EUROPA

L’ottavo volume della collana «Accènti» di Civiltà Cattolica

25 Aprile 2019
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È bene chiarire subito una cosa, presentando questo ottavo volume degli «Accènti» de La Civiltà Cattolica. Le elezioni europee (23-26 maggio) sono certamente un’occasione propizia per raccogliere una parte del lavoro di ricerca e di approfondimento della nostra rivista nel corso di tanti anni, e attraverso molti avvenimenti, sul tema dell’Europa. In un tempo complesso, in cui il discernimento e la comprensione dei fenomeni si fa urgente, ci interessa formare e informare le coscienze, affinché scelte importanti per il futuro non siano dettate solo da valutazioni di opportunità di breve o brevissimo respiro, da paure generalizzate o da mero rancore.

L’Europa ha ancora bisogno di «fondatori». Certo, ci sono stati i «padri» del sogno europeo. Ma oggi c’è bisogno di cittadini, forti della propria identità culturale, responsabili della loro comunità e consapevoli che la solidarietà con il resto dei Paesi europei è essenziale a poter continuare il cammino.

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Abbiamo raccolto solamente alcuni dei numerosissimi contributi della rivista dalla sua fondazione a oggi in quattro sezioni.

Nella prima cerchiamo di ripercorre alcune tappe essenziali nella storia del progetto europeo. E partiamo proprio dal devastante impatto sulla vita del nostro Continente del primo conflitto mondiale, la «Grande guerra» (1914-18). Perché fu sulle ceneri di un’Europa distrutta dal conflitto che si rianimò – insieme alle speranze poi deluse offerte dal progetto della Società delle nazioni – il dibattito sulla necessità di una qualche forma di unione tra i Paesi continentali. E in cui, tra le altre questioni ancora di attualità, si coglie già l’oscillazione tra chi riteneva gli accordi economici e commerciali come un passaggio propedeutico e necessario a un’eventuale unità politica; e chi, invece, vedeva la costruzione istituzionale come premessa indispensabile a qualsiasi altro tipo di accordo e di solidarietà comune.

Lo testimonia nella nostra selezione un articolo del 1930 – non firmato come si usava allora – , che trattando delle «luci e delle ombre del problema europeo», fa in particolare riferimento a un’importante iniziativa francese dell’epoca, il cosiddetto «progetto Briand», presentato proprio nel contesto della Società delle nazioni. Nel mentre, l’armistizio di Compiègne e il successivo Trattato di Parigi, che avevano messo fine a un conflitto distrutti­vo, avevano però creato anche le condizioni di un secondo conflitto in Europa, che 21 anni dopo si estese al mondo.

Con i nostri articoli diamo così conto, attraverso due articoli di p. Angelo Brucculeri, delle prospettive diverse su un possibile progetto europeo prima (1942) e dopo la fine della Seconda guerra mondiale (1948). E infine delle preoccupazioni come pure degli elementi positivi presenti nel percorso che poi portò alla firma dei Trattati di Roma (1957), così come elaborate dalla penna di p. Antonio Messineo.

Chiaramente occorre leggere questi articoli – che rendiamo nuovamente disponibili al lettore – con una prospettiva storica e lungimirante. La nostra è una rivista impastata con la storia. Senza interruzione contribuisce alla conoscenza di ciò che accade sin dal 1850. Più volte, dunque, grazie anche alla maggiore comprensione dei fatti e allo sviluppo della coscienza, ha modificato e approfondito le proprie posizioni. Chiaramente oggi siamo molto lontani da talune posizioni prese da alcuni padri scrittori che ci hanno preceduti.

Come si leggerà, sin dal marzo del 1948, i padri Brucculeri e Messineo avevano incoraggiato i credenti a rifarsi al Magistero pontificio, assecondando «ogni iniziativa, ogni sforzo diretto all’unione» dell’Europa, qualunque essa fosse. Il messaggio era chiaro: i partiti europei di ispirazione cristiana avrebbero dovuto impegnarsi a tradurre politicamente l’insegnamento della Chiesa per giungere a un ordine mondiale basato sulla giustizia e sulla solidarietà.

Sia chiaro: l’impostazione del loro ragionamento resta legata a un certo atteggiamento «intransigentista» di fine Ottocento e di inizio Novecento. Si capirà come i nostri predecessori guardassero con apprensione a un sistema internazionale basato su uno stabile accordo fra le forze legate al comunismo sovietico e quelle potenze, come gli Stati Uniti o la stessa Inghilterra, ritenute ugualmente lontane dalla tradizione latina. E tuttavia si capirà come il contributo de La Civiltà Cattolica al dibattito sul futuro dell’Europa sia stato davvero significativo. Un esempio: il p. Messineo, pur dimostrando diffidenza per la battaglia federalista di Altiero Spinelli, riconosce con lui, in una recensione, che se l’Europa avesse voluto sopravvivere e conservare la propria civiltà, sarebbe stata costretta a «unirsi, abbattendo lentamente le barriere nazionali» che la dividevano.

Dunque: pur nelle differenze di contesto storico e culturale, nonostante le diverse sfumature e al netto di analisi politiche inevitabilmente contingenti, se non anche contrastanti, è però tutto sommato possibile rinvenire un filo rosso che unisce le posizioni espresse negli anni dalla nostra rivista: il progetto politico europeo è stato nel tempo visto, soprattutto dopo la Grande guerra, come un passo necessario per la pace, e per un «nuovo ordine» non solo continentale, ma globale. Un tema ancora e di nuovo attuale.

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Nella seconda sezione integriamo la rivisitazione storica del processo europeo, con una rassegna di articoli che cercano di restituire il panorama delle idee emerse negli anni nel dibattito intorno a questo processo. Essi sono scritti da gesuiti di varie nazioni del Continente: Italia, Francia, Belgio, Irlanda, Spagna e Lussemburgo.

La questione dell’Europa come «concetto culturale», e non solo geografico o istituzionale o giuridico; quella, del rapporto fra le identità nazionali e di queste ultime con le migrazioni, accettando le differenze come fonte di arricchimento e come condizione per vivere insieme; il tema centrale e ricorrente della pace come prima ragion d’essere dell’Europa; quello della solidarietà, senza disoccupazione, e dell’integrazione a più livelli come vera cifra comune di una cittadinanza europea e bussola per la politica.

Tra i contributi troviamo anche quello recentissimo di mons. Jean-Claude Hollerich, gesuita, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea. Egli conclude la sua riflessione affermando che l’integrazione europea deve dimostrare di essere a favore del cittadino, e di preservare la pace in un mondo più pericoloso che mai. E in tal modo il suo approccio si riconnette con la grande tradizione della nostra rivista.

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La terza sezione offre il contributo recente della Chiesa cattolica nel dibattito europeo, con particolare attenzione ai due Sinodi dedicati all’Europa e all’Esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, espressione dello sguardo ampio di san Giovanni Paolo II.

Il Sinodo è stato seguito passo passo da p. Giovanni Caprile, ben noto per il suo enorme lavoro sui Sinodi dal 1969 al 1991, che poi La Civiltà Cattolica ha pubblicato in 12 volumi. Di esso si è dato conto nel dettaglio. Si offre anche un suo approfondimento in prospettiva ecumenica. La rivista ha sostanzialmente evidenziato il legame profondo tra evangelizzazione dell’Europa e inculturazione del Vangelo nell’Europa di oggi con le sue sfide positive e le sue tensioni. La riflessione si concentra su tre punti: il problema dell’uomo, della sua natura e del suo destino, che a inizi anni ’90 sentiva essere posto dal materialismo; il problema di Dio e del suo significato per la vita umana, allora posto dall’ateismo e dall’indifferentismo religioso; il problema di Gesù Cristo, posto dal razionalismo e dai cosiddetti nuovi movimenti religiosi. L’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II viene presentata come una magna charta della missione evangelizzatrice della chiesa.

Infine, la quarta sezione è dedicata al magistero di papa Francesco a proposito del Continente: lo sguardo del vescovo di Roma, una città europea dai riferimenti religiosi, culturali e storici forti ed emblematici. Durante la sua visita a Strasburgo, nel 2014, il Pontefice, in due discorsi al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa, ha voluto svegliare un’Europa addormentata, invecchiata, un po’ chiusa in se stessa. Ha parlato della dignità umana, base dei diritti umani; della diversità che è necessaria, perché il dialogo e le differenze sono la ricchezza della democrazia. Ha detto che l’Europa si realizza «nel continuo incontro tra cielo e terra», che indicano rispettivamente l’apertura dell’uomo alla trascendenza e la sua capacità pratica e concreta.

Poi il suo discorso, nel 2016, in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno. In questo contesto Francesco ha parlato con lo «sguardo di Magellano», da europeo migrante, inquadrando l’Europa non come uno spazio da difendere, ma come un processo da implementare in un mondo complesso, sognando un «nuovo umanesimo europeo». Citando infine il gesuita Erich Przywara, ha fatto riferimento in maniera implicita alla fine dell’epoca carolingia e al rinnovato ruolo della Chiesa in questo contesto.

Infine, il suo discorso del 25 marzo 2017 ai 27 leader dei Paesi dell’Unione Europea, più i 3 rappresentanti delle istituzioni di Bruxelles, riuniti a nella Capitale d’Italia per firmare una Dichiarazione comune in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma. In quell’occasione ha sentito il bisogno di tornare ai «Padri d’Europa», perché non si può capire il presente senza la linfa vitale, il filo logico che viene dal passato. Oggi serve lo stesso coraggio.I Padri fondatori, ha proseguito il Papa, «ci ricordano che l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile e non solo come un insieme di diritti da difendere, o di pretese da rivendicare». E ha immaginato l’Europa come «una famiglia di popoli» che merita ancora di essere costruita.

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Alla vigilia delle elezioni europee alcuni sembrano mettere in discussione persino l’esistenza stessa di un processo di costruzione dell’Europa, che invece è stato – pur con tutti i suoi limiti – un fattore importante nella pacificazione del Continente. I fondatori dell’Europa sono stati anche tutti i cittadini e le cittadine che hanno resistito alle due grandi dittature del XX secolo.

Deve essere chiaro: interrompere il processo europeo significa, di fatto, evocare spettri che avevamo messo a tacere. I cristiani non possono ritirarsi di fronte al compimento delle loro responsabilità storiche nei confronti del futuro del nostro Continente, e questo richiede scelte politiche precise e coerenti.

Affidiamo dunque ai lettori questo nuovo volume della collana «Accènti». Ci auguriamo che – alla luce delle posizioni recenti che La Civiltà Cattolica ha espresso, in continuità con la migliore tradizione del suo passato – chi ci legge possa riflettere e fare scelte personali, esercitando attivamente e consapevolmente la propria responsabilità.

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