Il retroterra storico
Gli antichi avevano ben presenti i molteplici aspetti della giustizia. Rileggendone i testi, colpisce la grande ricchezza e complessità di prospettive in essi presente.
La radice stessa del termine greco dikaiosynē (giustizia), dikē, fa riferimento a una molteplicità di significati operativi che riguardano anzitutto il rapporto con Dio e il governo di sé e che si esprime in sede operativa mediante direttive, ordini, disposizioni. Dike era la figlia mitologica di Giove e di Temi, dea delle leggi e dei tribunali. La si raffigurava con una spada e una bilancia, l’immagine con la quale ancora oggi si rappresenta la giustizia.
La giustizia è anzitutto la caratteristica propria di Dio, che ne è il fondamento, un aspetto che ritorna costantemente nella tradizione classica e biblica[1]; in questo senso, «giustizia», più che osservanza di una legge, è soprattutto una caratteristica dell’essere. La dikaiosynē consente di assegnare alle cose il loro posto «giusto», «vero»: è il posto che per la Bibbia spetta a ogni essere nell’armonia della creazione, rispettando l’ambito che gli è stato assegnato e contribuendo al grande disegno del Creatore.
A differenza degli altri esseri viventi, l’uomo è chiamato a mettere ordine nella propria vita, vivendo in armonia con se stesso e con gli altri. In questo senso la giustizia è il fondamento della civiltà, dell’autorità e del vivere comune. Ha anche un riferimento alla vita come vocazione, come capacità di collaborare al bene comune. Una visione ancora appartenente al patrimonio culturale odierno.
Il filosofo Alasdair MacIntyre riassume in questi termini il proprio percorso educativo: «Il mio immaginario di bambino si nutrì anzitutto di una cultura orale celtica, patrimonio di agricoltori e pescatori, poeti e cantastorie, una cultura in larga misura già perduta, ma alla quale alcuni anziani con cui entrai in contatto sentivano ancora di appartenere […]. Essere giusti significava giocare il ruolo a cui ciascuno era stato assegnato dalla comunità locale. L’identità di ciascuno derivava dal posto che l’individuo occupava nella comunità»[2]. Emerge in queste righe uno dei significati preponderanti della visione classica della giustizia: occupare il proprio posto nella società, nel mondo, mettendo a disposizione le proprie capacità per il bene comune, realizzando così se stesso. Una concezione sostanzialmente armonica di individuo e società, ben diversa dalla visione «selvaggia» della vita, propria dei sofisti, secondo la quale la giustizia è imposizione del volere del più forte. Una visione ampiamente ripresa dalla modernità e che trova il suo
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