di cui aveva goduto. Ciò non impedì tuttavia che Dilma Rousseff, candidata di Lula ed esponente dello stesso partito, fosse a sua volta eletta presidente per due mandati (2011 e 2014). Ma, nel 2015, Rousseff venne messa in stato di accusa e successivamente destituita per presunti illeciti amministrativi.

Fu in tale periodo che si mise in luce il deputato Bolsonaro. Al momento di pronunciarsi a favore della sospensione di Rousseff, dedicò il suo voto alla memoria di Carlos Alberto Brilhante Ustra, che durante la dittatura militare[1] aveva perseguitato e torturato persone che si opponevano al regime, tra cui per l’appunto Dilma Rousseff. Con la destituzione della presidente[2], il governo passò al suo vice Michel Temer, rimasto al potere per poco più di un anno, che poi non si è candidato alla rielezione.

Nell’aprile 2018, anno delle elezioni presidenziali brasiliane, il giudice federale Sérgio Moro ordinò l’arresto di Lula e lo condannò a 12 anni e un mese di carcere per corruzione e riciclaggio di denaro. Il motivo allora addotto era l’acquisto illecito di un appartamento a Guarujá, una città costiera nello Stato di San Paolo. Successivamente si erano sommati altri capi d’imputazione. In questo modo Lula, che allora era candidato ed era avanti nei sondaggi sulle intenzioni di voto, divenne ineleggibile, perché era incorso nei divieti della Lei da ficha limpa, la legge che egli stesso aveva promulgato quando era presidente, nel 2010, e che impedisce di candidarsi ai politici che subiscano una condanna di secondo grado. A quel punto Lula aveva designato per la candidatura a presidente della Repubblica Fernando Haddad, fino ad allora suo candidato alla vicepresidenza. Ma la propaganda radicale contro il Pt era travolgente. E così nel ruolo di favorito alla guida del Paese subentrò il candidato dell’estrema destra, l’ex militare Jair Bolsonaro, il quale, dopo essere stato eletto, non mancò di premiare il giudice federale Moro per la parte avuta nel processo di Lula, nominandolo ministro della Giustizia.

Il panorama politico del 2022

Lula è rimasto in carcere per circa 580 giorni. È uscito di prigione solo una volta, per assistere alla veglia funebre del nipote Arthur Lula da Silva, morto a soli sette anni nel marzo 2019. L’ex presidente si è sempre dichiarato innocente di fronte alle accuse e ha definito insensati i processi che hanno portato alla sua condanna. Ha affermato di essere un prigioniero politico. E di fatto la giustizia brasiliana ha accolto le sue proteste. Nel novembre 2019 egli è stato prosciolto dalla Corte superiore federale (Stf), e successivamente la stessa Corte suprema brasiliana ha annullato le sentenze che lo riguardavano per difetto di competenza, alterazione delle prove, accertata parzialità e azioni illecite di chi lo aveva giudicato, ossia il giudice Moro.

Una volta ripristinati i suoi diritti, Lula ha deciso di tornare sulla scena politica e nel 2022 si è candidato alla presidenza del Brasile. A sorpresa, ha deciso di far entrare in lista con lui Geraldo Alckmin, che era stato uno dei suoi diretti avversari, e di designarlo come vicepresidente: un gesto con cui l’allora candidato prometteva che avrebbe fatto una politica per tutti e, in vista della campagna elettorale, varava una storica alleanza di nove partiti. Questo atteggiamento gli è valso il sostegno di ideologie politiche e partitiche disparate, ma unite in battaglia contro quello che egli definiva il nemico comune, Bolsonaro.

Sebbene la corsa per le elezioni presidenziali comprendesse altri candidati, l’attenzione popolare si è rivolta nettamente ai due che rappresentavano la polarizzazione politica brasiliana, Bolsonaro e Lula. Le forti alleanze di Lula e l’unione di tante forze politiche nella sua campagna elettorale, da un lato, e i fallimenti in cui era stato direttamente coinvolto il governo Bolsonaro, come la cattiva gestione delle politiche sanitarie durante la pandemia di Covid-19, l’aumento della povertà e gli squilibri provocati nelle forze democratiche del Paese, dall’altro, alimentavano l’aspettativa che la vittoria del Pt sarebbe arrivata già al primo turno elettorale. Anche i sondaggi lo predicevano. Ma le attese di Lula e dei suoi sostenitori sono state frustrate. Al primo turno, svoltosi il 2 ottobre 2022, Lula ha ottenuto il 48,43% dei voti validi, mentre Bolsonaro se n’è aggiudicato il 43,20%. Il terzo candidato più votato è stato la senatrice Simone Tebet, con poco più del 4,16%[3]. Questi esiti sorprendenti, che sconfessavano i sondaggi, hanno infuso fiducia a Bolsonaro e ai suoi elettori, convincendoli che erano in grado di ribaltare la partita elettorale. D’altra parte, Lula ha ricevuto l’appoggio della terza candidata, Simone Tebet, e questo gli ha consentito di avviarsi verso il ballottaggio elettorale con qualche sicurezza in più.

Il discorso religioso nelle campagne elettorali

È notorio che il Brasile è un Paese fortemente religioso. Almeno l’80% dei brasiliani si dichiarano cristiani, di cui il 50% sono cattolici e il restante 30% è composto da evangelici e da neopentecostali. In tale contesto, è chiaro che i pronunciamenti sui temi religiosi e su ciò che ne pensano i candidati alle elezioni sono fondamentali nella propaganda politica. Bolsonaro aveva già ampiamente sfruttato questa strategia nelle elezioni del 2018, e se n’è avvalso ancora di più nel 2022. È dichiaratamente cattolico, ma il suo ammiccamento alle folle religiose neopentecostali brasiliane gli ha fatto guadagnare maggiore popolarità tra i cristiani conservatori, considerando anche il fatto che nel Congresso nazionale siede un numero significativo di deputati che sostengono le posizioni neopentecostali conservatrici. All’indomani della sua elezione nel 2018, Bolsonaro ha ostentato tratti religiosi di tipo messianico. La stessa sede del governo brasiliano non di rado è diventata teatro di eventi religiosi, a carattere cattolico o neopentecostale. Non è un caso che il presidente Bolsonaro sia stato additato da molti religiosi come un inviato di Dio.

Volendo abbracciare le masse conservatrici e religiose, egli ha cambiato atteggiamento sull’aborto, rinnegando i suoi precedenti pronunciamenti a favore[4], e si è messo a difendere fieramente le politiche antiabortiste e la promozione dei valori tradizionali della famiglia. Inoltre, per compiacere leader neopentecostali influenti e milionari, ha inserito nei suoi discorsi riferimenti favorevoli ai loro interessi economici. Con questo comportamento ha trascurato altre espressioni religiose presenti in Brasile e ha alimentato un clima di disprezzo e di intolleranza verso tali minoranze.

Nel corso del suo mandato presidenziale Bolsonaro ha più volte pronunciato frasi che vanno a detrimento dell’ossequio alla Costituzione del Paese e della laicità dello Stato, in particolare quando ha affermato che il libro che doveva guidare la nazione era la Bibbia. Ne dà una riprova lo slogan che ha incessantemente ripetuto nei suoi discorsi: «Il Brasile prima di tutto, Dio prima di tutti». Inoltre, egli ha improntato la sua campagna alla forte opposizione contro una presunta minaccia comunista: «Sì, perché, anche se in Brasile non c’è il comunismo, sappiamo che esiste l’anticomunismo»[5]. Soprattutto nel secondo turno elettorale, la campagna condotta da lui e dai suoi seguaci ha affermato che il comunismo di Lula avrebbe chiuso le chiese, perseguitato i cristiani e usurpato le proprietà private. Per simboleggiare la loro irremovibile opposizione a Lula, gli elettori di Bolsonaro si sono appropriati dei colori della bandiera brasiliana e della maglia della nazionale di calcio, ergendosi a difensori della nazione contro la minaccia della bandiera rossa, cioè del colore distintivo del Pt, il partito di Lula.

Uno degli eventi più sintomatici di questa appropriazione del discorso religioso da parte della campagna di Bolsonaro ha avuto luogo il 12 ottobre, giorno dedicato alla festa di nostra Signora di Aparecida, patrona del Brasile. Nella città di Aparecida si trova il santuario nazionale che porta il suo nome ed è mèta di grande devozione. Dopo aver inaugurato in mattinata un tempio neopentecostale a Minas Gerais, nello stesso giorno Bolsonaro è giunto ad Aparecida. Davanti alla basilica, attorniato dai suoi sostenitori, ha improvvisato un’iniziativa parallela alle attività ufficiali, con un rosario collettivo. Ma ha suscitato tumulti e ostilità tra i pellegrini che stavano celebrando la festa della patrona. In quella occasione monsignor Orlando Brandes, arcivescovo di Aparecida, durante l’omelia della Messa solenne ha pronunciato parole forti soprattutto contro la politica degli armamenti, che vede Bolsonaro tra i propugnatori, e ha destato un’enorme indignazione nei suoi sostenitori[6]. Nel bel mezzo delle celebrazioni della Patrona della nazione brasiliana si sono scatenate le manifestazioni contro l’arcivescovo e gli attacchi ai pellegrini che non appoggiavano Bolsonaro.

Monsignor Brandes non è stato il solo vescovo a subire accuse e minacce dai sostenitori di Bolsonaro. In qualche caso ne sono giunte anche di più gravi. L’arcivescovo di São Paulo, il cardinale Odilo Scherer, è stato tacciato di essere un prete comunista semplicemente per aver pubblicato sul suo profilo, nei social network, una foto in cui indossava la veste cardinalizia rossa. Agli insulti ricevuti ha risposto con parole forti sul suo profilo Twitter: «Strani tempi, i nostri! Conosco abbastanza bene la storia. A volte mi sembra di rivivere l’ascesa al potere dei regimi totalitari, in particolare del fascismo. Servono tanta serenità e discernimento, in questo momento!»[7]. Altrove, sempre in risposta alle accuse, il porporato ha affermato: «Chi si prende cura dei poveri è comunista. Accipicchia. Quindi Gesù era comunista. Gesù ha comandato di farlo. No, no, questo non è essere comunista»[8].

Diverso è stato l’atteggiamento di Lula, anche se pure lui a volte ha usato, in campagna elettorale, il discorso religioso. Infatti, si presenta come cattolico fin dall’inizio del suo impegno politico si è schierato al fianco della pastorale operaia nella grande regione di San Paolo. Sebbene nel suo passato politico le prospettive socialiste fossero più marcate, oggi egli si definisce un socialdemocratico. Vedovo di due mogli, si è da poco risposato in chiesa. In occasione del suo matrimonio, ha avuto come testimone il vescovo emerito di Blumenau, monsignor Angélico Sândalo Bernardino, che gli è stato vicino fin dalla giovinezza, quando Lula capeggiava i movimenti sociali. Occorre anche rilevare che Bolsonaro, pur essendosi recato a Roma nel 2021, nell’arco del suo mandato non ha mai chiesto udienza a papa Francesco; invece Lula, non appena uscito dal carcere, è corso in Vaticano per ottenere un’udienza personale con il Pontefice.

Di fronte ai forti attacchi che Bolsonaro gli rivolgeva, soprattutto riguardo alle accuse di presunte persecuzioni delle Chiese e all’allentamento delle politiche antiabortiste, durante la sua campagna Lula ha cercato sostegno anche attraverso incontri con lea­der cattolici ed evangelici, soprattutto con quelli apertamente in sintonia con la sua candidatura e le sue proposte di governo. In questi incontri ha ribadito il suo impegno per la libertà religiosa e ha fatto riferimento a future mitigazioni della legge che oggi vieta l’aborto. Si è mostrato in pubblico venerando la Madonna di Aparecida, ma ai dirigenti religiosi che gli si opponevano questo non è bastato. Sui social network, in particolare, sono cominciati a fioccare messaggi contro di lui, firmati da sacerdoti e pastori. Allo stesso modo, si è cominciato a usare le Messe e le cerimonie religiose come piattaforme per discorsi di carattere politico, principalmente a favore di Bolsonaro. Nelle omelie e sermoni si è affermato e ripetuto che gli elettori di Lula sarebbero stati condannati all’inferno, se non avessero cambiato strada dando il loro voto al presidente in carica.

L’adesione alla candidatura di Bolsonaro è stata, di fatto, significativa tra i sacerdoti e anche tra i cantanti di ispirazione cattolica. Anche quella di Lula ha ricevuto sostegno esplicito da parte di alcuni religiosi, i quali affermavano che la vittoria di Bolsonaro costituiva un pericolo per l’ordine democratico. Nonostante siano stati diffidati dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) e dalle diocesi in generale, vari chierici e dirigenti laici hanno apertamente sostenuto l’elezione di Bolsonaro e hanno lanciato forti attacchi contro Lula sia sui social sia attraverso concerti, rosari pubblici, momenti di adorazione eucaristica e Messe. D’altra parte, sacerdoti e pastori che non condividevano quegli atteggiamenti e quelle affermazioni hanno preso posizione anche attraverso videomessaggi postati sulle reti sociali, avvertendo i fedeli di non lasciarsi manipolare da discorsi religiosi che essi definivano «terrificanti».

Davanti all’eccessivo coinvolgimento dei chierici in queste dispute partitiche, varie diocesi hanno diffuso dichiarazioni in cui si affermava l’importanza della neutralità nelle elezioni. In una nota firmata dalla presidenza della Conferenza episcopale, l’11 ottobre, si dichiarava: «Deploriamo, in questo momento di campagna elettorale, l’intensificarsi dello sfruttamento della fede e della religione come mezzo per raccogliere voti al ballottaggio. I momenti specificamente religiosi non possono essere utilizzati dai candidati per presentare le loro proposte elettorali e altri temi relativi alle elezioni. La Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile denuncia e condanna tali azioni e comportamenti»[9].

Questi fatti mostrano di riflesso come durante le campagne elettorali di entrambi i candidati le questioni religiose abbiano relegato in secondo piano il dibattito sulle preoccupazioni più cruciali per il Brasile. Problemi come la fame, la disoccupazione, l’istruzione e la salute sono diventati marginali rispetto al discorso religioso. Eppure, soprattutto dopo la pandemia di Covid-19, essi si erano aggravati. Si è parlato poco di programmi governativi e di proposte concrete per combattere i veri problemi del Brasile. Durante il dibattito pubblico, le energie elettorali di entrambi i candidati sono state impegnate in una strategia esclusivamente volta a contrastare notizie e argomenti suscettibili di pregiudicare i risultati delle urne.

L’elezione di Lula e le manifestazioni antidemocratiche

La polarizzazione politica non è un tema che riguarda solo la realtà brasiliana. Ma le circostanze in cui il Brasile ha vissuto, almeno nell’ultimo decennio, l’hanno messa sempre più in primo piano. Con le ultime elezioni presidenziali questa polarizzazione si è fatta sentire in tutti gli ambiti, da quello privato alla sfera ecclesiale e sociale. Non pochi nuclei familiari hanno sperimentato divisioni al proprio interno, causate dalle posizioni politiche dei loro membri. Nelle parrocchie ogni discorso che, anche indirettamente, comportasse una presa di posizione attinente alla politica è diventato oggetto di discussioni e dissapori, perfino durante le celebrazioni. Un esempio di questa triste realtà è l’aggressione subita dal vescovo ausiliare di Belo Horizonte, monsignor Vicente de Paula Ferreira, il quale, al termine della celebrazione di una Messa nella regione metropolitana della città, è stato minacciato da un uomo armato, che dissentiva dalle posizioni politiche del presule. L’arcidiocesi di Belo Horizonte ha diffuso una nota di solidarietà a dom Vicente, in cui l’arcivescovo, monsignor Walmor Oliveira de Azevedo, affermava: «Il vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Belo Horizonte è stato vittima dell’intolleranza, della mancanza di un pur minimo senso di convivenza, del vile disprezzo che ha messo alcune vite – tra cui la sua, quella di una persona consacrata – a rischio. Sono gravi sintomi di una società malata». E concludeva: «In una società libera, democratica, la divergenza di opinioni non può giustificare atteggiamenti bellicosi, contrapposti alla fraternità. Il Vangelo insegna che tutti, indipendentemente dalle loro convinzioni, sono allo stesso modo fratelli, figli e figlie di Dio»[10]. L’episodio mostra, purtroppo, come l’intolleranza e l’aggressività abbiano prevalso in tutti gli ambienti sociali brasiliani. E anche dopo che il conteggio dei voti è stato portato a termine, situazioni simili non solo non sono diminuite, ma si sono moltiplicate.

Lula ha vinto le elezioni in 13 Stati del Brasile, Bolsonaro in altri 13 Stati e anche nel Distretto federale. La regione del Paese che ha assegnato più voti a Lula è stata il Nordest, mentre Bolsonaro ha ottenuto più consensi nelle regioni centrali e meridionali. Questa situazione la si può spiegare con una serie di fattori. Lula, oltre a provenire lui stesso dal Nordest, ha sempre guardato con particolare attenzione a quella regione, una delle più povere del Paese. Inoltre, quando era al potere, il suo governo ne aveva favorito notevolmente lo sviluppo, soprattutto con la promozione di politiche sociali volte a migliorare le condizioni di vita dei suoi abitanti. Quanto alle regioni del Sud e del Sudest del Paese, dove Bolsonaro ha ottenuto la maggioranza dei voti, in esse c’è una lunga tradizione politica più conservatrice e i programmi sociali di Lula, rivolti al Nordest, vengono considerati con disprezzo. Anche nel Centro-ovest il presidente uscente ha ottenuto un maggior numero di voti, poiché si tratta di una regione in prevalenza agricola, e Bolsonaro è stato uno dei capi di Stato brasiliani più propensi a promuovere politiche di sostegno in quel settore.

Dopo la proclamazione del risultato delle elezioni presidenziali del 30 ottobre, mentre l’Avenida Paulista era già gremita di simpatizzanti per Lula che lo aspettavano per festeggiare la vittoria, migliaia di camionisti e altri manifestanti favorevoli a Bolsonaro hanno inscenato una protesta, bloccando le strade principali del Paese. Una folla di sostenitori, vestita di verde e di giallo, si è impadronita delle strade per esprimere il rifiuto dei risultati elettorali. I social straripavano di video e di dirette in cui manifestanti inferociti, davanti a pneumatici incendiati e a blocchi stradali, cantavano l’inno nazionale, sollecitavano l’intervento dell’esercito, invocavano il golpe e il ritorno della dittatura militare.

Il presidente Bolsonaro, mentre accadeva tutto questo, è rimasto in silenzio fino a due giorni dopo le elezioni. Infine, il 2 novembre ha registrato un video in cui chiedeva ai suoi sostenitori di sgombrare le strade. Le sue parole hanno causato tumulti e contrasti tra quanti si erano aspettati che il loro candidato sconfitto si schierasse apertamente contro il risultato elettorale. Da parte sua, dopo l’elezione Bolsonaro si è ben guardato dal telefonare a Lula per congratularsi con lui, ossia dal fare un tradizionale atto di cortesia che esprime il riconoscimento dei risultati elettorali e il rispetto per la democrazia. Solo 44 ore dopo la proclamazione dei risultati elettorali, Bolsonaro ha rotto il silenzio e ha tenuto, a Brasilia, il suo primo discorso, durato appena due minuti, in cui si è detto grato per i 58 milioni di voti espressi per lui e ha criticato le manifestazioni che avevano bloccato le strade del Paese, ma non ha menzionato Lula o la propria sconfitta alle urne.

Nel corso delle campagne elettorali, Bolsonaro aveva più volte espresso dubbi sull’affidabilità delle urne elettroniche, e aveva reiteratamente preteso che i voti venissero anche stampati per facilitare la verifica della veridicità dei risultati. In risposta, il Tribunale superiore elettorale (Tse), l’organo istituzionale responsabile delle procedure elettorali del Paese, ha dovuto pronunciarsi più volte per attestare la credibilità e l’integrità delle urne. E per evitare maggiori disagi, lo stesso Tse ha invitato le forze armate e altre istituzioni del Paese a far parte della commissione per la trasparenza e il controllo delle urne elettroniche.

Il 9 novembre, il ministero della Difesa ha posto fine ai dubbi sull’esito del voto dichiarando che «nelle elezioni del 2022 le nostre commissioni di controllo non hanno trovato alcuna prova di manipolazione dei risultati che possa costituire una frode»[11]. Questa dichiarazione e il fatto stesso che a sottoscriverla fosse proprio il ministero della Difesa hanno provocato la rivolta dei sostenitori e manifestanti pro Bolsonaro sparsi in tutto il Paese, che si aspettavano una denuncia di brogli e l’annullamento delle elezioni. Per impedire l’avvento del governo di Lula, che avrà inizio nel gennaio 2023, hanno invocato un colpo di Stato militare come quello del 1964. Gruppi di manifestanti hanno cominciato a circondare le caserme, inginocchiandosi in preghiera e invocando il colpo di Stato, implorando i militari di liberarli dalla presunta imminenza del comunismo. Tuttavia, in risposta a queste manifestazioni ampiamente antidemocratiche, le forze armate, in un comunicato stampa, hanno respinto qualsiasi atto anticostituzionale e hanno riaffermato la loro adesione alla Costituzione del Paese e alla democrazia: «Riguardo alle manifestazioni popolari che si sono svolte in numerosi luoghi del Paese, la Marina brasiliana, l’Esercito brasiliano e l’Aeronautica brasiliana riaffermano il loro impegno illimitato e incrollabile per il popolo brasiliano, per la democrazia e per l’armonia politica e sociale del Brasile»[12]. Nonostante questi «incidenti di percorso», il governo Bolsonaro ha autorizzato l’inizio del processo di transizione verso il governo Lula, che ha già approntato una squadra e si è messo all’opera.

Le sfide di Lula

Quale Brasile troverà Lula il 1° gennaio 2023? Certamente un Paese dilaniato dalla polarizzazione, ferito dalle contrapposizioni, ma anche da una grande crisi etica, sociale ed economica. Consapevole di questa realtà tutt’altro che facile, nel suo primo discorso da presidente eletto, poche ore dopo la conferma dei risultati elettorali, egli ha innanzitutto ringraziato Dio e affermato che il suo impegno più urgente è la lotta alla fame che affligge il Paese. Inoltre, ha invitato tutti i brasiliani a ricostruire le amicizie e i legami familiari compromessi dalle dispute elettorali. Si è professato presidente di tutti e ha promesso di governare per tutti, ma prestando un’attenzione particolare ai più poveri. Ha citato la preservazione dell’Amazzonia, la protezione delle popolazioni indigene, la lotta al razzismo e quella alla crisi climatica. Poco dopo i risultati elettorali, leader mondiali e capi di Stato di tutto il mondo, come il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, quello francese Emmanuel Macron e quello cinese Xi Jinping, hanno porto i loro saluti al neoeletto presidente.

Di fronte a questa situazione, possiamo chiederci: quali grandi sfide dovrà affrontare Lula, a partire da gennaio 2023, nel Paese dove vivono quasi 216 milioni di brasiliani? L’alleanza che fa capo a Bolsonaro ha eletto 14 governatori statali. Inoltre, Lula non può contare su una maggioranza significativa né al Congresso nazionale né al Senato federale. Sicché per lui una grande sfida sarà anzitutto quella di costruire un dialogo e di stabilire una sintonia con il Parlamento.

Per quanto riguarda la politica estera, il Brasile dovrà rientrare nel contesto da cui si è isolato negli ultimi anni; peraltro il governo eletto sta già destando interesse e apertura da parte di molti Paesi. Il Brasile sta ancora subendo le dolorose conseguenze della pandemia e soffre anche per la destabilizzazione economica causata dalla guerra in Ucraina. Inoltre, almeno 33 milioni di brasiliani vivono sulla soglia della povertà e della disoccupazione. Anche quella di porre rimedio a una sanità e a un’istruzione precarie, dalla scuola di base all’università, sarà una grande sfida per il prossimo governo. E a tutte queste realtà impegnative si aggiunge la forte opposizione di quella parte della popolazione che è rimasta scontenta per la sua vittoria.

Lula avrà molto da lavorare per venire a capo di questa polarizzazione. È sperabile che non ripeta gli errori commessi in passato e che l’esperienza di governo da lui maturata in precedenza aiuti il Brasile a superare i suoi gravi problemi. È auspicabile che egli metta in pratica ciò che ha detto nel suo primo discorso da presidente designato: «Sono stato eletto per governare in nome di 215 milioni di brasiliani. Governerò per tutti indistintamente, senza guardare se sei ricco o povero, senza guardare se sei di destra o di sinistra. Ma voglio che si sappia una cosa: anche se governerò per tutti, le politiche del mio governo saranno rivolte anzitutto a chi è più bisognoso»[13].

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[1].     Il periodo del Regime militare brasiliano, che va dal 1964 al 1985, è stato contrassegnato da una combinazione tra espansione dei diritti sociali, drastica riduzione dei diritti civili e restrizione dei diritti politici. L’apice della severità di quel regime fu sancito con la Legge istituzionale n. 5, del 13 dicembre 1968. Essa assegnava al presidente della Repubblica la facoltà di decretare la chiusura del Parlamento, che sarebbe rientrato nelle sue funzioni solo se convocato dello stesso capo dello Stato. Si rendeva possibile sospendere i diritti politici di chiunque per 10 anni. Le persone così sanzionate, inoltre, potevano venire sottoposte alla libertà vigilata, al divieto di recarsi in determinati luoghi e al domicilio coatto. Fu sospesa la garanzia dell’habeas corpus per chi fosse imputato di reati contro la sicurezza nazionale e di infrazioni che ledessero l’ordine economico e l’economia popolare. Inoltre, la legge sottraeva al controllo giudiziario tutti gli atti compiuti nel suo ambito, nonché i loro effetti. Cfr Tribunal Superior Eleitoral, Eleições no Brasil. Uma História de 500 anos. Secretaria de gestão da informação, Brasília, 2014.

[2].     A tale proposito, vale la pena di citare il documentario Democracia em vertigem (Brasile, 2019), diretto da Petra Costa. Questa produzione cinematografica, candidata a diversi premi, tra cui l’Oscar 2020 per il miglior documentario, oltre a raccontare il processo che ha portato alla destituzione di Roussef, presenta la persecuzione giudiziaria subita da Lula e gli eventi che hanno favorito l’elezione di Bolsonaro.

[3].     TSE, Resultado das eleições, 10 novembre 2022.

[4].     Cfr M. Bergamo, «Bolsonaro já defendeu aborto como “escolha do casal” e relatou experiência», in Folha de S. Paulo, 5 ottobre 2022.

[5].     C. Saint-Clair, Bolsonaro, o homem que peitou o exército e desafia a democracia, Belo Horizonte, Máquina de livros, 2018, 281.

[6].     Durante l’omelia, dom Orlando Brandes, tra le altre affermazioni di netto contrasto alla politica degli armamenti, ha preso spunto da parole dell’inno nazionale brasiliano per dire: «Una patria amata non può essere una patria armata»: cfr L. Pedra, «Arcebispo de Aparecida: “Pátria amada não pode ser pátria armada”», in Correio Brasiliense, 12 ottobre 2022.

[7].     Cfr il profilo personale Twitter del cardinale Dom Odilo Scherer: @Dom­OdiloScherer.

[8].     Cfr M. Lopes, «Cardeal Scherer: Se quem fala dos pobres é comunista, então Jesus foi comunista», in O Povo, 28 ottobre 2022.

[9].     CNBB, «Nota da presidência», 12 novembre 2022.

[10].    Cfr Arquidiocese de Belo Horizonte, «Solidariedade a Dom Vicente», 13 novembre 2022.

[11].    Ministério da Defesa, Nota oficial, 12 novembre 2022.

[12].    Exército Brasileiro, Nota à imprensa, 11 novembre 2022.

[13].    Discorso del neopresidente designato Lula nell’Avenida Paulista, 31 ottobre 2022.

 

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