(foto: Vatican Media)

GIOVANNI PAOLO II, LE RELIGIONI E LA PACE

Quaderno 3933

pag. 209

Anno 2014

Volume II

3 Maggio 2014
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Giovanni Paolo II e la pace

Tutti i Papi del Novecento hanno prestato particolare attenzione nel loro magistero al tema della pace, anche perché il secolo appena concluso aveva conosciuto, oltre a diversi conflitti regionali, due disastrose guerre mondiali, per lo più combattute tra nazioni cristiane. Con Giovanni Paolo II, recentemente canonizzato, il tema della pace diventa centrale, tanto da occupare stabilmente l’agenda delle attività pontificie e da impegnare la Santa Sede, a diversi livelli, nel sostegno delle iniziative internazionali a favore della pace e della sicurezza tra le nazioni. Negli ultimi decenni è stata costante preoccupazione della Santa Sede valorizzare la funzione delle Nazioni Unite nel preservare e difendere la pace. Spesso, però, le iniziative di tale organismo sono rimaste per lo più inascoltate e le risoluzioni assunte dal suo organo esecutivo, cioè il Consiglio di Sicurezza, inattuate, o interpretate in modo strumentale, a motivo dei conflitti politici delle superpotenze o degli interessi economici di parte[1]. Non sempre, dunque, la tutela della sicurezza internazionale e della pace ha avuto il sopravvento sui diversi interessi particolari e sulle mire imperialistiche di alcuni Stati.

Dopo la fine del mondo bipolare, frutto della guerra fredda e della contrapposizione ideologica tra mondo «comunista» e mondo «capitalista», e in particolare con l’implosione del colosso sovietico, a partire dal 1989 la Santa Sede, per scongiurare la creazione di un unico polo di riferimento della direzione politica internazionale — in questo caso, gli Stati Uniti d’America  —, appoggiò in modo deciso il cosiddetto «multipolarismo». Questo avrebbe dovuto avere nell’Onu il suo centro di irradiazione, in quanto istituzione preposta a rappresentare «il bene comune internazionale» e ad armonizzare i diversi interessi delle nazioni. Il Papa auspicò — per far fronte a pericolose situazioni di crisi, come il lungo conflitto intra-etnico dei Balcani e le due guerre del Golfo — un maggiore potenziamento dell’Onu e una sua maggiore operatività. Egli credeva fermamente nel lavoro della diplomazia multipolare, capace di coinvolgere i singoli Stati nazionali nella difesa del bene comune, cioè della pace, e di approdare a un Governo mondiale in qualche modo condiviso.

Per Giovanni Paolo II, l’impegno in favore della pace nella società contemporanea avrebbe dovuto coinvolgere non soltanto la comunità internazionale e i singoli Stati, ma anche altri soggetti sociali, in particolare le religioni. La pace, disse il Papa, è un «cantiere» aperto a tutti; non riguarda soltanto gli specialisti e gli strateghi della politica, ma tutti gli uomini di buona volontà. Per questo, «la pace è una responsabilità universale: essa passa attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiana»[2] e, per i credenti, lo strumento più efficace per impetrarla da Dio è certamente la preghiera[3].

Il Papa intuì che il nuovo contesto internazionale, successivo alla guerra fredda e allo sfaldamento dell’impero comunista (che sarebbe avvenuto subito dopo), avrebbe creato un ordine internazionale molto precario ed esposto a nuovi sconvolgimenti. Per gettare le fondamenta di una nuova comunità internazionale, fondata sulla pace e sulla giustizia, secondo Wojtyła si sarebbe dovuto iniziare dalle religioni, che nel corso della storia spesso sono state utilizzate dai potenti di turno per dividere gli uomini, anziché affratellarli. Il Papa parlò di una via religiosa alla pace.

Secondo il cardinale Stanislao Dziwisz, che fu segretario particolare e confidente di Giovanni Paolo II, due sarebbero state le ragioni che a metà degli anni Ottanta spinsero il Papa a porre la pace al centro della sua azione pastorale e a preparare il terreno alla preghiera interreligiosa di Assisi dell’autunno del 1986. Il Papa — egli scrisse — si andò sempre più convincendo che la dimensione religiosa, «relegata allora ai margini della società, avrebbe potuto nuovamente assumere un ruolo importante, a mano a mano che fossero venuti in superficie i guasti dell’ateismo e del materialismo». Inoltre — questa è la seconda motivazione — Papa Wojtyła si era reso conto che l’impegno per la pace era stato in quegli anni monopolizzato dalla cultura laicista e spesso antireligiosa, «con il risultato di ideologizzarlo e, per ciò stesso, di farne elemento di contrasto, di divisione. Proprio nel momento in cui la pace era minacciata, i rapporti internazionali erano tesi, e c’era il rischio di una guerra nucleare»[4].

Il discorso del Papa sulla pace si muoveva all’interno di una traiet­toria ben consolidata che aveva i suoi punti di forza nei documenti conciliari, in particolare nella Gaudium et spes e nell’enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris. Questa aveva sviluppato tale tema secondo un approccio induttivo, anche alla luce di nuove considerazioni di ordine pratico (come, ad esempio, l’incalcolabile capacità distruttiva dei moderni strumenti di sterminio di massa e, soprattutto, la non teorica possibilità di utilizzo dell’arma nucleare da parte delle superpotenze), mettendo così in discussione le passate concettualizzazioni in materia di guerra giusta.

Il magistero di Paolo VI si era mosso a suo tempo in questa stessa direzione, condannando incessantemente la guerra — ad eccezione di quella di difesa — e impegnando la diplomazia vaticana al servizio della pace tra i popoli. In passato si era anche parlato di un’assemblea mondiale delle Chiese cristiane per condannare e gridare al mondo la follia della guerra; l’iniziativa era partita, durante la seconda guerra mondiale, dal pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, martire del nazismo. Alla fine del Concilio, il vescovo brasiliano mons. Hélder Câmara aveva proposto al Papa una sorta di liturgia penitenziale di riconciliazione tra le Chiese e le confessioni cristiane, e tra queste e le altre religioni, oltre a una preghiera fatta insieme per la pace.

Paolo VI preferì un intervento meno «spettacolare» — fu detto —, ma altrettanto incisivo, cioè indirizzare vari messaggi a diverse categorie di soggetti, ponendo in evidenza la necessità del dialogo tra la Chiesa e il mondo. Tema, questo, molto caro a papa Montini. Più recentemente il filosofo cattolico tedesco Carl Friedrich Weizsäcker, fratello del presidente tedesco, in un suo libro ha avanzato la proposta di un nuovo Concilio sul tema della pace tra le nazioni e tra le religioni, e di questo ha anche parlato a Papa Wojtyła.

L’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986 nacque e si sviluppò in questa traiettoria di lungo periodo. Non fu una decisione precipitosa, come a volte è stato detto, ma ebbe i suoi opportuni tempi di maturazione. Tuttavia si deve al genio creativo di Giovanni Paolo II l’aver intuìto la necessità di quell’evento, capace di sensibilizzare la maggior parte delle religioni mondiali in favore della pace.

Giovanni Paolo II e le religioni

La novità della preghiera di Assisi è consistita nel fatto che per la prima volta i capi delle principali religioni del pianeta si sono trovati, nello stesso luogo e nello stesso momento, a invocare da Dio il dono della pace. Fu un evento senza precedenti. Dopo secoli di divisioni, di ostilità e di lotte tra le religioni, l’incontro di Assisi rappresentò una sorta di spartiacque nella storia dei rapporti tra esse. «Nel linguaggio universale di quella preghiera — scrive il cardinale Dziwisz — le diverse religioni, pur nel rispetto dell’identità di ogni esperienza spirituale, ritrovarono la loro natura, la loro ispirazione originaria; e, proprio per questo, scoprirono che esisteva tra di loro una reale comunione fraterna»[5].

Ma come nacque l’evento di Assisi? L’occasione fu la proclamazione, da parte dall’Onu, del 1986 come anno della pace. Il Papa aderì a tale iniziativa in modo forte e convinto, e nel suo messaggio di Capodanno scrisse: «In questa prospettiva io lancio un pressante appello a tutti i fratelli cristiani e a tutte le persone di buona volontà perché si uniscano durante questo anno in insistente e fervorosa preghiera per implorare da Dio il grande dono della pace»[6]. Poi espresse il desiderio che la Santa Sede contribuisse a suscitare un «movimento universale di preghiera» che andasse oltre il mondo cristiano e coinvolgesse i credenti di tutte le religioni, al di là dei singoli confini nazionali. Ed esortò tutti i capi delle religioni a recarsi quell’anno, insieme a lui, ad Assisi, «luogo che la serafica figura di san Francesco ha trasformato in centro di fraternità universale», per testimoniare, con la loro preghiera, la solidarietà alla causa della pace. Il Papa disse inoltre che a tale scopo si stavano avviando consultazioni con i maggiori leader religiosi, sia cristiani sia non cristiani, e che si stava lavorando per precisare la modalità di tale incontro, nonché per fissare di comune accordo una data precisa.

Secondo gli storici, non è ancora chiara l’origine di quella proposta: fu una decisione personale di Wojtyła — secondo lo stile del suo predecessore Giovanni XXIII —, come ritiene il suo segretario personale[7], oppure fu incoraggiata dall’entourage papale o da alcuni cardinali interessati all’iniziativa? Certamente il Papa ne parlò, come era suo solito, con diversi collaboratori e ascoltò con interesse i loro punti di vista, ma la decisione di porre in essere un evento così speciale fu soltanto sua. In ogni caso l’incontro fu organizzato e coordinato dal presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, cardinale Roger Etchegaray, il quale su questa materia era molto vicino alle posizioni del Pontefice. A tale riguardo furono anche istituite tre commissioni, che facevano capo al Segretariato dell’unità dei cristiani, a quello per i non cristiani e alla Commissione Giustizia e Pace. Esse lavorarono, coordinate dal cardinale francese, per preparare l’incontro, e certamente non fu cosa facile.

Nella mente del Papa, l’evento doveva rispondere a finalità non di ordine politico, ma semplicemente di ordine religioso: la preghiera, e soltanto questa, doveva essere il fulcro dell’incontro. Egli inoltre, in diverse circostanze (anche dopo l’evento), affermò che l’incontro non intendeva in alcun modo avviare un discorso dottrinale in materia religiosa: l’unica finalità era quella di pregare per la pace gli «uni accanto agli altri», e non più, come era accaduto in passato, gli uni contro gli altri, evitando inopportune confusioni o atteggiamenti di sincretismo religioso.

All’evento parteciparono 124 capi religiosi, 62 cristiani e 62 non cristiani. Tra i cristiani, 12 erano di confessione cattolico-romana, gli altri rappresentavano le Chiese di tradizione ortodossa (13 membri) e le diverse comunità protestanti (13 membri). Gli ebrei erano guidati dal rabbino capo di Roma, Elio Toaff, il quale significativamente fu posto dal cerimoniale in fondo alla fila dei rappresentanti cristiani. La delegazione islamica era guidata dallo sceicco al Mekki Naciri, convinto sostenitore dell’incontro e delegato del re del Marocco; vi parteciparono, inoltre, lo sceicco saudita Nasir Aboudi e capi religiosi di diversi Paesi musulmani (Pakistan, Bangladesh, Costa D’Avorio, Kenya, Libia, Turchia). I buddisti erano rappresentati dal Dalai Lama, che nel cerimoniale apriva la fila dei rappresentanti non cristiani[8]. La sua presenza non fece certamente piacere alla Cina, che non inviò partecipanti all’incontro. Altri esponenti del buddismo vennero dall’India, dal Giappone e dalla Corea.

Parteciparono, inoltre, esponenti di diverse piccole religioni (o di tradizioni religiose) dell’Estremo Oriente, dell’Africa e persino del Nord America. Furono registrate anche assenze molto significative: alla «Giornata di preghiera» non parteciparono gli sciiti dell’Iran e i sunniti algerini ed egiziani. Rilevante, inoltre, fu l’assenza di inviati di alcuni importanti Governi, in particolare quello cinese, israeliano e afgano[9].

L’evento di Assisi ebbe un’immensa risonanza mediatica e fu ripreso da tutte le televisioni del mondo. Esso inoltre diede nuovo slancio al primato morale che il papato da anni stava assumendo all’interno del mondo cristiano. L’arcivescovo anglicano Robert Runcie disse a Giovanni Paolo II che «solo il servizio petrino poteva convocare una simile assemblea». In ogni caso, da quel momento il tema della pace divenne patrimonio condiviso di tutte le religioni, e su questo punto, poco alla volta, si creò un sentire comune: il che non era una cosa scontata e neppure facile da raggiungere.

Sia nel cerimoniale, minuziosamente preparato, sia nella diretta televisiva, fu il Papa che dominò interamente la scena dell’evento; eppure erano presenti personalità religiose molto importanti e conosciute quali il Dalai Lama e il metropolita di Kiev, Filarete (rappresentante del patriarcato di Mosca), al quale il presidente Gorbaciov, interessato all’incontro per motivi politici, aveva permesso di partecipare. Infatti fu Giovanni Paolo II che accolse i singoli partecipanti nella basilica di santa Maria degli Angeli, così come fu lui che alla fine del rito del mattino congedò i rappresentanti, i quali, divisi in 12 gruppi religiosi, si ritirarono a pregare in altrettanti luoghi della città umbra. Fu ancora Giovanni Paolo II, nel pomeriggio, a concludere il rito.

Questo ebbe due momenti culminanti. Il primo fu costituito dalle processioni penitenziali che i singoli gruppi (dopo la preghiera e il digiuno) fecero, dal luogo in cui si erano riuniti fino alla piazza della basilica inferiore di san Francesco. Il secondo, più toccante e suggestivo, fu quello della preghiera che ogni famiglia religiosa fece, seguita da un momento di silenzio[10]. Alla fine il Papa pronunciò un discorso di commiato, seguito dal rituale lancio delle colombe, segno per i cristiani della pace e del dono dello Spirito.

Nel discorso del mattino, Giovanni Paolo II pronunciò parole memorabili. Disse che i rappresentanti delle diverse famiglie religiose erano convenuti ad Assisi non per trattare questioni religiose (sconfessando così ogni accusa di sincretismo religioso), ma per «invitare il mondo a diventare consapevole che esiste un’altra dimensione della pace e un’altra via per promuovere la pace, che non è il risultato di negoziati, compromessi politici o scambi economici».

Secondo Alberto Melloni, queste parole, oltre a dare il senso profondo dell’evento, non erano immuni da una velata critica rivolta alle organizzazioni internazionali preposte alla tutela della sicurezza e della pace nel mondo. «Un atto — scrive lo storico — che voleva approfondire la dedica del 1986 alla pace dell’Onu si apre con una contrapposizione fra quel sistema — negoziati, compromessi, scambi — che aveva evitato la guerra fredda e che di lì a poco avrebbe permesso al sistema sovietico di implodere senza passare da un’ecatombe e una “altra via” segnata da quella preghiera, che rivendicava, pur senza dirlo, non solo un’originalità, ma anche una qualche superiorità»[11].

Il discorso del Papa non suscitò però reazioni particolari, né da parte della stampa, né da parte delle organizzazioni internazionali. Ciò che in quel momento veniva sottolineato era la grandiosità e significatività dell’evento. Le religioni — si diceva —, grazie al Papa,  avevano fatto pace tra loro. Il che non era un risultato di poco conto. In ogni caso, quella fu una giornata memorabile: «Speriamo — disse il Papa — che oggi le armi abbiano taciuto e gli attacchi siano cessati». La diplomazia vaticana stava già lavorando da tempo in questa direzione[12]. Di fatto, in quel giorno non si registrarono morti in nessun conflitto armato.

Il momento più delicato dell’evento, soprattutto per i cattolici, fu la parte finale dell’incontro, quella che si svolse nella piazza della basilica inferiore, perché si trattava di riconoscere il valore di preghiera alle invocazioni che i rappresentanti religiosi (non cristiani) innalzavano al loro Dio, per impetrare il dono della pace. La delicata questione fu risolta ponendo una significativa distinzione: una cosa era il pregare accanto — si disse —, un’altra cosa il pregare insieme. Ad Assisi le diverse famiglie religiose, al fine di evitare ogni malinteso sincretista, avevano semplicemente pregato il loro Dio «una accanto all’altra»[13]. Di fatto però Giovanni Paolo II, nel suo discorso di commiato, pur facendo riferimento all’obbedienza alla voce della coscienza e alla consapevolezza del destino comune dell’umanità e del creato, aveva umilmente confessato che «la pace porta il nome di Gesù Cristo».

La ricezione dell’evento di Assisi

La preghiera interreligiosa di Assisi rimane una delle «icone»[14] più espressive e significative della storia religiosa del secolo scorso. Come il tema della pace, anche quello del dialogo con le altre religioni ha il suo statuto fondativo nel Concilio Vaticano II[15]. Di fatto non sarebbe stato minimamente pensabile un incontro di questo tipo senza la dichiarazione Nostra Aetate e senza l’evento conciliare nel suo insieme[16].

Secondo alcuni interpreti, l’incontro di Assisi, in realtà, sarebbe andato oltre «l’orizzonte formulare» fissato dal documento conciliare, il quale, come è noto, ebbe un percorso di redazione lungo e articolato, che — secondo questi autori — ne avrebbe in qualche modo limitato l’ispirazione originale. L’evento di Assisi, invece, avrebbe indicato «la misura e il metodo di una recezione creativa del Concilio, se non il passaggio dalla recezione applicativa alla recezione creativa»[17]. Va però ricordato che esso, in ogni caso, si mosse — in un contesto storico differente — secondo lo spirito del documento conciliare, ispirato al rispetto delle altre religioni e alla coscienza di tutti gli uomini di buona volontà.

Come si prevedeva fin dall’inizio, l’incontro di preghiera di Assisi ebbe, all’interno del mondo cattolico, sia sostenitori entusiastici sia critici severi. A questo riguardo, il cardinale Dziwisz afferma, nelle sue memorie, che quella fu certamente l’iniziativa papale più osteggiata e più discussa, e che «perlomeno alcune critiche vennero sicuramente dall’interno stesso della Curia romana, visto che il Papa, parlando nel 1987 con Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, gli disse, pur con tono scherzoso: “Andiamo avanti, continuiamo, anche se per poco non mi scomunicavano…”»[18].

I maggiori critici dell’evento furono certamente i lefebvriani, che videro nell’incontro di preghiera uno dei frutti più velenosi del Concilio, cioè il pericolo del sincretismo religioso e il deragliamento dai princìpi della fede cattolica. In realtà queste accuse, divulgate dalle loro riviste, furono tra le più innocue, perché attingevano a un repertorio ormai obsoleto e screditato. Molto più serie furono invece le critiche che vennero da una parte del mondo cattolico impegnato. Don Divo Barsotti scrisse personalmente al Papa per criticare l’evento, sottolineandone le implicazioni dottrinali e lo spirito pericolosamente sincretistico che lo animava. Anche una personalità di primo piano come don Giuseppe Dossetti si espresse in modo critico nei confronti della «Giornata di preghiera» del 27 ottobre. Don Gianni Baget Bozzo lesse l’evento, da un lato, come un successo della «diplomazia personale» di Wojtyła, dall’altro come un grandioso «spettacolo religioso» dagli esiti del tutto incerti. Il cardinale Oddi, con un’espressione un po’ colorita, lo definì come episodio «folkloristico» e criticò il fatto che ai buddisti venisse concessa per la loro preghiera una chiesa consacrata[19].

Tra i critici dell’evento alcuni interpreti ponevano (e ancora pongono) anche il prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, il futuro Papa Benedetto XVI[20]. A questo riguardo il cardinale Dziwisz ha scritto, nelle sue memorie: «Vorrei smentire ciò che qualcuno ha detto e continua a dire, ovvero che il cardinale Ratzinger, su Assisi, fosse contrario. Non è vero! È falso»[21].

Queste critiche che seguirono l’evento non lasciarono indifferente Giovanni Paolo II, il quale in due importanti circostanze ritornò a parlare dello «spirito di Assisi». Una prima volta, il 22 dicembre dello stesso anno, in occasione dello scambio degli auguri natalizi con la Curia romana, il Papa affermò, non certo per pura cronaca, che l’incontro interreligioso di Assisi «è stato l’avvenimento più seguito del mondo in quell’anno», e sottolineò la continuità tra quella memorabile giornata e l’insegnamento conciliare in tema di pace e di rapporti tra le religioni. In questa occasione, continuò il Papa, la Chiesa ha esercitato «in modo inedito» il suo ministero di riconciliazione tra le religioni e tra i popoli.

Una seconda volta, in occasione dell’incontro con il Corpo diplomatico (10 gennaio 1987), Wojtyła, rispondendo al decano degli ambasciatori, che nel suo discorso aveva fatto riferimento alla «Giornata di Assisi», disse che tale iniziativa fu certamente importante sul piano religioso; sostenne, inoltre, senza mettere in gioco «le convinzioni di fede per arrivare a un consenso religioso sincretista», le religioni che in quell’occasione avevano voluto esprimersi con il loro linguaggio, cioè quello della preghiera.

Il Papa volle che l’incontro interreligioso del 27 ottobre non rimanesse un fatto isolato, ma che venisse ripetuto; disse che lo «spirito di Assisi» doveva continuare e dare i suoi frutti. Tale impegno negli anni successivi fu assunto, con l’incoraggiamento del Papa, dalla Comunità romana di Sant’Egidio[22]. Nel 1988, in occasione di uno di questi eventi, il Papa disse: «Le nostre preghiere, le nostre volontà di pace sembrano piccola cosa di fronte al dispiegarsi delle logiche di potenza, eppure costituiscono una preziosa riserva di energie spirituali e umane che salvaguarda il mondo dall’inquinamento della violenza e offre una ispirazione e un incoraggiamento ai costruttori di pace. Il mondo, infatti, ha bisogno di costruttori di pace». Le religioni, dal canto loro, attraverso la preghiera e il colloquio amicale e rispettoso — questo è il senso profondo delle parole di Wojtyła — possono dare un contributo fattivo per costruire la pace tra gli uomini e tra le nazioni, in un mondo in cui gente di religione diversa vive insieme, e in cui i non cristiani emigrano sempre di più in Paesi di antica tradizione cristiana, come l’Europa e gli Stati Uniti, alla ricerca di lavoro, di sicurezza e di pace.

Giovanni Paolo II e i suoi interventi a favore della pace

Negli anni Novanta l’impegno del Papa per la pace si fece sempre più forte e convinto, in un contesto internazionale segnato dalla presenza di conflitti regionali molto pericolosi, come nei Balcani, in Medio Oriente e in Iraq. Per Papa Wojtyła la guerra era sempre un male, «un’avventura senza ritorno», anche quando essa era invocata, spesso in modo strumentale, per garantire la pace o la sicurezza tra i popoli[23]. In diverse occasioni egli disse che la via più appropriata per risolvere i contrasti tra nazioni, e quindi per salvare migliaia di vite umane, era quella del negoziato, della mediazione politica e dell’arbitrato e, in questo, un ruolo di primo piano sarebbe dovuto spettare all’Onu e alle altre organizzazioni internazionali, ma anche, riprendendo lo «spirito di Assisi», agli uomini di Chiesa, e più in generale alle religioni[24]. Queste, disse, avrebbero dovuto impegnarsi fattivamente per la pace ed essere esse stesse testimoni credibili di concordia e di riconciliazione tra uomini che appartengono a culture e razze differenti.

Giovanni Paolo II fu un uomo di pace, ma non un ingenuo pacifista, come una certa propaganda anticattolica — a causa delle sue posizioni contro le due guerre del Golfo — fece strumentalmente intendere, per sminuire la sua autorità morale. Egli affermò che in determinate circostanze l’uso della forza era necessario, in particolare quando si trattava di contrastare l’aggressore per difendere l’aggredito, di solito civili inermi. In questo quadro si collocano i suoi pressanti appelli per la Bosnia (1992-93), in cui mostrava la necessità di un intervento umanitario in difesa della popolazione civile.

In quegli anni, alcuni osservatori politici insinuarono una contraddizione tra il «no assoluto» alla guerra del Papa — come nel caso della prima guerra del Golfo — e il diritto di ingerenza umanitaria da lui reclamato per le popolazioni della Bosnia-Erzgovina, dilaniata da una feroce guerra fratricida, che poteva anche essere intesa come una guerra religiosa combattuta tra cristiani (ortodossi serbi) e musulmani (i bosniaci).

Ora, tra le due situazioni — cioè, quella jugoslava e quella irachena — vi era una differenza sostanziale, che non andava sottovalutata: mentre la guerra di Bush Sr. contro Saddam Hussein era un conflitto tra Stati (che poteva essere risolto attraverso la mediazione della comunità internazionale), nell’altro caso, cioè quello della Bosnia, si trattava di porre fine a una carneficina di civili in atto e «disarmare l’aggressore». In ogni caso, questo compito doveva essere deciso e attuato da una istituzione internazionale e non da singoli Stati, come fece, in assenza di un intervento tempestivo dell’Onu, la Comunità europea, per impedire che il conflitto si allargasse pericolosamente a macchia d’olio in tutta la zona dei Balcani, attraversata da nuove ondate di nazionalismo e fanatismo etnico-razziale.

Il Papa, per evitare che tale conflitto inasprisse il rapporto tra le famiglie religiose presenti in quella regione, o che venisse inteso dall’opinione pubblica mondiale come una guerra confessionale, nel gennaio 1993 convocò una «Giornata di preghiera» ad Assisi per la pace in Bosnia-Erzegovina, alla quale parteciparono rappresentanti religiosi cristiani, ebrei e musulmani[25].

Questi pericolosi conflitti, all’inizio degli anni Novanta, convinsero sempre più Papa Wojtyła dell’improponibilità della guerra come strumento per risolvere le diatribe tra gli Stati o per garantire la sicurezza delle nazioni. In quegli anni Giovanni Paolo II notò come lo strumento dell’intervento militare cominciasse a essere fortemente riaccreditato nell’opinione pubblica e anche nella comunità internazionale. Egli, scrive Riccardi, «si sente un sopravvissuto alla seconda guerra mondiale, con la responsabilità di testimoniare al mondo l’orrore della guerra, ormai troppo dimenticato. L’impegno per la pace, che attraversa tutto il suo pontificato, negli ultimi anni assume il tono di un’imprescindibile testimonianza personale: la guerra non è la lingua dei cristiani»[26].

In tale contesto si comprendono i continui interventi del Papa contro la guerra in Iraq del 1991, quando, dopo l’implosione dell’impero sovietico e il conseguente venir meno del bipolarismo che caratterizzava i rapporti internazionali del dopoguerra, gli Stati Uniti si arrogarono il ruolo di unici «gendarmi» della sicurezza globale. Il Papa seguì con apprensione gli sviluppi della crisi della «prima guerra del Golfo», scatenata dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, alla quale seguì la reazione di una forza militare multinazionale, guidata dagli Stati Uniti. La sua proposta, lanciata nella Giornata Mondiale per la Pace del 1991, era di privilegiare lo strumento del dialogo e dell’accordo multilaterale, anziché quello militare. «Con la ragione, con la pazienza e con il dialogo, e nel rispetto dei diritti inalienabili dei popoli e delle genti, è possibile individuare e percorrere le strade dell’intesa e della pace»[27].

Dopo l’inizio del conflitto, il Papa non esitò a condannare sia l’invasione di uno Stato sovrano da parte del dittatore di Baghdad, sia l’intervento militare delle potenze filo-occidentali. «Mai come in queste ore — disse il 24 febbraio 1991 — la guerra appare come un germe di morte»[28]. Nel mese di marzo, convocò a Roma i patriarchi e i vescovi cattolici dei Paesi arabi, alcuni dei quali temevano che il crollo del regime di Saddam Hussein potesse segnare la fine della presenza cristiana nell’antica Mesopotamia, e li invitò a farsi, nel contesto in cui vivevano, operatori di pace e di fraternità, anche fuori dell’ambito cattolico.

Circa dieci anni dopo, con la seconda guerra in Iraq (marzo 2003), la posizione del Papa su tale materia non era cambiata. In quella occasione le sue parole contro la «guerra preventiva» sembrarono assumere un tono antistatunitense, perché generalmente rivolte all’unica superpotenza presente nella scena internazionale, cioè gli Stati Uniti di George Bush jr. Di fatto non era così: il Papa aveva grande stima del popolo americano, e lo manifestò in diverse occasioni. Egli espresse grande partecipazione al dolore per l’attentato dell’11 settembre 2001, sebbene non utilizzasse toni da crociata — come alcuni avrebbero desiderato — per condannare il terrorismo islamico transnazionale.

Il Papa, ormai vecchio e malato, fece di tutto per contrastare la guerra statunitense contro l’Iraq, impegnando la sua stessa autorità morale di leader religioso globale ascoltato da tutti i media mondiali (egli infatti era considerato il vincitore della lotta contro il comunismo), anche se i suoi appelli, sempre rispettati dal presidente Bush, rimasero per lo più inascoltati. Per difendere le ragioni della pace, il Papa utilizzò anche gli strumenti della diplomazia personale, inviando negli Stati Uniti il cardinale Pio Laghi (che per anni vi era stato Nunzio apostolico) e in Iraq il cardinale Etchegaray, prestigioso legato papale per le questioni umanitarie. Fu tutto inutile. Alla fine Wojtyła si ritrovò «tra gli sconfitti della guerra voluta da Bush»[29], anche se il suo impegno in favore della pace gli meritò il consenso di ampi settori dell’opinione pubblica internazionale, spesso critici nei confronti della Chiesa cattolica e del Vaticano.

Nel discorso al corpo diplomatico del gennaio 2003, Giovanni Paolo II inquadrò il suo «no alla guerra» in un contesto più ampio, cioè nel rifiuto della cultura della morte e dell’egoismo, che caratterizza — disse il Papa — la cultura e la mentalità del mondo post-moderno. Il suo impegno per la pace si saldava così con quello per la difesa della vita umana, altro tema centrale del suo lungo e battagliero ministero. Pace e difesa della vita in qualche modo concludevano un pontificato che fu moderno e globale, anche quando annunciava valori considerati tradizionali, ma fondamentali nell’esperienza cristiana. Valori che spesso fecero difficoltà a imporsi in un mondo dominato dal «segno della potenza» (e dell’autosufficienza) e dalla cultura secolare. Ma, come insegna il Vangelo, c’è un tempo per seminare e uno per raccogliere.

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[1].      Cfr G. Sale, «L’intervento umanitario nel XX secolo», in Civ. Catt. 2013 IV 434-444.

[2].      Assisi. Giornata mondiale per la preghiera della pace, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 1987, 96.

[3].      L’invito a una giornata di preghiera e di digiuno per la pace, rivolto non soltanto ai cattolici ma a tutti gli uomini di buona volontà, è stato recentemente riproposto da Papa Francesco in riferimento alla grave situazione siriana.

[4].      S. Dziwisz, Una vita con Karol. Conversazione con Gian Franco Svidercoschi, Milano, Rizzoli, 2007, 183.

[5].      Ivi, 184.

[6].      Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1978-2005, IX /1, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 196.

[7].      Scrive il card. Dziwisz: «E un giorno, finalmente, era spuntata quell’idea meravigliosa: “una preghiera di tutte le religioni per la pace, ecco che cosa ci vuole!”, mi aveva confidato il Santo Padre» (S. Dziwisz, Una vita con Karol…, cit., 184).

[8].      La rappresentanza delle Chiese e delle Comunità cristiane era aperta dal metropolita Methodios, inviato dal Patriarca ecumenico di Costantinopoli.

[9].      Cfr A. Melloni, Le cinque perle di Giovanni Paolo II. I gesti di Wojtyla che hanno cambiato la storia, Milano, Mondadori, 2011, 55 s. Sulle rappresentanze religiose presenti ad Assisi, cfr L. Accattoli, Giovanni Paolo II. La prima biografia completa, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2006, 166 s.

[10].    Ivi, 168.

[11].    A. Melloni, Le cinque perle di Giovanni Paolo II…, cit., 57.

[12].    Cfr L. Accattoli, Giovanni Paolo II. La prima biografia completa, cit., 17; A. Vircondelet, Giovanni Paolo II. La biografia del Papa che ha cambiato la storia, Torino, Lindau, 2005, 320.

[13].    A. Melloni, Le cinque perle di Giovanni Paolo II…, cit., 58.

[14].    Cfr C. Bonizzi, L’icona di Assisi nel magistero di Giovanni Paolo II, Assisi (Pg), Porziuncola, 2002.

[15].    Precedentemente, anche in ambito cattolico si era parlato di questo tema — in particolare di un’intesa strategica tra le maggiori religioni mondiali —, ma soltanto in chiave eminentemente difensiva, cioè per combattere il comunismo e l’ateismo contemporaneo.

[16].    Va anche ricordato che l’evento di Assisi fu anche preparato dai numerosi viaggi che Giovanni Paolo II effettuò nei diversi continenti, e nei discorsi e negli incontri che egli ebbe con i rappresentanti di diverse religioni. In particolare vanno ricordati, per la ricchezza del loro contenuto, i discorsi che fece ad Ankara, a Casablanca e, poco tempo prima dell’incontro di Assisi, nella sinagoga di Roma il 13 aprile. In questa visita storica il Papa volle rafforzare il legame tra le religioni, affinché esse non soltanto si rispettassero reciprocamente e approfondissero il mistero di Dio, ma altresì incoraggiassero una collaborazione, un dialogo tra i fedeli, per supplire alle mancanze della società civile, spesso «smarrita — disse il Papa — nell’agnosticismo e nell’individualismo» (A. Vircondelet, Giovanni Paolo II…, cit., 317).

[17].    A. Melloni, Le cinque perle di Giovanni Paolo II…, cit., 68.

[18].    S. Dziwisz, Una vita con Karol…, cit., 185.

[19].    Queste indicazioni sono tratte da A. Riccardi, Giovanni Paolo  II. La biografia, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2011, 459.

[20].    Cfr Id., La santità di Papa Wojtyla, ivi, 2014, 37; F. Boespflug (ed.), Assise dix ans après 1986-1996, Paris, Cerf, 1996.

[21].    S. Dziwisz, Una vita con Karol…, cit., 185.

[22].    Cfr J. D. Durand, Lo spirito di Assisi. Discorsi e messaggi di Giovanni Paolo II alla Comunità di Sant’Egidio: un contributo alla storia della pace, Milano, Leonardo International, 2004.

[23].    «Fatta eccezione per i conflitti armati di “pura difesa” contro un’aggressione, la “guerra moderna”, radicalmente differente dalle guerre del passato, durante il pontificato di Giovanni Paolo II diventa per la Chiesa un intrinsece malum. La questione, oltre ad essere di natura epistemologica, è anche semantica […]. La Chiesa chiede di abbandonare la parola “guerra” e parla di “conflitti armati”, che giustifica nei casi di legittima difesa, di ingerenza umanitaria e di responsabilità di proteggere» (F. Occhetta, «La pace nel pensiero dei Papi del Novecento», in Civ. Catt. 2010 IV 550).

[24].    Cfr M. Bray, «Giovanni Paolo II», in Enciclopedia dei Papi, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2000, 692.

[25].    Va ricordato che proprio in quel periodo la Santa Sede, con due note del 12 gennaio 1999 inviate ai Governi croato e sloveno, riconosceva l’indipendenza di questi due nuovi Stati, nati dall’implosione dell’impero serbo-jugoslavo, garantendo loro l’avallo della comunità internazionale. I serbi denunciarono immediatamente la posizione vaticana, accusandola di parzialità nei confronti dei due Paesi cattolici e di intromettersi in questioni di carattere politico. Alcuni parlarono anche di una presunta alleanza tra Germania e Vaticano in funzione anti-serba. Mons. Jean-Louis Tauran, a quel tempo «ministro degli esteri» della Santa Sede, disse che tale riconoscimento era diretto a evitare che i due Paesi di nuova formazione venissero aggrediti dalla più forte Serbia. Cfr A. Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, cit., 422.

[26].    Ivi, 424.

[27].    I Papi e la pace. Messaggi per la celebrazione della Giornata mondiale per la Pace, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 1992, 76.

[28].    Giovanni Paolo II per la pace del Golfo, ivi, 1991, 32.

[29].    A. Riccardi, Giovanni Paolo II. La biografia, cit., 430.

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