Wall Street sign, downtown Manhattan, New York City. Foto: iStock/robertcicchetti

A DIECI ANNI DAL CROLLO DI «LEHMAN BROTHERS»

Quaderno 4043

pag. 471 - 485

Anno 2018

Volume IV

1 dicembre 2018

ABSTRACT – Nell’autunno del 2008 uno tsunami ha devastato la finanza mon­diale trascinando con sé istituzioni bancarie centenarie e provocan­do panico nei principali mercati monetari. In meno di un mese, le azioni quotate a Wall Street avevano perso un terzo del loro valore e, di conseguenza, è andato in fumo qualche trilione di dollari. A seguire, il crollo dell’economia, che fu tanto forte da far ricordare la triste esperienza della Grande Depressione.

E, come negli anni Trenta, l’origine di questa crisi economica è stata ancora una volta nella finanza. Ha avuto inizio con lo shock del settore immobiliare nell’estate del 2007 negli Stati Uniti. Più precisamente, è partita nel mercato delle ipoteche ad alto rischio (i cosiddetti «mutui subprime»), che fino al 2006 costituivano solo il 20% di tutti i prestiti immobiliari. Eppure, incredibilmente, le difficoltà di questo specifico settore hanno scosso i mercati finanziari di tutto il mondo. L’infezione si è manifestata in tutta la sua durezza con il fallimento di Lehman Brothers. Permettere che essa arrivasse alla bancarotta è stato forse l’errore più grave.

Come è potuto accadere tutto questo? Alla fine del mandato di George Bush, nel gennaio del 2009, il vicepresidente nordamericano Dick Cheney ha affermato in un’intervista: «Non credo ci sia stato alcuno che l’abbia vista arrivare». In realtà, qualcuno c’era stato. Tra gli altri Nouriel Roubini che il 7 settembre del 2006, si rivolse a un pubblico di economisti nientemeno che nella sede del Fmi, a Washington, annunciando l’imminente crisi del mercato immobiliare e le sue conseguenze.

Michel Camdessus, già direttore esecutivo del Fon­do monetario internazionale (Fmi), ha spiegato dal canto suo che in un mercato finanziario aperto, senza regole, senza controllo e senza supervi­sione, il Fmi non era nelle condizioni di vigilare. Inoltre, secondo Camdessus, la crisi dei mutui ha messo in luce gravi comportamenti immorali, oltre agli errori tecnici. È contrario all’etica concedere prestiti a persone non solventi, come lo è anche vendere strumenti finanziari che incorporano questi crediti senza esplicitar­ne la natura e, cosa ancora più grave, non informare il pubblico che li acquista dei rischi che corre.

Il dato indiscusso è che la crisi globale, iniziata nel 2008, porta l’etichetta made in Usa. E che, nonostante la vulgata diffusa, essa era evitabile e diversi attori in gioco – governo, Banca centrale, istituti di credito, agenzie di rating ecc – avrebbero quanto meno potuto contenerne gli effetti, come ha dimostrato la Commissione d’inchiesta sulla crisi finanziaria, creata con il Fraud Enforcement and Recovery Act.

Si potrebbe, però, aggiungere un altro ele­mento: il ruolo cruciale della crescente integrazione economica. Senza il fattore «globalizzazione» il disastro dei mutui ipotecari americani non avrebbe arrecato tanto danno in tutto il pianeta.

***

TEN YEARS ON FROM THE COLLAPSE OF LEHMAN BROTHERS

In the fall of 2008, a tsunami hit and devastated global finance, dragging with it secular banking institutions and causing panic in the main money markets. How could all this have happened? The financial operators carried out their task in an open market, without rules, without control and without supervision, with the lack of the most basic ethics, and rating agencies which have repeatedly failed in their task to eliminate risk. It was, therefore, a financial crisis which was transmitted to the real economy, giving rise to redundancies and cuts everywhere, and which, above all, was the result of an ethical disaster.

Per leggere l’articolo integrale, acquista il quaderno 4043.

Acquista il Quaderno