Jacopo Tintoretto, “Caino e Abele”.

LA FRATERNITÀ DAL PUNTO DI VISTA DI CAINO

Quaderno 4139

pag. 423 - 433

Anno 2022

Volume IV

3 Dicembre 2022
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Il racconto biblico, sin dalle sue prime battute, affronta il tema della fraternità e lo fa in maniera originale e non senza una certa dose di crudo realismo. Essere fratelli non è un compito facile e il legame di sangue non è condizione sufficiente per indicare la qualità di una relazione.

Nel secondo racconto di creazione Dio dice: «Non è bene che l’Adam sia solo» (Gen 2,18). Così la donna viene creata come un aiuto, perché lei e l’Adam siano faccia a faccia, allo stesso livello senza che l’uno si elevi e domini sull’altro (cfr ivi). In questo modo il Signore indica la via per una relazione autentica, salvifica e feconda, che si costituisce come uno stare l’uno di fronte all’altro, differenti, ma complementari.

Uscire dalla solitudine, però, vuol dire anche porre il problema del confronto-scontro con l’altro. Infatti, sin da subito la vicenda dei primi due fratelli (cfr Gen 4,1-16) è fatta di gerarchie e di preferenze, che non permettono di vedere nell’altro un fratello, ma un concorrente e un avversario da eliminare.

Tintoretto, “Caino uccide Abele”.

Tintoretto, “Caino uccide Abele”.

Proprio per questo è sorprendente come la storia della prima coppia di fratelli venga presentata dal punto di vista del colpevole, cioè di Caino, il quale, uccidendo Abele, elimina anche la possibilità per sé di definirsi come fratello.

Inoltre, nel racconto biblico non assistiamo alla giustificazione dell’assassino, come, per esempio, nella vicenda di Romolo e Remo, ma la grave responsabilità dell’omicida viene evidenziata in maniera autorevole da Dio stesso.

Dunque, la narrazione di Gen 4,1-16 è incentrata su Caino, che ne è il protagonista, mentre il fratello Abele appare quasi di sfuggita e non pronuncia parola in tutto il racconto. Così al centro della scena ci sono Caino e il suo stato d’animo, che risalta chiaramente agli occhi del lettore. Infine, è con Caino e non con Abele che Dio entra in dialogo.

La narrazione è essenziale, ma in pochi versetti sono condensati numerosi dettagli che contribuiscono a un ritratto articolato e ricco di sfumature.

Due fratelli diversi

All’interno del racconto, Caino e Abele sono introdotti in maniera differente. Il confronto tra di loro contribuisce a formare le prime impressioni del lettore. Innanzitutto, la loro stessa nascita stabilisce una gerarchia tra i due fratelli: «Adamo conobbe Eva sua moglie, la quale concepì e partorì Caino e disse: “Ho acquistato un uomo con il Signore”. Poi continuò a partorire suo fratello Abele. Ora Abele era pastore di greggi e Caino lavoratore del suolo» (Gen 4,1-2)[1].

Caino è presentato come il personaggio più importante non solo perché è il primo in ordine di nascita, ma anche per il tipo di accoglienza che riceve quando viene al mondo. Eva saluta la nascita del primo figlio con un grido di esultanza, come davanti a qualcosa di prodigioso[2]. Il primo uomo nato da donna è introdotto come un essere eccezionale, quasi divino. Precisamente, le parole pronunciate da Eva possono essere tradotte con un’espressione sconvolgente: «Ho acquistato un uomo con il Signore» (Gen 4,1). Dal punto di vista di Eva, sembra esserci stato il concorso stesso di Dio in questa nascita eccezionale. Abele, per contro, viene menzionato quasi en passant, come il figlio che si aggiunge. Inoltre, il nome stesso di Abele sta a indicare il soffio e il vapore che non ha consistenza. La posizione secondaria di Abele dà ancora maggiore risalto a Caino come personaggio principale del racconto. Infatti, Abele non sembra sussistere per sé stesso, ma è presentato come il fratello di Caino, come un’appendice che esisterebbe solo nella relazione con il figlio primogenito di Eva.

I due fratelli svolgono mestieri differenti: Abele è pastore di greggi; Caino è agricoltore. Saranno compagni condividendo i frutti del loro lavoro, oppure si comporteranno da rivali entrando in competizione tra loro?

Il risentimento di Caino

Entrambi i fratelli presentano un’offerta al Signore, il quale volge lo sguardo sul dono di Abele, ma non su quello di Caino: «Trascorso del tempo, Caino presentò frutti del suolo come offerta al Signore, mentre Abele presentò a sua volta primogeniti del suo gregge e il loro grasso. Il Signore guardò ad Abele e alla sua offerta, ma non guardò a Caino e alla sua offerta» (Gen 4,3-5a).

Al lettore non vengono comunicati i motivi legati alla scelta del Signore. Forse Dio è ingiusto e capriccioso? L’offerta animale di Abele si è mostrata più meritevole di quella vegetale di Caino? O forse Dio agisce in questo modo per scuotere le preferenze umane? Sembra che infine qualcuno stia prendendo in considerazione Abele, il figlio aggiunto, offrendo anche a Caino la possibilità di accorgersi del fratello che si trova accanto a sé[3]. L’azione di Dio sconvolge le gerarchie tra fratelli e introduce una complicazione nel racconto. Mentre il lettore è invitato a formulare diverse congetture che spieghino la preferenza divina, il narratore esplicita la reazione di Caino davanti alla scelta del Signore a favore dell’offerta di Abele: «Bruciò molto a Caino e il suo volto cadde» (Gen 4,5b).

Viene posta al centro della scena la risposta emotiva di Caino dinanzi a ciò che egli percepisce come un’ingiustizia subita. Caino è al tempo stesso irritato e abbattuto, arrabbiato e depresso. In primo luogo, il bruciare di Caino va inteso come rabbia che viene comunicata attraverso l’immagine del volto che si accende. La lingua ebraica, infatti, esprime l’irritazione presentando quella che è la reazione fenomenologicamente osservabile[4]. L’ardere di Caino può essere originato dall’invidia e dalla gelosia, causate dal successo di Abele. Caino soffre e si irrita perché è invidioso del fratello[5]. Insieme alla rabbia, viene mostrato anche il volto abbattuto di Caino che, invece, può essere interpretato come uno stato depressivo[6]. La direzione dell’affettività per lui si volge decisamente verso il basso. Quindi, per esprimere come Caino si senta, nel racconto viene adoperata una doppia metafora: quella del volto che si accende e che va giù. Rimane una domanda: dopo aver accusato la durezza del colpo, Caino riuscirà a rialzarsi?

Dio si volge verso Caino

Il primogenito di Eva non viene lasciato solo con sé stesso nel covare il suo risentimento e la sua rabbia. Dio interviene con la sua parola e si rivolge proprio a Caino[7], innanzitutto attraverso una doppia domanda che è un invito a entrare in dialogo: «Il Signore disse a Caino: “Perché ti brucia e perché la tua faccia cade?”» (Gen 4,6).

Il Signore riconosce lo stato emotivo di Caino, offrendogli anche uno sguardo esterno su quanto sta avvenendo dentro di lui. Le domande servono a scuotere Caino, affinché non si ripieghi nel suo dolore, ma rifletta con un altro diverso da sé, con Dio, sulle ragioni che lo hanno portato verso un tale stato di prostrazione[8]. Caino è esortato a uscire da un ripiegamento su di sé che lo spinge sempre più in basso. La domanda del Signore è un invito rivolto al primogenito di Eva affinché, riflettendo, si fermi per cercare una risposta a ciò che accade dentro di sé, senza rimanere sbilanciato sulla propria affettività frustrata. Le parole di Dio vogliono condurre Caino a una maggiore consapevolezza della propria interiorità e delle proprie reazioni emotive, ma tutto ciò riuscirà a evitare nefaste conseguenze? La parola del Signore non si esprime attraverso una dichiarazione che alteri magicamente l’umore di Caino, ma Dio si appella alla libertà e alla responsabilità del figlio primogenito di Eva: «Non è forse, se agisci bene, rialzare [il volto]? Ma se non agisci bene, alla porta è accovacciato il peccato e verso di te è la sua bramosia, ma tu lo dominerai?» (Gen 4,7).

L’espressione è abbastanza complessa, difficile da tradurre dall’ebraico alle altre lingue[9]. È importante sottolineare come il Signore non dica a Caino di non irritarsi, ma ponga davanti a lui due vie, due scelte possibili, con le loro rispettive conseguenze[10]. Il Signore continua a interagire con Caino attraverso domande che lo aiutino a uscire dalla rabbia e dalla depressione in cui egli si trova. Se Caino agirà bene e non si lascerà trasportare dalle azioni dettate dal suo stato d’animo, allora egli potrà rialzare la testa e invertire di segno lo stato di prostrazione in cui si trova[11]. Le parole del Signore mostrano come non solo gli affetti conducano all’azione, ma anche come l’azione verso il bene o verso il male possa mutare le disposizioni affettive. Caino ha la possibilità di agire in direzione opposta a ciò che lo turba e lo irrita, e così potrà di nuovo sollevare il suo volto. Ci riuscirà?

La seconda parte della domanda del Signore mette in guardia Caino dal fare il male: il peccato è come una bestia selvatica accovacciata alla porta, che freme, pronta a colpire, se Caino gli apre la porta. La chiave del futuro del primogenito di Eva è nella sua azione e nella sua affettività. Riuscirà a domare l’animale che si trova alla sua porta? Caino è posto davanti a due scelte ugualmente possibili: il bene e il male; per il momento, nulla è ancora compromesso. André Wénin così si interroga: «Troverà [Caino] la sua dignità di uomo fermando a sé il male che lo colpisce e lo attraversa, oppure gli lascerà fare una nuova vittima? Saprà in questo modo “addomesticare” l’animale in sé e diventare, secondo la bella espressione di P. Beauchamp, il “pastore della propria animalità”, realizzando in questo modo, nella sua difficile condizione, la vocazione di ogni essere umano?»[12].

Il Signore interagisce con Caino attraverso molteplici domande per risvegliare una risposta sensata e persuadere il primogenito di Eva che nulla è irrimediabile. Dio fa leva sugli affetti di Caino affinché egli non agisca secondo la propria lunghezza d’onda emotiva, che può rivelarsi distruttiva per sé e per gli altri. Il Signore non ferma la mano del primogenito di Eva, ma il racconto mette in scena il dramma della libertà dell’uomo, il quale può dirigersi verso il bene o verso il male.

Adesso tocca a Caino rispondere, ma egli lascerà cadere nel vuoto le domande e le sollecitazioni del Signore. La parola di Dio, quella parola efficace che agli inizi crea il mondo – «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» (Gen 1,3) – non ha un effetto sul primogenito di Eva, che non accoglie l’invito al dialogo. L’appello di Dio pare inascoltato e non meritevole di risposta. La libertà di Caino lascia che le domande del Signore risuonino nel silenzio, un silenzio che purtroppo non sarà quello della meditazione e della riflessione.

Un omicidio «senza parole»

Mentre le domande del Signore cadono nel vuoto, Caino si rivolge subito al fratello, ma il testo ebraico non riferisce il discorso che egli indirizza ad Abele[13]. Le parole non pronunciate da Caino segnano il suo sprofondamento progressivo verso il primo assassinio della storia, che viene presentato in tutta la sua crudezza: «Caino parlò al fratello Abele. Quando erano in campagna, Caino si alzò contro il fratello Abele e lo uccise» (Gen 4,8).

Caino non solo non parla con Dio, ma non lo fa neanche con il fratello. Egli non è capace di esprimere con le parole la propria affettività. Proprio per questo il suo mondo interiore, fatto di frustrazione e risentimento, risulta essere chiuso e impermeabile. Così Caino non entra in dialogo con Abele, ma, al posto della parola, c’è un silenzio assordante che esplode nella violenza[14]. Caino non parla, ma come una belva si erge contro Abele (cfr 1 Sam 17,35) e lo uccide con violenza disumana e bestiale. Egli potrebbe accedere alla parola, mettendosi in dialogo con il fratello e mostrandogli ciò che alberga nel proprio cuore, ma non lo fa. Caino procede secondo uno schema primario di causa-effetto, per cui la frustrazione e la depressione accumulate lo portano ad agire con violenza ed efferatezza. Caino non riesce ad accedere alla propria umanità mediante l’articolazione della parola, e così l’affettività ripiegata su di sé e non mediata dalla razionalità conduce all’inumano e alla morte. Pertanto, la violenza senza parole di Caino segna drammaticamente l’ingresso della fraternità nella storia biblica.

Consumato il fratricidio, Caino viene interpellato da Dio con un’altra domanda. Questa volta ci sarà una risposta?  «Allora il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il guardiano di mio fratello?”» (Gen 4,9).

«Dov’è tuo fratello?». Davanti a questo interrogativo, Caino risponde ponendosi in contrasto con Dio, affermando il falso («Non lo so»), negando la vittima e ponendo un’altra domanda pretestuosa («Sono forse io il guardiano di mio fratello?»)[15]. Per la prima volta nel racconto Caino parla, ma lo fa con parole non vere, di derisione, che negano la propria responsabilità. La violenza verso il fratello adesso si dirige contro Dio. Inoltre, la risposta di Caino non è semplicemente elusiva, ma nega il fratello Abele. Il Signore risponde alla provocazione con un’altra domanda: «Che cosa hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello sta gridando a me dal suolo! E ora maledetto tu dal suolo che ha aperto la sua bocca per ricevere i sangui di tuo fratello dalla tua mano. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più il suo raccolto: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra» (Gen 4,10-12).

Queste parole pongono Caino davanti alla gravità dell’azione compiuta e lo invitano a uscire da sé e ad ascoltare la voce del sangue che sta gridando dal suolo. La parola «sangue» compare al plurale. Questa forma ricorre con una certa frequenza nella Bibbia ebraica e fa riferimento al sangue dell’uomo che può trovarsi in uno stato di dispersione (macchie, pozze di sangue, mestruo) e quindi anche al sangue versato in un omicidio[16]. L’interpretazione ebraica del plurale «sangui» è suggestiva: «R. Judan disse: Il sangue di tuo fratello non sta scritto qua, ma: i sangui, cioè il suo sangue, ed il sangue della sua discendenza»[17]. Non è solo Abele, ma anche il suo seme che scompare dalla faccia della terra, e con esso tutte le possibilità di vita che poteva generare e che non saranno più. Lo spargimento del sangue è un’azione grave, perché è irreversibile nel troncare alla radice quella che avrebbe potuto essere la genealogia di Abele. Dunque, Caino l’agricoltore ha seminato la campagna con il sangue del fratello. Egli è maledetto come il serpente (cfr Gen 3,14). Questa volta, però, non è Dio che maledice, ma il suolo. Le conseguenze del male perpetrato sono molto gravi: la terra non darà frutto, e Caino, l’agricoltore sedentario, sarà errante e fuggiasco sulla terra, esposto a ogni pericolo[18]. Se seminerà la terra, non avrà il tempo per vederne il frutto.

La «conversione» di Caino

La storia dei due fratelli sembra essersi drammaticamente chiusa per entrambi, quando compare una svolta inattesa. Con grande sorpresa per il lettore, Caino riconosce il male commesso. Egli ammette sia la gravità dell’azione compiuta sia le sue conseguenze: «Caino disse al Signore: “Troppo grande è la mia colpa da sollevare! Ecco, tu mi scacci oggi dalla faccia di questo suolo e io mi dovrò nascondere dalla tua faccia; io sarò ramingo e fuggiasco sulla terra e chiunque mi incontrerà mi potrà uccidere”» (Gen 4,13-14).

Finalmente la coscienza di Caino è scossa, egli non si esprime più con parole banali, ma si rende conto della gravità di ciò che ha fatto. Nel corso della narrazione Caino cambia e mostra di essere imprevedibile, al di là delle attese del lettore. Quando la storia sembrava inesorabilmente segnata dall’omicidio, egli è capace di tornare alla ragione e di mutare le proprie disposizioni interiori riconoscendo la colpa.

Caino riprende le parole del Signore e trae la conclusione che a causa del suo errare egli sarà ucciso, incorrendo nella vendetta e subendo la stessa sorte del fratello[19]. Il primogenito di Eva fa emergere tutta la paura che anch’egli sarà vittima del male che lui stesso ha innescato. Inizialmente Caino era concentrato solo su di sé, la sua faccia era abbattuta a causa della preferenza non accordatagli dal Signore e appariva roso dall’invidia verso il fratello. Adesso qualcosa cambia: egli riconosce il danno, la frattura che lo separa dalla «faccia» dell’altro, dalla «faccia del suolo», da cui trae sostentamento come agricoltore, e dalla faccia di Dio, da cui si dovrà nascondere.

Dopo aver ascoltato le parole di riconoscimento della colpa da parte di Caino, il Signore interviene in maniera risolutiva a protezione del colpevole: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!» (Gen 4,15). Davanti al dramma del male e di fronte alla gravità delle sue conseguenze, il Signore si conferma il Dio della vita. La sua parola ha l’effetto di fermare un intensificarsi del male e di far ripartire il cammino della storia. Il lettore viene informato che Caino riceve dal Signore un segno che lo protegga (cfr Gen 4,15). Le drammatiche vicende del primogenito di Eva non sfuggono al governo di Dio, che rimette in moto il racconto. Così Caino comincia la sua erranza durante la quale vedrà una discendenza dopo di lui (cfr Gen 4,17). L’omicidio non è un punto di non ritorno, ma si apre la possibilità di un cammino che guarda al futuro.

Caino è stato introdotto nel racconto come un figlio quasi divino, a differenza della scarna presentazione riservata ad Abele. Caino fa esperienza del limite quando il suo dono non viene «guardato» da Dio. Davanti a questa prova, il primogenito di Eva si irrita e si abbatte. Nel racconto di Gen 4, Caino è invidioso del fratello e si esprime con un misto esplosivo di collera e depressione. Caino è vittima dello stesso male che cova dentro di sé e che compie con efferata e animalesca violenza. Egli paga la propria chiusura e la propria ostinazione, che non si apre all’offerta di salvezza da parte di Dio: salvezza che giunge in due tempi – prima e dopo il fratricidio – e che si appella alla sua libertà. Dio interviene direttamente attraverso delle domande, per sollecitare una presa di coscienza e un’azione verso il bene. L’intervento di Dio lascia libero Caino, interpellandolo nella sua capacità di scegliere il bene piuttosto che il male. Tuttavia, il primogenito di Eva non vuole ascoltare l’invito del Signore a rendersi consapevole di ciò che sente dentro di sé. Egli sceglie di non agire bene per risollevarsi. La radicalità del confronto tra fratelli porta alla violenza e alla morte. Per un nuovo inizio, si dovrà perciò attendere la fine del racconto, quando le parole del Signore faranno sorgere in Caino il riconoscimento della colpa e il timore di ritrovarsi esposto alla vendetta di coloro che incontrerà.

Caino è un personaggio a tutto tondo, dinamico, capace di cambiare nel corso della narrazione. La rappresentazione di un’affettività frustrata e depressa e l’assenza di parola e di dialogo con Dio e con il fratello sono fondamentali nella narrazione sino alla svolta, quando finalmente l’essere umano risponde e la parola del Signore rimette in moto il travagliato percorso della storia. Alla luce di questo racconto, sembra a dir poco paradossale l’espressione del Salmo 133: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (v. 1). Eppure, nella Bibbia la fraternità non è un mero legame biologico o un’irenica convivenza, ma è soprattutto un orizzonte di possibilità che si colloca davanti al lettore, il quale, come Caino, viene invitato a scendere dentro di sé riconoscendo le proprie resistenze davanti all’altro, per uscire dal proprio egocentrismo e aprirsi al fratello o alla sorella che gli sta di fronte.

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FRATERNITY FROM CAIN’S POINT OF VIEW

From the very first lines of the biblical account of Cain and Abel in the Book of Genesis, the theme of fraternity is dealt with. Being brothers is not an easy task. In fact, the story of the first brothers in biblical history is made up of hierarchies and preferences that do not allow one to see a brother in the other, but a competitor and an adversary to be eliminated. Precisely for this reason, it is surprising how the narrative of Gen 4:1-16 is presented from the point of view of the guilty party, that is, Cain, who, by killing Abel, also eliminates the possibility for himself to call himself a brother. The narration is concise, but in just a few verses numerous details are condensed, contributing to an articulate and nuanced portrait.

***

[1].     La traduzione dall’ebraico è a cura dell’autore.

[2].     Secondo David Cotter, il grido di Eva esprimerebbe la rivendicazione della prima donna di aver creato allo stesso modo di Dio (cfr D. W. Cotter, Genesis, Collegeville, Liturgical Press, 2003, 41). Per André Wénin, invece, attraverso queste parole la donna confesserebbe di aver acquistato un uomo con il Signore, escludendo Adamo, che si era unito a lei, e sostituendolo con Dio (cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo o l’errare dell’uomo. Lettura narrativa e antropologica della Genesi. I. Gen 1,1–12,4, Bologna, EDB, 2008, 99).

[3].     Su questo punto, cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 103.

[4].      Secondo Paul Kruger, nel caso di Caino tale espressione somatica indicherebbe la rabbia che si accompagna al sopraggiungere della depressione (cfr P. A. Kruger, «On Emotions and the Expression of Emotions in the Old Testament: a Few Introductory Remarks», in Biblische Zeitschrift 48 [2004/2] 214).

[5].     Cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 104.

[6].     Sul volto e sulle emozioni, cfr P. A. Kruger, «The Face and Emotions in the Hebrew Bible», in Old Testament Essays 18 (2005/3) 660; sulla depressione, cfr Id., «Depression in the Hebrew Bible: An Update», in Journal of Near Eastern Studies 64 (2005/3) 190.

[7].     Dio non sceglie di rivolgersi ad Abele, né parla con Eva e Adamo, ma la sua parola è rivolta proprio a Caino (cfr D. W. Cotter, Genesis, cit., 42). Il figlio primogenito di Eva è posto anche da Dio al centro del racconto.

[8].     Cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 105.

[9].     Per la prima volta nella Bibbia ricorre la parola «peccato». È interessante notare come il peccato sia evocato, ma non sia stato ancora compiuto. Il prosieguo della storia è lasciato alla libertà di Caino.

[10].    Caino non è consolato o compatito, ma è posto davanti a una scelta (cfr D. W. Cotter, Genesis, cit., 42).

[11].    Cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 105.

[12].     Ivi, 107.

[13].     Il Pentateuco Samaritano, la LXX, la Peshitta, i Targumim e la Vulgata riportano la frase «Andiamo in campagna!». In questo caso le parole di Caino potrebbero essere intese come un discorso vuoto, che non cerca un dialogo autentico con il fratello né è capace di esternare i turbamenti della propria interiorità.

[14].     Altri esegeti traducono la particella ebraica ’el con «contro», per cui: «Caino disse contro Abele». Il contrasto verbale fa da pendant alla seconda parte del versetto, nella quale «Caino si erge contro (’el) Abele, suo fratello». In questo caso Caino ucciderebbe prima con la parola, denigrando e diffamando il proprio fratello, e poi con la sua mano. Sulla traduzione di ’el come «contro», cfr P. T. Reis, «What Cain Said: A Note on Genesis 4.8», in Journal for the Study of the Old Testament, 27 (2002/1) 107–113.

[15].    Cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 109.

[16].    Cfr P. Joüon, Grammaire de l’Hébreu Biblique, Roma, Pontificio Istituto Biblico, 2007, n. 136 b; si veda anche J. Bergman – B. Kedar-Kopfstein, «Dām», in Grande Lessico dell’Antico Testamento, II, 267-286; 269-270.

[17].    Bereshit Rabba 22,9; cfr anche Talmud di Babilonia, Sanhedrin 37a.

[18].    Le parole del Signore prendono la forma della sentenza giudiziaria pronunciata contro Caino (cfr A. Wénin, Da Adamo ad Abramo…, cit., 109 s).

[19].    Per Caino l’espulsione significa assenza di protezione, e ciò lo renderebbe esposto alla vendetta (cfr B. T. Arnold, Genesis, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, 80).

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