Mother holding hands of newborn baby (iStock/x-reflexnaja)

IL RUOLO DELLA MADRE NELLO SVILUPPO DEL BAMBINO

Quaderno 4066

pag. 334 - 347

Anno 2019

Volume IV

16 Novembre 2019
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La madre crocevia tra «bios» e «psiche»

Dopo aver trattato, in un precedente contributo, il ruolo del padre nello sviluppo della vita del bambino[1], nel presente articolo intendiamo prendere in considerazione il ruolo specifico della madre, ruolo in apparenza molto più evidente e riconosciuto dalle società di tutti i tempi.

Nell’essere umano la nascita biologica e la nascita psicologica non coincidono. Mentre la nascita biologica è un fatto ben preciso e osservabile, la nascita psicologica è frutto di un lento e complesso processo, nel quale la figura materna è un partner irrinunciabile. Essa è chiamata ad avere un’interazione costante ma graduale, che ha come esito finale l’individuazione differenziata, la separazione lenta ma progressiva dalla figura genitoriale, portando il figlio ad acquisire la propria identità, e la capacità di dare fiducia, che lo rende capace a sua volta di amare e di rendersi responsabile di altri. Queste abilità fondamentali vengono trasmesse dalla presenza dei genitori, una presenza che permane, anche se a livelli diversi, per tutta la vita: «Non è tanto ciò che i genitori fanno, ma ciò che i genitori sono a influenzare il Sé del bambino. Se la fiducia in se stessi dei genitori è solida, per quanto seri possano essere i colpi ai quali è esposta dalla realtà della vita la grandiosità del bambino, il sorriso orgoglioso dei genitori manterrà vivo […] il nucleo della fiducia in sé stessi e della sicurezza interiore»[2].

La presenza del padre e della madre accompagna in modo decisivo il nascituro, ne plasma la storia e la personalità fin dai primissimi istanti della sua esistenza. Fin dal concepimento. Una recente pubblicazione sulla dimensione prenatale del bambino riconosce l’importanza di questa primissima fase della storia della vita umana svolta nell’ambito dell’utero materno, soffermandosi in particolare sulle circostanze alla base del concepimento, che avrà conseguenze rilevanti nelle fasi successive della vita. È una tematica affascinante e importante, anche se finora non ha ricevuto un’adeguata attenzione.

Se, dal punto di vista biologico, ogni nascituro è il frutto dell’incontro di due gameti, diverso è il contesto relazionale e affettivo nel quale avviene tale incontro. Ermes Luparia ipotizza «una correlazione positiva tra la qualità della vita e la qualità dell’atto procrea­tivo nella sua componente progettuale»[3]. In questo incontro, un tale contesto è altrettanto importante per la vicenda del nascituro. Se l’incontro avviene all’insegna della violenza, della mancanza di affetto, o è attuato in maniera asettica, artificiosa, ciò avrà delle conseguenze rilevanti nel periodo successivo[4].

Sono i primi traumi che accompagnano l’essere umano, espressi dal termine, scioccante ma eloquente, «stupro esistenziale». Con esso l’autore intende caratterizzare un contesto di concepimento antitetico al modo «caldo e appassionato in cui la coppia si coinvolge»: la mancanza di questo aspetto essenziale dell’amore umano trova riscontro, sul piano psicologico e affettivo, nella molteplicità di «nuove» problematiche e patologie in preoccupante aumento nelle società occidentali (ansia, disturbi del linguaggio, dell’umore, dell’attenzione, dell’apprendimento, dell’alimentazione, del sonno, dell’aggressività)[5]. Il nascituro si trova infatti sprovvisto di aspetti preziosi e indispensabili per l’essere umano, in particolare del contesto relazionale e narrativo nel quale egli viene al mondo: «Essi, nella migliore delle ipotesi, non saranno generati da una progettualità endogena all’interno della quale sono stati attivi già a livello di gameti, bensì sono stati oggetti passivi di una progettualità che invece di estrinsecarsi nella triade [padre, madre, figlio] necessita della presenza di un altro, o addirittura di altri»[6]. Si pensi alle difficoltà alla base di tante adozioni, soprattutto a partire dal momento in cui il figlio viene a sapere che i genitori adottivi non sono i suoi genitori biologici.

Gli studi sul periodo fetale della vita umana vengono anche a smentire la visione del nascituro come «tabula rasa», immacolata, priva di qualunque informazione: «La memoria genetica che è inscritta nel Dna cellulare non è un semplice registratore che ripete pedissequamente ciò che ha impresso […]. Saranno i coinvolgimenti relazionali propri dell’esistenza di ognuno di noi, che non possono non cominciare che al momento del concepimento, a costituire lo stimolo evolutivo individuale che sarà chiamato personalità»[7].

La riflessione della psicanalisi

La psicanalisi, da parte sua, ci ha consegnato pagine celebri sui primi anni della vita del bambino e sull’apporto specifico della figura materna, smentendo tendenze attuali, anche se pervasive, a considerare la figura materna ininfluente. Scrive in proposito Massimo Recalcati: «Nella prospettiva della psicoanalisi, le funzioni della madre e del padre non possono essere abolite da un richiamo generico alla genitorialità che annulli la differenza sostanziale tra funzione materna e funzione paterna, magari riducendo queste funzioni, come accade già, alla definizione anonima di un genitore detto 1 e di un genitore detto 2. Se l’esistenza di un desiderio non-anonimo resta la condizione di fondo per la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, la declinazione materna di questo desiderio è diversa da quella paterna»[8].

Gli studi condotti sui primi anni di vita del bambino mostrano come la funzione materna non sia da intendere esclusivamente in senso negativo, come proibizione al soddisfacimento dei propri impulsi, ma anche positivamente, come rassicurazione e invito a «osare» là dove la situazione si presenta difficile o sconosciuta: «Un bambino esplora l’ambiente della nostra stanza da gioco, incontra una situazione sperimentale di incertezza (ad esempio, un robot, qualcosa che si stacca da una superficie strisciante o uno strano giocattolo). Lui allora guarda la madre. Se lei segnala paura o rabbia, lui evita la nuova situazione; se segnala gioia o interesse, lui si avvicina ed esplora la nuova situazione. Si hanno effetti regolatori simili con i segnali emotivi emessi dalle espressioni del volto e della voce della madre… Nel bambino il “riferimento sociale” incomincia a metà del primo anno ed è molto marcato nel secondo anno di vita. Si sente spesso insicuro per le nuove situazioni e allora guarda qualcun altro (di solito la madre) per risolvere l’insicurezza e regolare di conseguenza il suo comportamento»[9].

Si possono ancora ricordare le osservazioni di Margaret Mahler sull’importanza del sorriso della madre, che si riflette nel sorriso del bambino, inteso come modalità di addomesticamento di un ambiente considerato accogliente. Donald Winnicott parla della necessità di una «madre sufficientemente buona» (a good enough mother), capace cioè di consentire al bambino di passare dal principio di piacere al principio di realtà: «Una madre sufficientemente buona, per come la intendo, comincia da un quasi completo adattamento ai bisogni del suo bambino e, man mano che il tempo passa, se ne distacca con gradualità, consentendogli di crescere nella capacità di affrontare i suoi fallimenti di madre»[10].

Per compiere questo passaggio fondamentale la madre deve saper uscire da se stessa, mettendo tra parentesi le sue esigenze, e vivere per l’altro, ascoltandolo, imparando a decifrarne il linguaggio, a capirne le esigenze e i veri bisogni. È chiamata inoltre a riconoscere le varie fasi dello sviluppo del bambino, per essere in grado di stabilire una relazione matura; è chiamata infine a scoprire la ricchezza e profondità di tali fasi, con le gioie e le sofferenze che questo comporta.

L’attuale ricerca sembra anche evidenziare fin dai primissimi mesi di vita del bambino la presenza di strutture innate organizzate, che danno origine alle rappresentazioni interne del sé, del mondo e degli altri. Tali strutture emergono sempre in relazione a figure significative dal punto di vista affettivo: la figura, cioè, per riprendere l’affermazione di Winnicott, di una «madre sufficientemente buona», che consenta al bambino di osare, di uscire da se stesso e investire nella fiducia, nelle relazioni, nell’esplorazione dell’ambiente. La conformità alle regole imposte o l’obbedienza esclusiva alla velleità egoistica dell’io non sono le sole alternative possibili date al soggetto: è piuttosto vero il contrario, che cioè un’eccessiva rigidità e freddezza nei comportamenti nell’età adulta sono la conseguenza di un mancato sviluppo delle potenzialità della persona, in particolare del senso di fiducia e di spirito di iniziativa.

Quanto la relazione sia essenziale per la vita umana può essere mostrato da un esperimento compiuto dall’imperatore Federico II di Svevia, che mirava a scoprire quale fosse la lingua originaria dell’uomo. Egli fece allevare un certo numero di neonati da balie a cui diede ordine di accudire i piccoli limitandosi al minimo indispensabile per la nutrizione e l’igiene, evitando soprattutto di rivolgere loro la parola; così, pensava Federico II, alla fine si sarebbe scoperto quale lingua i neonati avrebbero spontaneamente parlato. Ma l’esperimento terminò tragicamente, perché quei bambini morirono tutti[11].

Le ricerche attuali hanno invece evidenziato l’importanza decisiva della relazione capace di rassicurare il bambino, comunicandogli un senso di benessere e di fiducia. Una relazione che passa per il tatto, lo sguardo, il sorriso e la parola: tutto ciò, oltre a integrare le emozioni basilari, nella loro polarità di ansia-tranquillità, ha conseguenze molto importanti per la capacità di vivere relazioni equilibrate, all’insegna del dono di sé e dell’empatia, imparando a riconoscere cosa sia bene per l’altro. Lo psicologo Erik Erikson introduce a questo proposito la nozione basilare di «fiducia originaria», scaturente dalla relazione con la madre, che consente un’interazione e un senso di sé sano in ordine allo sviluppo[12].

L’uomo cresce e si sviluppa non nella spontaneità, ma nell’educazione, superando ostacoli; se questi sono proporzionati alle sue capacità e fasi della crescita (è il compito della madre «sufficientemente buona» di Winnicott), il bambino impara ad acquisire un adeguato senso di realtà e di stima di se stesso.

Il rischio del possesso

L’importanza di tale interazione in ordine a uno sviluppo sano ed equilibrato giunge anche ex contrario, quando la madre si mostra «insufficiente», incapace cioè di adattarsi alle esigenze del bambino. È la tentazione della possessività che si instaura nella relazione, e il bambino, fin dalla sua più tenera età, è in grado di riconoscerne con precisione la qualità, purtroppo sempre a sue spese, portandone i segni nella vita, con una stima di sé ferita.

Il celebre studio di Alice Miller sul costo pesante che a livello affettivo paga il bambino «dotato», cioè sensibile a cogliere i bisogni del genitore reprimendo i propri, rivela nella maggior parte dei casi una perversa dinamica relazionale, in cui i ruoli sono stati scambiati: il bambino è chiamato a soddisfare le carenze dell’adulto. Il prezzo di tale inversione è che le richieste affettive del bambino disattese riemergeranno nelle età successive, ma al livello in cui erano state «congelate», rendendo più difficile l’ingresso nella fase adulta della vita. È la cosiddetta «sindrome di Peter Pan»[13].

La Miller descrive questa situazione problematica, riscontrata costantemente nel corso di 20 anni di professione terapeutica, ponendo in evidenza tre elementi ricorrenti: «1) Era sempre presente una madre profondamente insicura sul piano emotivo, la quale per il proprio equilibrio affettivo dipendeva da un certo comportamento o modo di essere del bambino. Questa insicurezza poteva facilmente restare celata al bambino e alle persone del suo ambiente, nascosta dietro una facciata di durezza autoritaria o addirittura totalitaria; 2) a questo bisogno della madre o di entrambi i genitori corrispondeva una sorprendente capacità del bambino di percepirlo e di darvi risposta intuitivamente […]; 3) in tal modo il bambino si assicurava l’“amore” dei genitori. Egli avvertiva che di lui si aveva bisogno, e questo legittimava la sua vita a esistere»[14]. Da qui la tendenza accentuata nel bambino a occuparsi di altri, anche nella scelta della professione, ma in forma disturbata, tesa all’appagamento di vuoti affettivi rimasti irrisolti nel corso dell’infanzia.

Se il bambino è visto dalla madre unicamente come parte di sé, in funzione della soddisfazione dei propri bisogni frustrati, ciò renderà più difficile il processo di crescita in ordine alla sua identità e nell’acquisizione di un corretto senso della realtà, come viene sottolineato dalla Mahler, studiando il caso del piccolo Mark: «Sua madre era ambigua nel suo atteggiamento, non appena Mark cessò di essere parte di se stessa, il suo simbiotico bambino. Talvolta sembrava evitare un intimo contatto corporeo; altre volte arrivava a interrompere Mark quando prendeva iniziative autonome, prendendolo, abbracciandolo e trattenendolo. Faceva questo, ovviamente, quando lei ne sentiva il bisogno, non quando lui lo manifestava. Questa ambivalenza da parte della madre può aver reso difficile a Mark di operare a distanza dalla propria madre»[15].

Da qui l’importanza, per la stessa madre, del padre come figura di riferimento alla pari. Questo aiuto vicendevole evita il rischio, da parte del genitore, di riversare sui figli le proprie ansie o richieste di comprensione e tenerezza, dando origine a quelle perverse diadi in cui il figlio o la figlia sono chiamati a diventare rispettivamente «vicemarito» o «vicemoglie» del proprio genitore, impedendosi di vivere la tappa infantile e di figliolanza della propria vita, due condizioni essenziali per la maturità psichica, cognitiva e affettiva. Quanto più la relazione marito-moglie è sana e affettuosa, tanto più è possibile svolgere bene il compito di padre-madre, mantenendo una distanza ottimale: «Una madre può diventare tutt’uno con il figlio e a volte si sente confusa e sopraffatta quanto lui dalle emozioni. In questi momenti il padre ha un compito essenziale, che è quello di aiutare la compagna a rimanere se stessa, senza lasciarsi travolgere dalle sensazioni infantili. La può proteggere inserendosi fra lei e il bambino da cui non riesce a staccarsi, dandole il tempo di riprendersi, di riposare e di ritrovare un po’ di spazio per sé»[16].

Mancando il padre, c’è il rischio che la madre investa in maniera spropositata nella relazione con i figli, soffocandoli e perdendo le distanze, chiedendo loro di riempire l’affetto che non può ricevere da un uomo. La mamma tende così a diventare ansiosa e protettiva verso il figlio, soprattutto maschio, non consentendogli di staccarsi dal nido familiare e di iniziare una vita autonoma. Questi comportamenti sono per la madre espressione di disagio e sofferenza, e forse anche un tentativo disperato di porvi rimedio, portando a una relazione simbiotica, caratterizzata dalla tendenza di assimilare a sé l’altro, non riconoscendolo nella sua alterità.

Non ogni presenza è di per sé sufficiente a garantire una crescita sana e integrata, senza traumi: c’è una strutturale ambiguità che caratterizza la comunicazione umana, che è un dare ma anche un ricevere, spesso un dare per ricevere, o un voler ricevere ciò che non si è dato. Tutto ciò dice della delicata complessità propria dello sviluppo umano, e dell’ampiezza della sua durata temporale.

A differenza dell’animale, che abbandona il cucciolo una volta divenuto autonomo, il genitore resta tale per sempre, e molte delle vicende, aspettative e ferite della primissima età faranno la loro comparsa nella fase adulta della vita. Che piaccia o meno, nel tempo successivo quelle esperienze dovranno essere riprese e rilette, messe a confronto con le emozioni suscitate e le ripercussioni che tutto ciò ha comportato negli anni successivi. È una conferma del paradosso formulato da Freud: «Il bambino è il padre dell’uomo»[17].

Quando la relazione viene a mancare

La fiducia, la stima, l’affetto sono per il bambino indispensabili come il latte materno e l’aria che respira, anche se l’ambiente circostante può non essere dei più confortevoli e rassicuranti dal punto di vista materiale. Lo psicanalista Bruno Bettelheim ricorda a questo proposito l’impatto emotivo dei bombardamenti su Londra durante la Seconda guerra mondiale: quando i genitori comunicavano ai figli terrore e angoscia, i bambini manifestavano i medesimi sentimenti; i genitori che invece comunicavano anzitutto sicurezza, ottenevano l’effetto sorprendente di rassicurarli. La vicinanza e la voce rasserenante di papà e mamma erano sufficienti per calmarli, ed essi non avevano più paura di nulla. «Il modo in cui il genitore vive un evento cambia tutto per un bambino, perché è in base al vissuto del genitore che egli si crea la propria interpretazione del mondo»[18].

Al contrario, un ambiente materialmente confortevole ma carente sotto l’aspetto dei legami porta a una incapacità strutturale a dare fiducia e a instaurare rapporti profondi. Ambienti comunitari con relazioni indifferenziate evidenziano deficit nello sviluppo affettivo; ad esempio, i bambini cresciuti nei kibbutz presentano evidenti difficoltà e carenze nella capacità di provare emozioni profonde: «Quando un giovane individuo non apprende le componenti dell’attaccamento nei confronti di un’unica figura materna, egli è in grado di sviluppare soltanto attaccamenti superficiali nei confronti degli altri»[19].

Una tragica conferma della necessità di questa interazione giunge dalle ricerche sulla mortalità per malattie infettive negli orfanotrofi compiute da René Spitz, i cui contributi sono confluiti in un libro, tuttora fondamentale, Il primo anno di vita del bambino, pubblicato nel 1958. La mentalità «vittoriana», propria della middle class borghese, valutava in modo negativo le manifestazioni di affetto nei confronti dei figli: anche trascorrere la giornata con loro era considerato uno spreco di tempo inutile, a scapito di attività più importanti, proprie dell’adulto. Sul piano sanitario, i medici a loro volta guardavano con diffidenza azioni come prendere in braccio e accarezzare i neonati, considerandole fonte di potenziale contagio. I figli venivano così fin dalla più tenera età affidati a nutrici e bambinaie varie, e dall’età di sette anni messi in collegi e istituzioni di vario tipo, che avrebbero provveduto alla loro educazione. Altre volte era la miseria e la mancanza di spazi abitativi a strappare i figli dalle loro madri. In un caso o nell’altro, tale separazione comportava costi umani altissimi.

Spitz notò che i bambini privati della madre tendevano a manifestare in prevalenza emozioni legate all’egoismo, all’aggressività e alla depressione, erano isolati, incapaci di amicizia o di gesti di generosità, non sapevano neppure esprimere sentimenti di gioia e di apertura all’altro. Pur avendo a disposizione cibo e vestiti, mancava loro un nutrimento ancora più essenziale: l’affetto. Fino a non essere più in grado di vivere: privati di ogni contatto, i bambini, pur vivendo in ambienti sterili e ben nutriti, morivano come mosche. Nei primi due anni la mortalità arrivava anche a superare il 70%[20].

Nel 1947 Spitz mostrò a un’équipe di medici e psicologi un breve filmato che ritraeva bambini inizialmente accuditi dalle loro madri e poi affidati agli orfanotrofi. Il filmato, privo di sonoro e di commento, risultava comunque eloquente: «Una bambina viene mostrata immediatamente dopo il momento in cui la madre l’ha lasciata all’istituzione per un periodo di tre mesi: la piccola sorride e gioca con un addetto adulto. Sette giorni dopo, la stessa bambina è diventata un’altra persona: sembra spaurita e non ha reazioni; piange continuamente e talvolta tira calci all’adulto che l’accudisce […]. Altri bambini sembrano storditi, depressi, senza vita. Molti di loro sono emaciati e hanno comportamenti stereotipati, come il mordersi le mani. Molti non riescono neppure a sedersi o ad alzarsi in piedi: rimangono immobili e privi di espressione, senz’anima. Sono gusci vuoti. Sullo schermo compare una scritta: “La cura: restituire il bambino alla madre”»[21].

La visione di quel filmato ebbe un impatto devastante sull’équipe di medici e psicologi: alcuni di loro scoppiarono a piangere, altri compresero per la prima volta le conseguenze terribili della mancanza di un contatto fisico e affettivo con la figura genitoriale.

Le ricerche di Spitz vennero riprese in particolare da uno psichiatra inglese, John Bowlby, portando a quella che ancora oggi è nota come «la teoria dell’attaccamento». Secondo tale teoria, ben presto divenuta celebre e riconosciuta in tutto il mondo, le emozioni basilari si sviluppano in maniera adeguata all’interno della relazione preferenziale con il corpo della madre, figura di riferimento stabile sotto il profilo biologico e affettivo: una relazione che passa per il tatto, lo sguardo, il sorriso e la parola.

La corretta formazione del legame di attaccamento, quello che Bowlby chiama «attaccamento sicuro»[22], base della fiducia e della affettuosa sicurezza, ha conseguenze molto importanti per la stessa sopravvivenza del bambino, che richiede in prima istanza di essere accudito con tenerezza. Quando si iniziò a fare questo, la mortalità negli orfanotrofi diminuì in maniera esponenziale: «Per quei bambini tanto sfortunati da essere completamente deprivati delle cure materne, i risultati delle ricerche tendono a confermare le affermazioni originarie di Bowlby. Gli studi successivi di Tizard […] indicano che il periodo da sei mesi a quattro anni può essere critico per la capacità di formare relazioni stabili, dato che bambini adottati dopo i quattro anni, nonostante formassero legami stretti e affettuosi con i loro genitori adottivi, rimanevano antisociali nel loro comportamento scolastico»[23].

Dal punto di vista psicogenetico, risulta dunque fondamentale per lo sviluppo dell’identità del bambino l’apporto di un ambiente affettivamente rilevante come la famiglia.

La madre come specchio di Dio

La teoria dell’attaccamento ha forti ripercussioni anche a proposito dell’esperienza religiosa. La relazione tra il bambino e la madre fornisce i primi elementi decisivi anche per la rappresentazione di Dio: «Gli occhi della madre, e tutto il volto della madre, sono il primo specchio del bambino. In seguito questa esperienza verrà usata direttamente nella prima rappresentazione di Dio, la cui funzione di specchio riecheggia in modo molto interessante il racconto biblico della creazione dell’uomo: “Così Dio creò l’uomo a propria immagine, egli lo creò ad immagine di Dio” (Gen 1,27)»[24].

Le ricerche di psicologia religiosa mostrano un evidente collegamento tra la positività dell’immagine di Dio e la positività della relazione con la madre: «Winnicott, interpellato sul tema dell’evangelizzazione in famiglia, rispose quasi esclusivamente parlando dell’importanza decisiva delle modalità con cui il bambino appena nato viene tenuto in braccio e viene guardato dalla sua mamma. È questione di una sorta di imprinting originario, che non verrebbe comunicato attraverso parole o pensieri, ma semplicemente attraverso il modo con cui una madre tiene in braccio il proprio bambino, la maniera in cui lo guarda, gli sorride e lo accarezza. Come a dire che una equilibrata umanità e una religiosità sana non si coltivano anzitutto attraverso chissà quali insegnamenti catechistici, ma attraverso relazioni affettivamente intense e sincere»[25].

La Bibbia stessa presenta la relazione di Dio con l’uomo proprio riferendosi alla cura della madre verso il suo bambino, simbolo di un affetto e fedeltà indissolubili, che le alterne vicende dell’esistenza non possono compromettere: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

È significativo che l’ebraico biblico, a differenza del greco e del latino, non associ la tenerezza al «muoversi del cuore» (misericordia), ma piuttosto all’utero, al fremere intimo delle viscere materne (rehamîm, usato però al singolare, rehem, che indica il seno; cfr Ger  31,20), base dell’amore di Dio per l’uomo[26]. Il Nuovo Testamento usa un termine greco, splankna, con il medesimo significato, sconosciuto in ambito precristiano, che manifesta la dimensione materna e paterna di un Dio misericordioso (cfr Lc 7,13; 10,33; 15,20)[27].

Nessun legame umano può essere paragonabile a quello che si è avuto con la propria madre. Per questo esso è immagine per eccellenza della partecipazione alla vita divina. A tale relazione ognuno è chiamato a tornare per ritrovare la propria identità, anche se è stata fonte di dolore e di abbandono.

È la ricerca a ritroso che scandisce una delle narrazioni più toccanti circa la perdita e il ricongiungimento con la figura materna: il romanzo di Charles Dickens Oliver Twist. Esso inizia con la descrizione di un orfanotrofio (il luogo in cui Oliver viene al mondo) e termina con il ritrovamento della madre, Agnese; un ritrovamento a prima vista del tutto vano: della madre è infatti rimasto il nome, affisso alla lapide di una tomba. Eppure la ricerca di Oliver non è stata inutile, come mostra Dickens con le ultime parole del romanzo. La madre può ora essere presente accanto a lui in un altro modo, impalpabile, ma non per questo meno efficace: «Non c’è bara in quella tomba, ma se gli spiriti dei morti ritornano talvolta sulla terra a visitare i luoghi dove abitano coloro che li conobbero in vita e continuano ad amarli oltre la morte, certo l’ombra di Agnese frequenta spesso quel luogo dove tanti cuori che le sono devoti pregano per la sua pace, per la sua felicità nel cielo»[28].

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[1].     Cfr G. Cucci, «Il padre è chiamato a svolgere un ruolo decisivo nella vita di fede», in Civ. Catt. 2009 III 118-127.

[2].     H. Kohut – E. S. Wolf, «Profilo riassuntivo dei disturbi del Sé e del loro trattamento», in H. Kohut, La ricerca del Sé, Torino, Bollati Boringhieri, 1982, 178 s. Cfr R. Siani, Psicologia del Sé, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, 83 s; E. Pelanda, Modelli di sviluppo in psicanalisi, Milano, Raffaello Cortina, 1995, 302-305.

[3].     M. E. Luparia, Scienza, sapienza e presunzione. Riflessioni morali sulla ricerca scientifica e la realizzazione di nuove tecnologie, Roma, Lateran University Press, 2018, 127. Cfr V. Tucci, «Il genoma materno: un vero leader della nostra evoluzione», in Id., I geni del male, Milano, Longanesi, 2019, 186-223.

[4].     Cfr F. Occhetta, «La maternità surrogata», in Civ. Catt. 2017 II 368-379.

[5].     Cfr M. E. Luparia, Scienza, sapienza e presunzione…, cit., 127; W. Matthys – J. E. Lochman, Oppositional Defiant Disorder and Conduct Disorder in Childhood, Hoboken, Blackwell Pub, 2017; W. Ross Greene, The Explosive Child: A New Approach for Understanding and Parenting Easily Frustrated, Chronically Inflexible Children, London, HarperCollins, 2014; C. Berg et Al., «Childhood obsessive compulsive disorder: a two-years prospective follow up of a community sample», in Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry 28 (1989) 528-533; V. Hallett et Al., «Phenotypic and genetic differentiation of anxiety-related behaviors in middle childhood», in Depression and Anxiety 26 (2009) 316-324.

[6].     M. E. Luparia, Scienza, sapienza e presunzione…, cit., 128.

[7].     Ivi, 133 e 128. Cfr T. R. Verny, Vita segreta prima della nascita, Milano, Mondadori, 1981.

[8].     M. Recalcati, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Milano, Feltrinelli, 2015, 75. Circa la critica a tale confusione e smarrimento nelle odierne società occidentali, cfr J.-P. Lebrun, La perversion ordinaire. Vivre ensemble sans autrui, Paris, Flammarion, 2015; Id., Fonction maternelle, fonction paternelle, Bruxelles, Fabert, 2011;  Id., Les Couleurs de l’inceste. Se déprendre du maternel,  Paris, Denoël, 2013.

[9].     R. N. Emde, «Development terminable and interminable», in International Journal of Psychoanalysis 69 (1988) 1.

[10].    D. W. Winnicott, «Transitional objects and transitional phenomena», in International Journal of Psychoanalysis 34 (1953) 94. Cfr Id., Sviluppo affettivo e ambiente, Roma, Armando, 1994, 41-65; M. S. Mahler, «On the First Three Subphases of the Separation-Individuation Process», in International Journal of Psychoanalysis 53 (1972) 333-338; Id., «Rapprochement Subphase of the Separation-Individuation Process», in The Psychoanalytic Quarterly 41 (1972) 487-506.

[11].    Citato in P. Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Milano, Feltrinelli, 1991, 12 s. Cfr J.-P. Lebrun – N. Malinconi, L’ alterité est dans la langue. Psychanalyse et écriture, Toulouse, Eres, 2015.

[12].    Cfr E. H. Erikson, Gioventù e crisi d’identità, Roma, Armando, 2000; Id., Infanzia e società, ivi, 2008; Id., Aspetti di una nuova identità, ivi, 1975.

[13].    Cfr G. Cucci, La crisi dell’adulto. La sindrome di Peter Pan, Assisi (Pg), Cittadella, 2012.

[14].     A. Miller, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, 16 s.

[15].     M. S. Mahler, «On the First Three Subphases of the Separation-Individuation Process», cit., 335 s.

[16].     A. Philip, I «no» che aiutano a crescere, Milano, Feltrinelli, 1999, 47 s. Cfr G. Cucci, Esperienza religiosa e psicologia, Leumann (To), Elledici, 20172, 77-90.

[17].    S. Freud, «L’interesse per la psicoanalisi», in Id., Opere (1912-14), Torino, Bollati Boringhieri, 1975, vol. 7, 265.

[18].    B. Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Milano, Feltrinelli, 1990, 59.

[19].    W. R. Thompson – J. E. Grusec, «Studies of early experience», in P. H. Mussen (ed.), Carmichael Manual of Child Psychology, New York, Wiley, 1970, vol. II, 622.

[20].    Cfr ivi, 603 s; R. A. Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Firenze, Giunti-Barbera, 1962.

[21].    J. Rifkin, La civiltà dell’empatia, Milano, Mondadori, 2011, 65; cfr R. Karen, Becoming attached: First relationships and how they shape our capacity to love, New York, Oxford University Press, 1994, 19.

[22].    Cfr J. Bowlby, «The growth of independence in the young child», in Royal Society of Health Journal 76 (1956) 588; Id., Attaccamento e perdita, Vol. 1. L’ attaccamento alla madre; Vol. 2. La separazione dalla madre; Vol. 3. La perdita della madre, Torino, Bollati Boringhieri, 1999-2000; Id., Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, Milano, Raffaello Cortina, 1989.

[23].    J. Holmes, La teoria dell’attaccamento. John Bowlby e la sua scuola, ivi, 2017, 51; cfr L. Cozolino, Il cervello sociale: neuroscienze delle relazioni umane, ivi, 2008, 11 s; B. Tizard, Adoption: a second chance, London, Open Books, 1977. Conclusioni pressoché identiche provengono dalle ricerche sulle drammatiche condizioni degli orfanotrofi in Romania sotto il regime di Ceauseascu (M. Rutter et Al., «Early adolescent outcomes for institutionally-deprived and non-deprived adoptees. I: disinhibited attachment», in Journal of child psychology and psychiatry, and allied disciplines 48 [2007] 17-30; T.-G. O’Connor – M. Rutter, «Attachment disorder behavior following early severe deprivation: extension and longitudinal follow-up. English and Romanian Adoptees Study Team», in Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry 39 [2000] 703-712).

[24].     A.-M. Rizzuto, La nascita del Dio vivente. Studio psicoanalitico, Roma, Borla, 1994, 286.

[25].    M. Diana, Ciclo di vita ed esperienza religiosa. Aspetti psicologici e psicodinamici, Bologna, EDB, 2004, 43 s. Cfr G. Stickler, «Rappresentazione di Dio e immagine dei genitori nella esperienza degli adolescenti. Ricerca effettuata su 2255 adolescenti dai 14 ai 20 anni», in Rivista di Scienze dell’Educazione 12 (1974/1) 39-75.

[26].    Altri termini, come ad esempio hesed, hanan, mettono la misericordia in riferimento a una deliberazione e alla decisione di usare clemenza (cfr A. Sisti, «Misericordia», in P. Rossano – G. Ravasi – A. Girlanda [eds], Nuovo dizionario di teologia biblica, Roma, Paoline, 1988, 978). Cfr Giovanni Paolo II, s., Lettera enciclica Dives in misericordia, 30 novembre 1980, 4 n.

[27].    Cfr H. Köster, «splanknon», in G. Kittel – G. Friedrich (eds), Grande lessico del Nuovo Testamento, Brescia, Paideia, 1979, vol. XII, 906 s.

[28].    Ch. Dickens, Oliver Twist, Milano, Feltrinelli, 2014, 522.

 

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THE ROLE OF THE MOTHER IN THE DEVELOPMENT OF THE CHILD

This article considers the specific role of a mother in the development of a child’s life. In a human being, biological and psychological birth do not coincide. For a person, the parental figures represent an indispensable point of reference throughout the entirety of life. The relationship with the mother, in particular, permits the emergence and development of some essential aspects of the human being (the word, the sense of body, nutrition, relationship, affections), as well as their lack, or insufficient care, provokes a series of problems which are increasing alarmingly in today’s Western societies. Finally, the mother represents the first image of God transmitted to man.

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IL PADRE, FIGURA DECISIVA NELLA VITA DI FEDE

L’autore, che insegna Etica generale all’Istituto Aloisianum di Padova e Psicologia all’Università Gregoriana di Roma, svolge una riflessione sul ruolo del padre. Anche se oggi la funzione paterna è spesso in crisi, egli ha tre compiti insostituibili nell’educazione del figlio:...