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Franco Battiato durante tutta la sua vita ha cercato di comprendere gli aspetti essenziali dell’esperienza umana, con una ricerca artistica profonda e costante che ha saputo abbracciare anche elementi sociali, culturali e spirituali.
Nato il 23 marzo 1945, in un paese della Sicilia, Ionia (successivamente denominato Riposto), in provincia di Catania, Franco ha ascoltato sin dall’infanzia le musiche tradizionali popolari, a volte suonate dallo stesso padre Turi, durante le feste. Eppure, come egli stesso racconta, c’è stato un episodio, quasi un’illuminazione, che lo ha aperto a mondi musicali più ampi e complessi: «Quella volta sono uscito dalla chiesa e ho sentito qualcosa di straordinario […]. Per quei dieci secondi ho trovato e provato una meraviglia di vita, di esistenza. […] Torno indietro e chiedo, in siciliano, al prete: Chi musica jè chista? E lui dice: È Johann Sebastian Bach»[1].
Questa curiosità per l’elemento sonoro diventerà emblematica per il suo itinerario musicale: da una parte, la musica popolare della Sicilia, che esprime il contingente, la terra assolata, la danza festosa, l’umano nel suo vivere di presente; dall’altra parte, la musica classica e quella d’avanguardia e sperimentale, che lo porterà lontano, in un viaggio umano e spirituale, alla ricerca di un senso esistenziale che conduce a un infinito nel quale continuare a immergersi, perdersi per ritrovarsi.
Gli incontri
Abbandonata presto la Sicilia, Franco si trasferisce prima a Roma e poi a Milano, dove conosce l’ambiente dei cantautori degli anni Sessanta. Incontra Giorgio Gaber, con il quale mantiene un’amicizia costante, forse grazie a quello spirito che induce entrambi a sperimentare altre forme musicali, un altro modo di sentire la musica. Entrambi, infatti, non si fermano al concetto di canzone; e se Gaber inventa la forma del «Teatro Canzone», Battiato cerca di sviluppare una scrittura musicale composta da contaminazioni sonore estreme, immergendosi nel progressive, nella musica elettronica, creando uno stile molto personale.
Gaber e Battiato, inoltre, si fanno accompagnare nella scrittura da artisti con differenti visioni della realtà: il cantautore milanese dialoga, sin dagli anni Sessanta, con la scrittura del pittore Sandro Luporini, il cui pensiero era influenzato soprattutto dalla metafisica di Carrà e De Chirico[2], mentre Manlio Sgalambro, filosofo nichilista, accompagnerà la scrittura di Battiato dal 1994.
Ed è proprio Gaber, in un’intervista, a rivelare uno degli aspetti caratteriali e umani dell’artista catanese. In occasione dell’arrangiamento, da parte di Battiato, di un quarantacinque giri di Ombretta Colli, contenente le canzoni «Pop Star» e «La solfa del destino»,egli afferma: «[Battiato] attraverso l’uso di diversi linguaggi riusciva a mettere insieme tante cose diverse, come un quartetto d’archi con delle ritmiche indiane, in una specie di transavanguardia musicale. […] In fondo era lo specchio della sua personalità artistica: lui è un tipo estremamente variabile come ispirazione, e questa è una delle sue qualità maggiori, nel senso che cambia continuamente registro musicale, inventa le cose, poi le abbandona e poi le riprende, e questa sua incostanza tutto sommato è anche la sua forza, e allo stesso tempo è il carattere di questa sua genialità esuberante»[3].
Sperimentazioni
Proprio questa «genialità esuberante» porta il musicista siciliano alla sperimentazione costante, seguendo il proprio sentire, il personale flusso vitale, dando forma e rappresentazione a un suono intimo e ancestrale, come egli stesso afferma: «Tutto ciò iniziò all’alba degli anni ’70, quando ebbi un rapporto di grande simbiosi con il sintetizzatore e scoprii che avevo già un suono. Non l’ho dovuto cercare. Ce l’ho avuto da subito, perché appunto mi ero collegato a situazioni primigenie ed ho ritrovato immediatamente queste specie di lande deserte dove il suono aveva questo senso orizzontale»[4].
Dopo un inizio nella direzione della canzone tipica italiana, i suoi primi album, Fetus (1972), Pollution (1972), Sulle corde di Aries (1973) e Clic (1974), presentano un distacco dall’idea tradizionale della canzone e abbracciano sentieri che vanno dal genere progressive alla musica elettronica, soprattutto grazie al sapiente e innovativo utilizzo del rivoluzionario VCS3 (Voltage Controlled Synthesizer 3 Oscillators), un sintetizzatore capace di creare effetti sonori e modificare fonti sonore esterne, all’epoca impiegato soprattutto per la musica psichedelica dei Pink Floyd e, successivamente, in quella sperimentale di Brian Eno.
Già da questi primi album si può notare una caratteristica che accompagnerà sempre la musica del cantante siciliano, ossia l’ispirazione colta, l’inserimento di generi e linguaggi nuovi, in una ricerca acustica che vive sulla frontiera. Al termine del brano «Meccanica» (1972), ad esempio, viene inserita una parte del colloquio tra gli astronauti dell’Apollo 11 Neil Armstrong e Neil Aldrin con il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, mentre in sottofondo si ascolta una parte musicale tratta dal secondo movimento della Suite n. 3 in re maggiore BWV 1068 di Bach, registrata direttamente da un giradischi, ma resa, nell’incisione dell’album, in maniera rallentata.
In «Aria di rivoluzione» (1973) Battiato include la poesia intitolata Genossen, wer von uns wäre nicht gegen den Krieg?[5] del poeta e cantautore tedesco del primo dopoguerra Wolf Biermann; essa viene recitata dalla cantante Jutta Taylor-Nienhaus, terminando tra sonorità percussive unite a strumenti sinfonici. La lirica si conclude con il magnifico verso: E infine, infine, prendono invece delle loro armi / la mano salvifica dei disarmati[6].
L’album Clic è frutto della conoscenza diretta di artisti d’avanguardia, come Karlheinz Stockhausen o John Cage per la musica contemporanea. Nel brano «I Cancelli della memoria» (1974) si possono ascoltare, nel suono del sax che si diffonde tra sonorità lunari, influenze che provengono dal jazz, o un intermezzo tratto dalla «Danza Rumena n. 3 “Pe Loc”», di Béla Bartók, oppure giri ipnotici al basso elettrico, che ricordano alcune sonorità psichedeliche pinkfloydiane di «The Dark Side Of The Moon». La canzone di Battiato così si sviluppa tra ritmi di percussioni ancestrali, tappeti sonori elettronici futuristici, inserti ruvidi delle chitarre elettriche: tutti elementi, questi, che conducono l’ascoltatore a evocare dimensioni di profondità, tra abissi inquietanti e sprazzi di diafana luminosità.
Memoria
Se Battiato ha sentito sempre l’impulso a spingersi verso un oltre lontano da sé, la sua produzione discografica mostra come egli sia sempre stato legato anche alla memoria, che rappresenta un elemento di ancoraggio che gli ha permesso di raggiungere di nuovo la riva, come una nave salpata verso il mare aperto ma capace di rientrare nel porto sicuro.
Così nel brano «Mesopotamia» (1989) egli canta: Lo sai che più si invecchia / Più affiorano ricordi lontanissimi / Come se fosse ieri / Mi vedo a volte in braccio a mia madre / E sento ancora i teneri commenti di mio padre / I pranzi, le domeniche dai nonni, ricordando momenti di infanzia, semplici, ma allo stesso tempo indelebili. Oppure, in «Aria di rivoluzione» (1973) ascoltiamo: Quell’autista in Abissinia / Guidava il camion fino a tardi, che è un probabile riferimento al padre, il quale faceva il camionista e aveva lavorato per un certo tempo anche in Africa.
In «Prospettiva Nevski» (1980), uno dei suoi brani più intensi e poetici, il cantautore con parole dal sapore cinematografico trasporta l’ascoltatore in una Russia dei primi anni del Novecento, tra realtà e sogno, quasi catapultato in un film in bianco e nero. L’inizio del brano – Un vento a trenta gradi sotto zero / Incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili – fa percepire il freddo e la solitudine di un tempo austero e drammatico, proprio dei Paesi dell’Est Europa; ed è confermato dalla seconda strofa: A tratti come raffiche di mitra / Disintegrava i cumuli di neve / E intorno i fuochi delle guardie rosse / Accesi per scacciare i lupi. L’immagine delle «guardie rosse» che stanno attorno al fuoco riprende semanticamente le «raffiche di mitra», che portano alla memoria anche la campagna di Russia, o un tempo dominato dalla guerra.
A questo paesaggio però Battiato ne collega un altro, il proprio, quello della Sicilia, attraverso l’immagine delle «vecchie coi rosari». Sono figure tipiche di un passato, che sono protagoniste anche del brano «Frammenti»: Le vecchie con le scope / Rincorrono i ragazzi cattivi per la strada. All’immaginario siciliano si rifà anche – sempre in «Prospettiva Nevski» – l’atteggiamento degli adulti in attesa che finisse la Messa: Seduti sui gradini di una chiesa / Aspettavamo che finisse Messa e uscissero le donne. Il passaggio al «noi» coinvolge l’ascoltatore affinché partecipi a questa scena, come se si trovasse lui stesso all’interno della canzone, mentre l’espressione le donne curve sui telai, vicine alle finestre riprende l’immaginario fanciullesco del cantautore, che visse soprattutto con la zia e la madre, che facevano le sarte.
Le citazioni di Igor Stravinsky e il film di Ejzenstejn sulla rivoluzione riportano nuovamente a orizzonti di cultura russa. Questo alternarsi di spazi e luoghi, queste contaminazioni di paesaggi, di emozioni e di piani esistenziali vengono armonizzati con naturalezza dalla melodia della canzone e dall’accompagnamento del pianoforte. Con la sua voce profonda e delicata, Battiato conduce l’ascoltatore a immaginare e rivivere situazioni estranee, ma non sconosciute, cercando di cogliere quell’ossimoro esistenziale contenuto nell’ultimo verso: E il mio maestro mi insegnò com’è difficile / Trovare l’alba dentro l’imbrunire.
Il viaggio
Il movimento è espresso da versi improvvisi, o dai numerosi nomi delle città presenti nelle canzoni, che appartengono soprattutto alle zone del Medio Oriente, dell’Africa o dei Balcani; esse sono anche simbolo di culture arcaiche, culle della nostra civiltà, oppure di luoghi martoriati da conflitti. Così troviamo Ninive e Cartagine, due città che devono essere distrutte, secondo il libro di Giona (cfr Gn 3,4) e secondo la celebre espressione di Catone Carthago delenda est; Istanbul, collegata a Venezia, crocevia di culture orientali, con gli stessi palazzi addosso al mare; oppure negli studenti di Damasco, vestiti tutti uguali, o nell’ira funesta dei popoli afghani ritroviamo le più moderne situazioni di conflitto.
Pur essendo ancorato alla sua terra natia, Battiato ha fatto del viaggio uno strumento di conoscenza, in particolar modo cercando linee che potessero unire l’Oriente con l’Occidente, come mostra già il titolo del brano «Da Oriente ad Occidente» (1973), contenuto nell’album Sulle corde di Aries, la cui strofa centrale diviene emblematica: Lontano da queste tenebre / Matura l’avvenire / Il cielo è senza nuvole / Padre, fammi partire. La poetica di Battiato non è quasi mai diretta, ma evocativa, spesso ermetica: l’oscurità rimane sempre all’interno dell’orizzonte umano, mentre il futuro è il mondo che può essere realizzato attraverso la partenza, l’uscita verso un oltre. Nel finale dell’ultima strofa diventa urgente la necessità della scelta, della presa di posizione: Al fuoco delle tenebre / Scelgo una nuova vita. La vita così sarà «nuova», ossia determinata dalla propria volontà di ricerca.
Musicalmente le strofe sono cantate utilizzando un effetto di eco, ottenuto da una doppia incisione sfalsata, che produce un senso di ampiezza e di lontananza, come se la voce del cantautore si diffondesse nell’aere del cosmo infinito. La musica è un connubio realizzato da sintetizzatori elettronici, strumenti classici come l’oboe, ed etnici come mandole, chitarre, percussioni; l’effetto finale che si crea è un ambiente sonoro che, se da una parte rievoca la musica antica, dall’altra porta a immagini acustiche fuori dal tempo.
Non solo il viaggio in sé, ma anche coloro che lo compiono vengono cantati da Battiato, come nella canzone «Nomadi» (1988) di Juri Camisasca, che avrà una toccante e poetica versione in duetto con la stupenda voce di Alice. I nomadi che cercano gli angoli della tranquillità sono gli spiriti liberi che compiono un tragitto terreno e spirituale, e fanno dell’esistenza una ricerca continua. Infatti, essi sono chiamati anche «camminatori» che cercano «la pace al crepuscolo». Qui torna di nuovo l’eco dell’«alba dentro l’imbrunire» di «Prospettiva Nevski», ossia l’intuizione, nel buio, di un attimo di pace, di infinito, che non viene definito, ma evocato. Per Battiato, l’essere umano, forse gettato nel mondo come uno straniero in una terra non sua, si trova in una condizione di precarietà, che sarà risolta soltanto attraverso l’ospitalità.
Quest’ultima, come attenzione verso l’altro, è presente anche nella celebre canzone «La cura» (1996). Se, infatti, il brano comincia con «Ti proteggerò», le ultime parole sono: «E io avrò cura di te». Questo atteggiamento appartiene alle antiche culture mediterranee – come mostra anche Omero nelle infinite traversate di Odisseo –, ma anche alla fede islamica, ebraica e cristiana e, come viene cantato nel brano «Nomadi», ha sempre avuto una relazione profonda con il divino: I viandanti vanno in cerca di ospitalità / Nei villaggi assolati e nei bassifondi dell’immensità. Ancora una volta l’ossimoro diviene luogo di senso, di intuizione spirituale: i bassifondi – forse quelli umani – sono collegati all’immensità, al sentire l’infinito. Ma questa esperienza è riconosciuta soltanto dal viandante, ossia da colui che è capace di andare per via, di camminare scalzo sulla terra, di farsi straniero e, dunque, ospite. Infatti, nell’ultima strofa egli è chiamato «forestiero», alla ricerca della «dimensione insondabile». Questa, come nei mistici, non viene definita, ma suggerita, e si afferma che verrà trovata, ma fuori città / alla fine della strada.
L’arrangiamento musicale è reso attraverso sonorità aperte, con la presenza di archi che creano un ampio respiro, sottolineando così «la dimensione insondabile», e momenti in cui la batteria scolpisce il ritmo, quasi a sottolineare il tempo storico. Il finale è caratterizzato dall’incedere solistico ed estremo della chitarra elettrica all’interno del motivo introduttivo suonato dagli archi: una situazione che rende, da un punto di vista acustico, la ricerca della profondità dell’essere all’interno dei «tumulti delle civiltà».
Podcast | INTELLIGENZE ARTIFICIALI E PERSONA UMANA
La nostra epoca sarà ricordata come quella della nascita delle intelligenze artificiali. Quella che stiamo vivendo non è altro che la fase iniziale di una rivoluzione informatica e tecnologica che ha lanciato l’intelligenza delle macchine. Qual è l’impatto sociale di queste nuove tecnologie e quali sono i rischi? A queste domande è dedicata una serie in 4 episodi di Ipertèsti, il podcast de La Civiltà Cattolica.
Il concerto di Baghdad
L’idea di mettere in relazione Oriente e Occidente si ripresentò anche nel simbolico concerto suonato da Battiato il 4 dicembre del 1992 a Baghdad, presso il Teatro nazionale iracheno, nel tempo del forte embargo a causa della prima guerra del Golfo.
In quella occasione il critico musicale Gino Castaldo affermò: «Battiato ha da lungo tempo coltivato l’idea che Oriente e Occidente abbiano molte cose da dirsi. L’uno può essere funzionale all’altro, l’uno può integrare l’altro in una visione del mondo più completa e soddisfacente. In questo non è certamente il primo. C’è una lunga tradizione di artisti, scrittori, pensatori che hanno tentato di gettare questo ponte, ritenendolo fondamentale, decisivo per le sorti di entrambi gli universi. Con l’umile strumento della canzone, e talvolta con più ambiziose composizioni, Battiato si è inserito in questa tradizione, come se fosse convinto che solo lasciando comunicare e integrare questi due universi sia possibile una terza via che equivale alla salvezza»[7]. Questo concerto voleva essere un ponte tra due culture. Il cantautore si fece accompagnare musicalmente dall’«Orchestra sinfonica nazionale d’Iraq», diretta da Mohammad Othman, e da quella italiana de «I virtuosi italiani», diretta da Antonio Ballista e dal suo amico musicista Giusto Pio.
Ad ascoltare il concerto giunsero studenti dell’università, uomini di cultura, musicisti, e in Italia esso venne trasmesso la notte di Natale, come segno di speranza e di rinascita di una possibile pace. Battiato parlava della difficoltà, da parte dei musicisti stessi, di trovare spartiti, ance per i fiati, corde per i violini a causa delle sanzioni, che colpivano non soltanto l’economia, ma anche la cultura di un intero Paese. Così egli stesso rispose ad alcune critiche sull’opportunità di fare un concerto in un luogo di chiara dittatura: «È inutile ribadire che lo scopo principe della mia visita in Iraq era umanitario, perché non trovo giusto che un popolo debba soffrire per colpe non sue; ma è anche vero che credo sia giusto dare a tutti una possibilità di redenzione, perché molti assassini sono diventati santi».
Se Battiato iniziò il concerto con il brano «L’ombra della luce» (1991), cantato in arabo perché fosse compreso da tutti gli ascoltatori locali: Difendimi dalle forze contrarie / La notte, nel sonno quando non sono cosciente / Quando il mio percorso si fa incerto / E non abbandonarmi mai / Non mi abbandonare mai […]. Perché le gioie del più profondo affetto / O dei più lievi aneliti del cuore / Sono solo l’ombra della luce, quello conclusivo, in arabo, fu «Fogh in Nakhal» (1993), che riprendeva un canto sufi: Sulle palme lassù / Non so se è la tua guancia che brilla / O la luna lassù […] Non ho nessuna malattia: / Soffro per quella persona bruna / Che m’imprigiona con i suoi dolci occhi. Le due canzoni mettono in relazione il trascendente e l’immanente attraverso l’unico sentimento che collega i due ambiti: quello dell’affetto e dell’amore.
Il viaggio è, dunque, esperienza della diversità e porta con sé il valore di una prospettiva più ampia, legata a una ricerca di un bene comune, che contrasta con le prevaricazioni e le arroganze dei singoli potenti, attaccati unicamente al proprio interesse, come Battiato canta in «Bandiera bianca» (1987): Quante squallide figure che attraversano il paese / com’è misera la vita negli abusi di potere. Di fronte a una situazione generalizzata di ingiustizia e di oppressione, il cantautore siciliano considera necessaria una scelta etica, come canta nel brano «E ti vengo a cercare» (1988): Questo secolo oramai alla fine / Saturo di parassiti senza dignità / Mi spinge solo ad essere migliore / Con più volontà, nella speranza che una seppur flebile ma acre speranza possa continuare a sopravvivere. Così scrive nel brano-invettiva «Povera Patria» (1991): Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali / Che possa contemplare il cielo e i fiori, / Che non si parli più di dittature, / Se avremo ancora un po’ da vivere… / La primavera intanto tarda ad arrivare.
Il divino
Possiamo dire che la poetica musicale di Battiato ha come punto focale la ricerca costante del divino, a prescindere dalle molteplicità delle forme con cui esso possa essere rappresentato religiosamente. Il cantautore afferma in un’intervista a Pasquale Troìa: «Alla fine degli anni ‘60 ebbi una forte crisi, una crisi esistenziale. Da quel memorabile giorno della mia vita non ho più smesso la ricerca spirituale […]. Sentii anche la necessità di documentarmi attraverso libri e passarono tra le mie mani la Bibbia, il Corano, e i Veda»[8].
Così il suo spirito libero lo ha condotto a cercare l’assoluto non in una sola direzione, ma in senso trasversale, accostandosi con lo stesso desiderio alle tante esperienze mistiche. Lo possiamo capire dai suoi autori più letti e meditati: si va dal poeta persiano Rumi (1207-31) ai filosofi indiani Yogananda (1893-1952) e Aurobindo (1872-1950), al filosofo e musicista armeno Gurjief (1866-1949), ma anche ai mistici cristiani spagnoli, come san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, o san Francesco e sant’Agostino. Testimonianza di questa sua immersione nelle religioni sono tre pubblicazioni musicali: Genesi (1987), un’opera in tre atti, che comprende testi in sanscrito, persiano, greco e turco; Gilgamesh (1992), con influssi di letteratura esoterica, «ricercando sempre ostinatamente e serenamente un oriente culturale e “mondi lontanissimi” ma sempre vicini, cercando di coniugare Oriente ed Occidente»[9]; e la «Messa arcaica, composizione per soli coro e orchestra», eseguita nella basilica di San Francesco ad Assisi nel 1993.
Battiato si definisce un «mistico musicista», nel senso che le sue canzoni sono la comunicazione dell’idea che egli ha del cosmo e della conoscenza che ha delle cose, dell’assoluto e del mondo, e costituiscono il proprio spazio di sacralità. Questo processo ascetico è volto a una ricerca dell’armonia globale, come egli afferma: «Mi sento in dovere di ringraziare il creato per quello che mi circonda e per tutte le bellezze che vedo e mi toccano»[10]. Questa sua tensione mistica è cantata, in particolare, nel brano «E ti vengo a cercare», che appartiene al celebre album Fisiognomica (1988). In esso, come un eremita, il cantante evoca un rapimento mistico e sensuale verso un assoluto, che non è mai nominato esplicitamente per rispetto del sacro; tuttavia, allo stesso tempo, questo anelito viene espresso in modo familiare, con un «tu» che indica una confidenza, una vicinanza intima.
Trascendenza e immanenza, abisso di assenza e intima presenza sono le caratteristiche con cui i mistici colgono la presenza di Dio, come ha cantato anche Giuni Russo, amica e conterranea di Battiato, in «La sua figura» (1994). Questo brano si ispira ai versi di san Giovanni della Croce, musicati proprio da Battiato: Ho bisogno di te / Sai che la sofferenza d’amore non si cura / Se non con la presenza della sua figura. Similmente, in «E ti vengo a cercare» Battiato canta: Perché ho bisogno della tua presenza / Per capire meglio la mia essenza, mostrando come il desiderio verso un’ascesi spirituale contempli uno slancio verso ciò che è alto, sublime e, allo stesso tempo, parta da una relazione molto profonda con se stessi, in cui si intuisce il richiamo dell’assoluto.
Tuttavia è necessario morire a se stessi, predisporsi a una forma di kenosi per immergersi completamente in questo infinito, come fanno capire entrambi gli artisti. Infatti, se Battiato canta: Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri / Non accontentarmi di piccole gioie quotidiane / Fare come un eremita / Che rinuncia a sé, Giuni Russo, con la sua voce melodiosa, intona ripetutamente il verso: E lascio la mia vita a Te.
Per Battiato, questo slancio verso l’assoluto non è fine a se stesso, ossia un modo per separarsi dal mondo in cui vive, ma si trasforma in un profondo desiderio di pace e di armonia che possa essere irradiato nel mondo, ben espresso da quella potente e poetica immagine dei «danzatori dervisci» contenuta nel brano «Voglio vederti danzare» (1982): Voglio vederti danzare / Come i dervisches tourners che girano / Sulle spine dorsali / O al suono di cavigliere del Katakali. / E gira tutt’intorno la stanza mentre si danza, danza / E gira tutt’intorno la stanza / mentre si danza. Questa vorticosa danza viene espressa da un movimento di danzatori che «girando fanno un cerchio quasi perfetto, che tengono la mano destra rivolta verso il cielo e quella sinistra verso la terra e girando su se stessi lodano il Signore»[11].
Similmente, anche il processo della reincarnazione è visto con un’attenzione alla relazione umana, come mostra l’immagine cantata ne «Il mantello e la spiga» (1998): Lasci un’orma attraverso cui tu stesso ti segui nel tempo e ti riconosci. / Correvi con la biga nei circhi. / E fosti pure un’ape delicata, / Il gentile mantello che coprì le spalle di qualcuno. Lo spirituale è sempre collegato all’attenzione verso l’altro, verso un prossimo che viene incontrato per caso, e nel quale si riconosce un altro viandante: è quel «qualcuno» su cui poggiare il mantello sulle spalle; e il mantello è sempre simbolo di chi si mette in cammino.
Conclusioni
Battiato cavalca la «furia del viaggio», che non è un espediente intellettuale, ma antropologico e spirituale. In questo cammino verso un centro di gravità permanente incontra situazioni esistenziali che lo interpellano, lo animano, lo provocano, lo addolorano. Il suo è stato un cammino artistico, umano, mistico e anche religioso, che lo ha condotto a uscire fuori di sé per cercare e ritrovare uno sguardo divino sul mondo, spinto da quelle ineludibili domande che concludono la canzone «Mesopotamia» (1989): Che cosa resterà di me, del transito terrestre? / Di tutte le impressioni che ha preso in questa vita?
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[1]. A. Nove, Franco Battiato, Milano, Sperling & Kupfer, 2020, 13.
[2]. «Sandro Luporini. Pittore, scrittore e coautore di Giorgio Gaber», in https://www.giorgiogaber.org/index.php?page=biografia_luporini
[3]. L. Ceri, «Il sogno di Gaber», in https://www.vorrei.org/culture/12332-il-sogno-di-gaber.html
[4]. J. Giustini, «Franco Battiato e Manlio Sgalambro: svolte/entropie», in Nuove Effemeridi, n. 47, 1999, 16.
[5]. «Compagni, chi di noi non sarebbe contro la guerra?».
[6]. Und endlich, endlich ergreifen sie statt ihrer Waffen / die rettende Hand der Waffenlosen.
[7]. C. Castaldo, «Un ponte tra mondi separati», in Nuove Effemeridi, n. 47, 1999, 20.
[8]. «“Sono solo l’ombra della luce”, intervista di Pasquale Troìa a Franco Battiato», in P. Troìa (ed.), La Musica e la Bibbia, Roma, Garamond, 1992, 299 s.
[9] . Ivi, 295.
[10]. Ivi, 303.
[11]. «Intervista a Franco Battiato», in https://tinyurl.com/4btbku4w