Una goccia di vernice rosa e gialla nell’acqua.

IL PENSIERO CRITICO DAVANTI ALLA CULTURA DELLA BANALITÀ

Quaderno 4140

pag. 564 - 573

Anno 2022

Volume IV

17 Dicembre 2022
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«Usa e getta»: la società del banale

I sociologi sostengono che abbiamo costruito, e stiamo tuttora costruendo, una società sempre più banale, più vuota, più consumatrice di evasioni. Forse sarà sempre stato così, ma prima si cercava di nascondere questo comportamento, considerato negativo, mentre oggi si accetta la banalità senza il minimo imbarazzo.

È una banalità che colpisce molti aspetti e che si è insinuata nel sistema della vita sociale. D’altra parte, probabilmente essa non riveste tutto il carattere deteriore che a priori siamo tentati di attribuirle, perché l’essere banali resta, tutto sommato, una tra le molte opzioni presenti nell’esistenza umana. Sta di fatto che, in generale, tra le nuove generazioni di cittadini occidentali aumentano le attività banali. Per constatarlo basta guardare in che modo essi ricevono le informazioni: sempre in eccesso, e tuttavia inconsistenti. Essi elaborano queste grandi quantità di informazioni tramite supporti di facile assimilazione: via audio o sullo schermo, tramite messaggi stringenti, che quasi non richiedono alcuno sforzo intellettuale, o attraverso le reti sociali. Le generazioni emergenti disertano la stampa e, in particolare, i lunghi articoli di opinione; si accontentano, nel migliore dei casi, di occhieggiare i titoli. Per fortuna, c’è qualche onorevole eccezione.

Questa banalità si compendia nell’«usa e getta», così diffuso nella nuova società. Indossiamo vestiti usa e getta, mangiamo cibi usa e getta – preparati istantanei e sovrabbondanti, i cui scarti finiranno nella spazzatura – e perfino partner usa e getta: l’antica consuetudine delle coppie tendenzialmente stabili cede il passo al moltiplicarsi di connubi in serie, di durata effimera e che implicano scarso impegno.

Chi rivolge uno sguardo critico all’insieme di valori della nostra società resta colpito dal fatto che le reti sociali costruiscono la vita come un susseguirsi di banalità pressoché irrilevanti e contengono una buona dose di provvisorietà: un pensiero Ikea che, per estensione, plasma in una generazione Ikea tutti quanti vengano contagiati da tale corrente ideologica. L’immagine tratta dal mondo degli arredi valga a ritrarre la preferenza che questa generazione mostra verso ciò che è immediato, che non richiede uno sguardo al futuro e non si pretende definitivo. Senza dubbio a questo atteggiamento contribuisce la provvisorietà di buona parte degli impieghi e dei salari dell’attuale classe lavoratrice, che non permettono di formulare progetti di futuro stabili e a lunga scadenza; d’altra parte, tutto ciò a noi continua a sembrare un motivo insufficiente per abbracciare la banalità generalizzata in cui è immersa la società.

Facciamo notare che quando parliamo di banalità, non intendiamo dare al termine una connotazione negativa, bensì vogliamo usarlo come una constatazione, a cui, certo, si aggiunge la sorpresa davanti al fatto che gli atteggiamenti, soprattutto intellettuali, stanno cambiando e che il tradizionale valore dello sforzo e della formazione solida cede il passo alla leggerezza e alla superficialità.

Zygmunt Bauman e la cecità morale della cultura

Quando si parla di «banalità», il sociologo Zygmunt Bauman costituisce un riferimento obbligato. Di origine polacca, egli è morto in Inghilterra il 9 gennaio 2017. La categoria sociologica che lo ha reso famoso è quella della «modernità liquida», un’immagine del cambiamento e della transitorietà, della deregolazione e della liberalizzazione dei mercati. La metafora della liquidità proposta da Bauman cerca anche di rappresentare la precarietà dei vincoli umani in una società individualistica e privatizzata, contrassegnata dal carattere transitorio e volatile delle sue relazioni e da princìpi etici incerti. L’amore si fa fluttuante, senza responsabilità verso l’altro, e si riduce al vincolo senza volto offerto dalla realtà virtuale. «Surfiamo» sulle onde di una società liquida, che può liquefare perfino le religioni.

I commentatori rilevano che quello della modernità liquida è un tempo in cui gli uomini, che all’epoca dell’Illuminismo avevano combattuto per le libertà civili e per abbandonare la tradizione, scoprono l’assenza di certezze. L’umanità moderna è posta oggi davanti all’obbligo di essere libera, facendosi carico dei timori e delle angosce esistenziali che conseguono a quella libertà. Di fronte a questo fatto, la soluzione immediata per sopravvivere è quella di annegarsi in un oceano di banalità. Così appare il cupo panorama che ci viene descritto da Bauman.

Tra gli ultimi suoi saggi tradotti in italiano spicca Cecità morale[1], in cui il sociologo torna a ribadire le conseguenze estreme a cui può condurre la modernità liquida: la perdita della bussola morale e l’assenza di princìpi etici validi sempre e dappertutto, atti a dare qualche solidità all’edificio delle società occidentali.

Ma, in questo contesto, quale posto può occupare l’esperienza religiosa? Se le religioni offrono di norma forza e sicurezza, che cosa ci si può attendere da esse nell’epoca della modernità liquida? Bauman schiude qualche possibilità? Si vede spuntare qualche barlume di un ritorno del religioso – come annotava José María Mardones molti anni fa[2] – in un mondo desideroso di certezze?

I tratti pessimistici della società occidentale secondo Bauman

La morte di Bauman ha ridestato l’interesse per le sue idee. In un saggio la psicologa Mónica Redondo presenta cinque idee del sociologo polacco come altrettante chiavi di interpretazione del nostro mondo attuale[3]. La «modernità liquida» di Bauman ha tagliato i ponti con le strutture consolidate del passato. Negli ultimi anni la filosofia della vita, i valori e quanto viene considerato etico e morale sono cambiati radicalmente a causa dei rivolgimenti politici e sociali che ci sono stati a partire dalla seconda metà del XX secolo.

Nel libro Modernità liquida[4], Bauman riesce a spiegare i fenomeni sociali dell’era moderna e quali differenze ci distinguono dalle passate generazioni. A partire dal 2000, anno della pubblicazione del libro, il sociologo polacco ha scritto una serie di opere che illustra il suo modo di vedere la società che ci circonda: Amore liquido (2003), Vita liquida (2005) e Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty (2007). Ecco quelli che appaiono i punti più significativi dei suoi scritti:

1) la realtà liquida consiste in una rottura rispetto alle istituzioni e alle strutture consolidate. In passato, la vita era predisposta in modo specifico per ogni persona, che per prendere decisioni nella sua esistenza doveva seguire gli schemi stabiliti. Bauman afferma che nella modernità le persone sono riuscite a svincolarsi dagli schemi e dalle strutture, e ciascuno elabora da sé il modello a cui attenersi per le decisioni e lo stile della propria vita.

2) Secondo Bauman, nella vita liquida la società si basa sull’individualismo e si è trasformata in una realtà precaria e instabile, dove non c’è posto per aspetti solidi. Tutto ciò che abbiamo, se confrontato con le strutture fisse del passato, è mutevole, ha una data di scadenza. Ai giorni nostri molte delle cose che Bauman aveva anticipato in Modernità liquida e nelle opere successive si sono avverate. Egli ha saputo spiegare il funzionamento della società attuale e determinare la relazione delle nuove generazioni con concetti come l’amore, il lavoro e l’educazione.

3) L’amore liquido ai tempi della rete sociale Tinder. Le relazioni che intrattenevano i nostri nonni hanno poco a che vedere con le nostre. Paura dell’impegno, avventure di una notte, delusioni amorose e così via: per molti giovani tutto questo può essere il pane quotidiano. Per Bauman, sono queste relazioni a dare il nome al suo concetto di «amore liquido». A suo avviso, la paura di impegnarsi e di dover rinunciare a cose come la libertà è la ragione principale di tale rinuncia a legarsi a una determinata persona. La vita liquida è una successione di nuovi inizi con termini limitati e indolori. Le relazioni amorose finiscono per trasformarsi in brevi episodi, imperniati anzitutto sulla ricerca del beneficio personale. Quando un partner cessa di essere «redditizio», lo si accantona e se ne cerca un altro. Questa non è né più né meno che la filosofia dell’app Tinder. È vero che da quell’app di ricerca per incontri sono scaturite anche storie di amore eterno, ma la maggior parte degli utenti fa scorrere sullo schermo file di volti finché non trova quello che va bene per trascorrere la notte.

4) Cittadini del mondo. Se c’è qualcosa che non vogliamo, sono i legami, e questo vale per lo stile di vita non meno che in amore. Nell’era moderna è abbastanza comune che i giovani intraprendano un viaggio di vari mesi in America Latina o nel Sudest asiatico allo scopo di infrangere le barriere e di conoscere realtà diverse da quelle del luogo di origine. La «realtà liquida» di Bauman descrive proprio questo scenario, che incita al cambiamento e alla ricerca di nuove esperienze, ma senza mai mettere radici in alcun posto. Si è cittadini del mondo, ma al tempo stesso di nessun luogo.

5) Basta con il lavoro che dura per tutta la vita! Nella «società liquida» questa filosofia basata sulla ricerca di nuove esperienze e tesa a renderci cittadini del mondo si riflette anche nell’ambito lavorativo. I nostri nonni e genitori avevano iniziato a lavorare in un’azienda appena laureati, ed erano andati in pensione nello stesso luogo 40 anni dopo. Oggi invece le persone, spiega Bauman, non vogliono legami né in amore né sul lavoro. Non esiste più il cosiddetto «lavoro di una vita». Gli impieghi sono mutevoli e il mercato attuale richiede che all’interno delle imprese ci siano continue trasformazioni. D’altro canto, nelle sue opere Bauman mette in risalto la necessità di cambiamento anche nei lavoratori, ai quali ogni giorno di più vengono richieste versatilità e capacità di lavorare in settori diversi.

Hannah Arendt, sulla banalità del male

Ma nella nostra società c’è un altro aspetto della «banalità etica» che, accennato anche da Bauman, aveva già trovato un’ampia spiegazione da parte della filosofa ebrea Hannah Arendt. Ella infatti ha teorizzato la «banalità del male». Nata nel 1906 in Germania e morta nel 1975 a New York, Arendt «è stata una delle teoriche politiche tedesche (sul versante filosofico) più importanti del XX secolo. Vittima dell’antisemitismo nazista del 1933, ha trascorso parte della sua vita come apolide, dal 1937 al 1951, quando il governo tedesco le tolse la nazionalità (che più tardi le avrebbero offerto gli Stati Uniti)»[5].

Sebbene venga studiata come filosofa politica, Arendt non amava essere catalogata nel contesto della riflessione filosofica. Le piaceva autodefinirsi «teorica politica», ma opere come Vita activa[6] e la sua costante critica di altri pensatori ne giustificano la collocazione tra i filosofi. La sua opera più conosciuta è La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme[7]. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Adolf Eichmann, il responsabile logistico dell’organizzazione e distribuzione dei campi di concentramento, fuggì in Argentina per sottrarsi al tribunale di guerra. Nel 1961, a dispetto del diritto internazionale, venne sequestrato e portato a Gerusalemme per essere giudicato. In quella circostanza il New Yorker chiese ad Arendt di fare una cronaca del processo. In seguito a tale richiesta lei scrisse La banalità del male, in cui non soltanto ha descritto minuziosamente lo svolgimento delle fasi processuali, ma si è posta una domanda essenziale: perché, nonostante avesse permesso e contribuito a quelli che indubbiamente erano stati degli orrori, Eichmann non appariva un individuo malvagio?

La filosofa vedeva in Eichmann una persona del tutto normale: egli era consapevole di quanto aveva fatto, non lo negava mai, eppure non scorgeva alcunché di intrinsecamente cattivo nei gesti che aveva compiuto. «Eseguivo ordini di Stato», sosteneva il gerarca tedesco, il quale, per giunta, si autodefiniva «buon cittadino», che compiva quanto gli era stato affidato. A partire da qui Arendt definisce la «banalità del male». In primo luogo, la banalità, proprio per la sua mediocrità, non la spinge a soffermarsi sul fatto che il male sia «orribile», ma sul perché Eichmann lo consenta o vi contribuisca.

Per Arendt, il fatto stesso che l’imputato non basi i suoi atti su forti convinzioni ideologiche o morali risulta perfino più terribile degli atti stessi. Perché una persona normale, che non è malvagia e nemmeno ha pretese che non siano quelle di eseguire ordini, si lascia coinvolgere in quell’enorme atrocità? Per incapacità di giudizio. Arendt distingue tra conoscenza e pensiero: la prima è l’accumulo di saperi e tecniche, la concettualizzazione di ciò che si è appreso, mentre il secondo viene definito come una sorta di costante dialogo interno, nel quale, in intima solitudine, ciascuno giudica le proprie azioni. Eichmann era privo di «pensiero», o quantomeno non lo esercitava mentre orchestrava lo smistamento di migliaia di ebrei in vista della loro esecuzione. Ciò faceva di lui un «nuovo agente del male», il quale, senza minimamente assomigliare a quanti agivano animati da forti convinzioni ideologiche, si univa a una massa deideologizzata e priva di consapevolezza che contribuiva – attivamente o passivamente – all’«orrore».

Quanto all’incapacità di giudizio, Arendt distingue tre gruppi: 1) i nichilisti, i quali, credendo non vi siano valori assoluti, si collocano nelle sfere del potere; 2) i dogmatici, che si aggrappano a una posizione predeterminata; 3) i cittadini normali, simili all’uomo-massa individuato da José Ortega y Gasset, ossia il gruppo maggioritario che assume in maniera acritica le abitudini della società. Tutti questi gruppi sono privi del pensiero come viene inteso da Arendt. Ella ha sostenuto che il nazismo si è alimentato ed è stato incoraggiato da questi tre gruppi, ed è stato questo a far sì che alla gran parte del Paese sia stato consentito di perpetrare quei crimini contro l’umanità. Tuttavia la filosofa ebrea spiega che questa assenza di dialogo non è un male in sé, e tantomeno comporta alcun atto che sia a priori cattivo. È in situazioni estreme – come il dominio del nazismo in Germania, e ancor prima il suo affermarsi – che la banalità del male risalta come complicità, e persino come simpatia per gli «orrori».

Il pensiero di Arendt, discepola di Martin Heidegger e Karl Jaspers, può essere accostato all’esistenzialismo moderno. In una delle sue opere più rappresentative, Vita activa, la filosofa svolge uno studio sullo stato dell’umanità nei tempi che le sono dati. Definisce la «condizione umana» come ciò che la determina, negando la «natura umana» come primo riferimento. Evidenzia «tre attività fondamentali» sulle quali poggia tale condizione: lavoro, opera e azione. Tutte e tre sono inglobate nel concetto di «vita attiva», e ciascuna corrisponde a una condizione: biologica, mondana e della pluralità.

È necessario recuperare la capacità di riflettere sul senso della vita

Gli intellettuali che hanno trattato della banalità, come Bauman e Arendt, e un libro di Manuel Fraijó, Semblanzas de grandes pensadores[8], ci invitano a leggere e a promuovere il pensiero critico, per ripensare la nostra vita nel contesto della cultura liquida e della banalità. Una società che corre il pericolo dell’«elettroencefalogramma piatto», che pensa soltanto a divertirsi, a evadere, a consumare, all’«usa e getta», ha un bisogno assoluto di un antidoto, come suggerisce Fraijó.

Nel cammino lungo, faticoso e a volte sterile della riflessione non siamo soli, ma siamo stati preceduti da molti uomini e donne (queste ultime tuttavia appaiono ben poco nei libri di testo di filosofia). Non siamo soli: avanziamo su ciò che altri prima di noi hanno elaborato. Il 15 febbraio 1676 Isaac Newton scriveva al fisico Robert Hooke: «Se ho visto più lontano, è perché sono salito sulle spalle di giganti». Questa espressione in realtà sembra risalire a Bernardo di Chartres (morto attorno al 1130). Chiunque ne sia l’autore, essa merita la nostra attenzione. La storia sociale delle scienze mostra come lo sviluppo del pensiero razionale di solito non sia opera di un individuo isolato. Già Thomas S. Kuhn evidenziava l’importanza delle comunità scientifiche per la costruzione dei paradigmi che rafforzano, trasformano e abbattono le teorie scientifiche. Allo stesso modo, le scienze sociali crescono e si sviluppano a partire da determinate concezioni del mondo e della realtà. Storicamente, sono stati i cosiddetti «pensatori», le menti privilegiate che, salendo sulle spalle dei pensatori precedenti, hanno dato impulso all’interpretazione dei processi sociali.

Dobbiamo reimparare a pensare, ad apprezzare coloro che consideriamo «pensatori». È necessario suscitare una generazione di uomini e donne dotati di capacità critica nei confronti della realtà, e determinati a non vivere nella banalità dell’effimero. In una società multiculturale diventa urgente la costruzione di spazi e piattaforme di riflessione interdisciplinare, per sottrarre all’atonia la cultura massificata dominante, che cerca soltanto di consumare, senza preoc­cuparsi di trasformare gli stili di vita.

In questa prospettiva, la ricerca del senso della vita in una società multiculturale è un compito appassionante. E la riflessione condivisa con coloro che possono essere denominati «grandi pensatori» apre orizzonti alla possibilità di essere credenti nel XXI secolo.

Non è facile delineare il concetto di «grandi pensatori». Nel libro a cui ci riferiamo esso viene attribuito specificamente a quegli uomini che a partire dalla riflessione razionale (filosofica) hanno elaborato le diverse concezioni del mondo, il posto che vi occupa l’essere umano e il senso dei valori e della vita umana nel contesto di un mondo globalizzato. Fraijó si riferisce in particolare a 22 grandi maestri del pensiero, da Confucio a Karl Rahner, passando per figure dissimili come Martin Lutero, Voltaire, Feuerbach, Nietzsche e Kant.

In un mondo come il nostro, in cui la cultura dell’evasione e della banalità appare vincente, riconoscere che sono esistite ed esistono persone la cui fondamentale preoccupazione esistenziale è la riflessione può fare da antidoto e favorire la costruzione di una società di uomini e donne liberi e artefici del proprio destino.

Conclusione

Oggi diventano un’esigenza la possibilità di stimolare il pensiero critico, razionale, non banale, interdisciplinare, mettendo in collaborazione scienziati naturali, ingegneri, filosofi e umanisti, teologi, economisti e cultori delle scienze dello spirito (come postulava Wilhelm Dilthey), e il compito di cercare e costruire insieme sistemi interpretativi della realtà che diano senso globale e risposta alla grande domanda che già si poneva Immanuel Kant: che cos’è l’uomo?

Fraijó afferma nel prologo del suo volume: «Tutti i pensatori di cui parla questo libro concordano nel disdegnare l’ovvietà e nel dedicarsi alla riflessione. Dai suoi inizi, la filosofia è partita dall’assunto che nulla è ovvio, che in tutto ciò che ci circonda abitano la meraviglia e la perplessità. Ben lo sapeva Arthur Schopenhauer, quando scrisse: “La vita è dolorosa; ho deciso di trascorrerla a riflettere su di essa”. Qualcosa di simile ci ha lasciato Husserl, uno dei filosofi del XX secolo che più hanno apprezzato la riflessione filosofica: “Ho dovuto necessariamente filosofare, altrimenti non avrei potuto vivere in questo mondo”. Resta solo da sperare che non sia vera la sentenza di Fichte: “Se si filosofa, non si vive; se si vive, non si filosofa”. Sarà sempre possibile, a mio parere, unire vita e filosofia, pensiero ed esperienza»[9].

La prospettiva poliedrica dei pensatori che ci propone Fraijó, e con lui tanti altri uomini e donne che hanno elaborato, elaborano ed elaboreranno risposte multidisciplinari alle grandi domande dell’umanità, è sempre necessaria.

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[1].     Cfr Z. Bauman – L. Donskis, Cecità morale. La perdita di sensibilità nella modernità liquida, Roma – Bari, Laterza, 2019.

[2].     Cfr J. M. Mardones, Síntomas de un retorno. La religión en el pensamiento actual, Santander, Sal Terrae, 1999.

[3].     Cfr M. Redondo, «5 ideas de Zygmunt Bauman que retratan a la sociedad moderna», in Hypertextual, 10 gen­naio 2017.

[4].     Cfr Z. Bauman, Modernità liquida, Roma – Bari, Laterza, 2002.

[5].     L. H. Rodríguez, «Hannah Arendt, sobre la banalidad del mal», in Newtral, 14 ottobre 2019.

[6].     Cfr H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Firenze – Milano, Giunti – Bompiani, 2017 (or. 1958).

[7].     Cfr Id., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Milano, Feltrinelli, 2019 (or. 1963).

[8].       Cfr M. Fraijó, Semblanzas de grandes pensadores, Madrid, Trotta, 2020, 353-370. L’autore è professore emerito di filosofia della religione presso l’Universidad nacional de Educación a Distancia di Madrid.

[9].     Ivi, 13.

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