Da qualche decennio, c’è un genere letterario che è andato sviluppandosi in modo esponenziale: il genere post-apocalittico. Si tratta di opere di carattere culturale, in particolare di film e di romanzi, che descrivono la situazione dell’umanità in seguito a una catastrofe di grandi dimensioni, la quale, a prescindere dai motivi che l’hanno causata (guerre, virus letali, cambiamenti climatici, invasioni di extraterrestri, e così via), ha distrutto la civiltà così come la conosciamo e ha lasciato uno sparuto gruppo di sopravvissuti che va in cerca di una via di salvezza.
Sebbene alcune opere di questo tipo siano anteriori al 1945, è opinione diffusa che la realizzazione delle bombe atomiche accumulate dalle superpotenze dopo Hiroshima e Nagasaki sia stata la causa scatenante di questo nuovo genere[1]. Da quando la crisi ecologica e climatica viene percepita in modo sempre più acuto, le opere che si collocano in questo vasto genere si sono via via sviluppate in parallelo[2]. Alcune di esse sono persino divenute delle opere iconiche, vincendo premi letterari e lasciando un segno nella cultura popolare. Basti pensare alla serie di Mad Max al cinema[3], o all’influenza esercitata dal romanzo di Cormac McCarthy La strada – pubblicato nel 2006 e vincitore del premio Pulitzer 2007 –, che è stato portato sul grande schermo nel 2009.
Ci sono poi diversi autori – noti, in realtà, per altri generi letterari – che si sono cimentati anch’essi in tale filone con notevole successo: è il caso di uno dei più grandi scrittori di thriller del mondo, Stephen King, con L’ ombra dello scorpione (1978), e della scrittrice di gialli di gusto decisamente britannico, Phyllis D. James, con lo straordinario I figli degli uomini (1992), trasposto in versione cinematografica da Alfonso Cuarón nel 2006. Queste opere esprimono con chiarezza qualcosa della nostra cultura contemporanea e delle sue paure. Ma in che modo percepiscono la religione? E la fede? C’è posto per Cristo nel «mondo che verrà dopo» e, in esso, che ne sarà della «religione»?
Le opere post-apocalittiche come critica del presente
Il tratto tipico di queste spaventose situazioni future non consiste nel compiere un esercizio fantascientifico per così dire «gratuito», bensì nel muovere una critica, spesso pungente, del presente in cui viviamo. Esse si collocano dunque in una lunga storia inaugurata (benché se ne possano trovare dei precedenti meno celebri) da L’Utopia di Tommaso Moro (1516).
Con 1984, George Orwell (1948) denunciava il pericolo totalitario
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