Come un viandante che procede a piedi – ovvero che progredisce a forza di cadute in avanti, com’è necessario a chi si muove mettendo sempre un piede davanti all’altro per mantenere l’equilibrio –, l’Europa passa di crisi in crisi. Ma che cos’è una crisi? È qualcosa che, si tratti di un evento psicosomatico, culturale o sociale, pone l’organismo davanti a un bivio; è il luogo «critico», dove a determinare il percorso da seguire sarà il criterio al momento dominante. La crisi europea è quel luogo instabile in cui il subcontinente esita tra due percorsi: quello della stabilità, che non è immobilità, ma una tensione verso l’equilibrio; o quello di un’ulteriore svolta verso lo squilibrio, che può portare alla disintegrazione.
Le basi culturali delle crisi europee
Nel 1935 Paul Hazard analizzava la crisi europea causata dal razionalismo nel XVII secolo. Ricordiamo solo la sua famosa diagnosi: «La maggioranza dei Francesi pensava come il Bossuet; tutt’a un tratto, i Francesi pensano come il Voltaire: è una rivoluzione»[1]. Era il trionfo di una ragione incentrata sulla padronanza individuale del proprio sapere – in contrapposizione alla comunità credente, reputata alienante –, che trovava il proprio riferimento in Descartes. Nello stesso anno, vale a dire nel maggio 1935, una famosa conferenza tenuta a Vienna dal filosofo Edmund Husserl veniva intitolata «La crisi dell’umanità europea e la filosofia», ossia una crisi letta come il tentativo delle scienze sociali e dei filosofi contemporanei di prendere le distanze dalla modernità. A poco a poco, alla maniera di Max Horkheimer e Theodor W. Adorno, veniva riconosciuta l’impossibilità di dare compimento al razionalismo strumentale nato dall’Illuminismo: «Il mito è già Illuminismo, e l’Illuminismo torna a rovesciarsi in mitologia»[2].
Oggi, l’idea che l’Europa ha della crisi si basa su questi fondamenti culturali. Poiché è incapace di dominarla tramite la ragione all’interno di una rappresentazione coerente, la polarizza nelle sue divergenti manifestazioni: di volta in volta crisi economiche, politiche, ecologiche e finanziarie, nonché crisi della governance europea, tutte vissute nella cupa prospettiva della disoccupazione, dell’aumento dei prezzi, dell’insicurezza e dei dubbi sul futuro dell’Europa stessa. Solo pochi moralisti e qualche teologo collegano le odierne crisi europee a una coscienza frammentata e a un’umanità dispersa. Così, papa Francesco parla di complessità; afferma che più logiche irriducibili interagiscono in «una sola e complessa crisi socio-ambientale»[3].
I rimedi ipotizzati, riecheggiando la crisi culturale dell’Europa, divergono quanto le analisi che vengono proposte. Se gli
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