Planisfero di Battista Agnese (1544)

500 ANNI FA: L’EUROPA MODERNA

Ignazio, Lutero, Carlo V, Magellano

Quaderno 4102

pag. 357 - 364

Anno 2021

Volume II

15 Maggio 2021
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Il Cinquecento segna l’inizio dell’Età moderna. Nel passaggio tra Medioevo e mondo moderno si fanno strada, quasi contemporaneamente, una serie di fatti assolutamente nuovi rispetto al passato: l’invenzione della stampa, le scoperte geografiche, la polvere da sparo, un modo nuovo di segnare il tempo (gli orologi), di viverlo, e il rapporto con il denaro («il tempo è denaro!»), lo sviluppo delle banche, le assicurazioni, ma soprattutto una nuova consapevolezza dell’identità dell’uomo e della sua dignità. Alcuni fatti particolari, proprio agli inizi del secolo, lo documentano: la Dieta di Worms del 1521 e il modo in cui Carlo V progetta l’unità dell’Impero, cioè dell’Europa; la Riforma e Ignazio di Loyola; il periplo del mondo a opera di Magellano; l’affiorare di nuovi rapporti tra i cittadini e il principe, tra i fedeli e la Chiesa.

Carlo V e Lutero alla Dieta di Worms

Il 17 e 18 aprile 1521 – 500 anni fa – , alla Dieta di Worms si incontrarono Carlo V e Martin Lutero: l’imperatore, braccio secolare della Chiesa, lo aveva convocato per interrogarlo e, nel caso, eseguire la scomunica della Chiesa. Alla presenza dei prìncipi fu chiesto a Lutero di riconoscere i libri stampati a suo nome e di disconoscerli. Lutero li riconobbe, ma si rifiutò di ritrattarli, perché alcuni si fondavano sulla Sacra Scrittura e altri riguardavano gli abusi di Roma che colpivano il mondo cristiano. Perciò, egli non poteva ritrattare nulla se non gli veniva mostrato con la parola di Dio in che cosa avesse sbagliato: in tal caso «sarebbe stato prontissimo a ritrattare qualunque errore»[1].

Il portavoce di Carlo V gli rimproverava la presunzione di reclamare solo per sé la verità e, come tutti gli eretici, di rifugiarsi nella Scrittura, interpretata a proprio arbitrio: egli ripeteva gli errori già condannati dai Concili. Lo esortava a non anteporre il proprio giudizio a quello di tanti dottori che si sono spesi per lo studio della Bibbia. Infine concludeva: «Non porre in dubbio la santissima fede ortodossa che Cristo istituì, che gli apostoli predicarono in tutto il mondo, che è confermata dal rosso sangue dei martiri. […] Rispondi dunque senza ambiguità: vuoi ritrattare gli errori contenuti nei tuoi libri, sì o no?»[2].

Sapendo di rischiare di finire sul rogo, Lutero disse: «Se non sarò convinto mediante le testimonianze delle Scritture, […] la mia coscienza è prigioniera della parola di Dio. Perciò non voglio e non posso ritrattare»[3]. Purtroppo nessuno dei rappresentanti della Chiesa, e nemmeno il nunzio Girolamo Aleandro, fece presente a Lutero quali fossero i suoi errori.

Dopo aver ascoltato Lutero, Carlo V gli ordinò di allontanarsi. Passò un’intera notte a riflettere, e il giorno seguente dichiarò solennemente nella Dieta di voler seguire l’esempio dei suoi predecessori, gli imperatori cristiani e i cattolici re di Spagna. Alle idee di un frate isolato egli opponeva la fede della Chiesa, l’onore a Dio, la crescita della fede e la salvezza delle anime. Lutero «andava errando contro Dio, contro tutta la cristianità sia del tempo passato, da mille e più anni, come del presente. […] Secondo la sua opinione tutta la cristianità sarebbe stata e tuttora sarebbe nell’errore. Perciò io mi sono deciso a impiegare tutti i miei regni, […] il mio corpo, il mio sangue, la mia vita e la mia anima. […] Ho ascoltato la pertinace risposta che Lutero diede ieri in presenza di tutti voi. […] Sono deciso a comportarmi e agire contro di lui come un notorio eretico. Ed esigo da voi che vi dichiariate su codesto fatto come buoni cristiani»[4].

Lutero, 37 anni, docente di teologia, affermava di voler essere fedele alla sua coscienza che lo legava alla Scrittura, ma anche Carlo V,
giovane di 21 anni, imperatore da 16 mesi, aveva un problema di coscienza: la fedeltà dei suoi padri alla Chiesa e alla tradizione. Non desta meraviglia che tutti e due volessero il bene della comunità cristiana, un rinnovamento della vita di fede, persuasi di avere la verità dalla propria parte e convinti di dover obbedire a Dio.

Carlo V fece allora redigere l’Editto di Worms: fu scritto il 20-21 maggio e pubblicato il 26. Lutero era scomunicato e messo al bando dall’Impero.

La presa di posizione di Lutero è divenuta il «testo cruciale del protestantesimo»[5], da cui sono nate la Riforma e la divisione nella Chiesa, con le dolorose conseguenze ancora oggi presenti. La confessione di Carlo V invece è caduta nell’oblio e talora tacciata di un tradizionalismo superficiale, ma anch’essa ha una sua autorevolezza perché finalizzata al bene della cristianità e alla fedeltà al Vangelo[6].

La roccaforte di Pamplona

Ancora 500 anni fa, il 20 maggio 1521, nella lontana Spagna accadeva un altro fatto che avrebbe lasciato il segno nella storia. Circa un mese prima, il 23 aprile, alla Dieta di Worms, Carlo V apprese la notizia che le sue truppe in Spagna avevano sconfitto i Comuneros nella battaglia di Villalar: si trattava di un’insurrezione di alcune città della Castiglia contro il giovane imperatore[7]. Contemporaneamente i francesi, approfittando della debolezza della corona spagnola, assediarono la città di Pamplona, capitale del regno di Navarra. Quello che l’imperatore non seppe è che un gentiluomo del duca di Nájera, un guipuzcoano di nome Iñigo López di Loyola, era stato gravemente ferito a Pamplona in quella circostanza, difendendo la roccaforte contro i francesi. Era l’ultimo baluardo della resistenza basca: i più erano decisi ad arrendersi, ma Iñigo li convinse a resistere a oltranza. Nella furia del combattimento un proiettile di cannone lo colpì alla gamba, spezzandogliela e ferendo anche l’altra. Cadendo lui, crollò anche la guarnigione: i difensori si arresero[8].

I feriti furono trattati con onore e Iñigo rimase a Pamplona un paio di settimane, dove tentarono di ricomporgli le ossa fratturate, ma le sue condizioni si aggravarono e si temette il peggio. Tuttavia, quasi miracolosamente, guarì. Purtroppo le ossa della gamba erano state ricomposte male. Sopra il ginocchio sporgeva addirittura un osso ed era orribile a vedersi. Poiché era un uomo di mondo, quel difetto apparve a Iñigo sconveniente: volle sottoporsi a un’altra dolorosissima operazione (allora non c’erano anestesie), per segare l’osso e tenere in trazione la gamba, più corta dell’altra, che lo rendeva claudicante[9].

Nessuno in quel momento poteva sospettare che quell’Iñigo, chiamatosi poi Ignazio (in onore del martire Ignazio di Antiochia), sarebbe stato colui che avrebbe avviato una riforma della Chiesa proprio in nome del Vangelo e di una profonda conversione spirituale. Durante la lunga convalescenza, egli chiese qualche libro di cavalleria, i suoi preferiti. Purtroppo non ce n’erano, e gli diedero quello che trovarono: la Vita Christi di Ludolfo di Sassonia e la Legenda aurea di Jacopo da Varazze. Sfogliando quei libri, solo per passare il tempo, Ignazio pian piano fu attratto da quelle imprese dei santi. Notava che, quando pensava ai suoi ideali cavallereschi, provava piacere, ma poi era triste. Invece, riflettendo a quel che leggeva, dopo un primo disagio, provava consolazione e, fatto per lui strano, ne era anche contento. Talora si chiedeva: «E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico?»[10].  

Ignazio divenne il fondatore della Compagnia di Gesù. Come Paolo sulla via di Damasco, egli era stato atterrato a Pamplona: per lui iniziava un cammino di ricerca interiore. Fondò una nuova istituzione che, attraverso l’annuncio del Vangelo, il ministero pastorale, l’esperienza degli Esercizi spirituali, l’insegnamento del catechismo ai bambini, sostenesse la riforma della Chiesa. Tutto prese l’avvio da quel 20 maggio del 1521.

Ferdinando Magellano e il periplo del mondo

Dopo la «scoperta dell’America» di Cristoforo Colombo, sempre 500 anni fa, tra il 1519 e il 1522, Ferdinando Magellano costeggiò il continente americano fino allo stretto che porta il suo nome: attraversò il Pacifico fino alle Filippine, dove, in un conflitto con gli indigeni, perse la vita. I 26 superstiti dei 265 che erano partiti giunsero nuovamente in Spagna all’inizio del 1522, dopo aver fatto il primo periplo della Terra. Uno dei reduci, il vicentino Antonio Pigafetta, fece un’accurata descrizione del viaggio[11]. Per la prima volta l’uomo prendeva consapevolezza che la Terra era circumnavigabile e che l’Europa, fino allora il centro del mondo, non era altro che una piccolissima porzione del globo terrestre; inoltre il grande Mare Mediterraneo, il Mare nostrum, era un lago se paragonato agli Oceani: la visione eurocentrica del mondo era finita. Si prendeva atto che l’umanità era costituita da diversi popoli, da lingue sconosciute, da culture differenti, da religioni fino ad allora ignote. L’Europa non era più quello che fino a quel momento tutti credevano: erano i primi passi della «modernità» e della futura globalizzazione.

L’impero di Carlo V e l’unità d’Europa

Fino ad allora si pensava che l’Europa avesse un baricentro, che era universalmente chiaro: Dio. Nella mentalità del tempo, Carlo V, fin dalla sua elezione a imperatore nel 1519, si proponeva un modello di Impero dietro al quale stavano una fede e una politica personale plasmata sul solco dei suoi antenati e dei suoi precettori: Erasmo da Rotterdam e Adriano di Utrecht (divenuto poi papa, Adriano VI). L’Europa doveva essere una, nella pluralità delle Nazioni, in un’unità nuova, voluta da Dio, sotto la guida dell’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico. E doveva essere cristiana, nel senso di un’unica Chiesa guidata dal Papa, che aveva il dovere di rinnovarsi con la convocazione di un Concilio. Va ricordato che, mentre tutti chiedevano un Concilio, l’unico che lo voleva davvero, fino a Paolo III, era stato Carlo V.

Oggi è chiaro che il modello vagheggiato dall’imperatore era utopistico, non si adattava alla realtà storica e di fatto non ebbe grande impatto nella società, ma l’idea di una Europa unita costitui­sce un ideale politico attualissimo, che avanza con difficoltà per il prevalere degli interessi dei singoli Stati.

Con il mondo moderno, la gerarchia sognata da Carlo V veniva messa in discussione, sia per l’affermarsi degli Stati nazionali, sia per i nuovi rapporti che andavano emergendo nella società. Tra gli uomini non dovrebbe esistere una gerarchia, perché tutti sono uguali e hanno la stessa dignità.

Il nuovo baricentro della società

Nel XIV secolo era apparsa l’opera del filosofo Marsilio da Padova, il Defensor pacis (del 1324, ma pubblicata a Francoforte nel Cinquecento). Il trattato asseriva che il potere apparteneva al popolo e i cittadini erano depositari dell’autorità; aveva un’impostazione – diremmo oggi – laica e democratica dello Stato, e perfino della comunità cristiana (che, come avviene per i cardinali che eleggono il Papa, doveva eleggersi i propri vescovi), con spunti precorritori di dottrine che si svilupperanno nel XIX secolo. La dottrina politica di Marsilio fu il grande scandalo del XIV secolo, e venne immediatamente condannata da Giovanni XXII, perché contraria alla tradizione della Chiesa. Eppure era l’inizio di ciò che oggi chiamiamo la «democrazia moderna», delle idee di rispetto e di tolleranza a cui si è giunti dopo diversi secoli di storia, di guerre fratricide, di violenze e rivoluzioni.

Trova espressione qui la novità dell’uomo del Cinquecento: ora il baricentro della società non è più Dio, ma l’uomo, la persona, l’individuo, il soggetto che agisce e si afferma. Si tratta di un mutamento di prospettiva radicale sul versante antropologico. L’uomo, prendendo coscienza del proprio valore, diviene il centro del mondo: il capolavoro di Pico della Mirandola, «La dignità dell’uomo» (De hominis dignitate oratio), è definito il manifesto del Rinascimento[12]. La nuova realtà viene colta nei suoi poliedrici aspetti, positivi e negativi: l’uomo è libero, ma può abusare della libertà; l’uomo è la meraviglia di Dio, ma può calpestare la sua dignità e divenire un bruto; l’uomo sperimenta anche la propria fragilità, la precarietà della vita, la solitudine, il malessere di una vita insoddisfatta, l’infelicità, il peccato sociale. Ciò che era ritenuto impensabile nel Medioevo ora emerge come del tutto ovvio, e lo si ritrova sia nella dottrina elaborata dalla Riforma, sia in quella del Concilio di Trento[13].

Marie-Dominique Chenu, nello studio Il risveglio della coscienza nella civiltà medievale[14], rileva come alle origini del mondo moderno si dia un significato nuovo alla storia dell’uomo, determinato dal valore della coscienza. Agire contro coscienza è male, è contrario alla dignità dell’uomo, che diventa protagonista della sua storia e della storia del mondo.

L’uomo prima era un elemento in un universo gerarchico governato da Dio, dalla religione e dalle leggi della natura; ora diviene centro dell’esperienza religiosa, sia con un forte richiamo al rapporto personale con Dio nei movimenti di riforma che hanno caratterizzato il tardo Medioevo e la prima Età moderna, sia nella grande espansione degli Ordini mendicanti, sia soprattutto con la Devotio moderna che ha divulgato nell’Europa del Quattrocento un senso nuovo del rapporto immediato con Dio e del richiamo alla coscienza personale. Non si tratta del rifiuto di Dio nel senso di una «secolarizzazione», come in passato si è voluto intendere, ma una «de-magificazione», per usare un noto termine di Max Weber[15]. Si afferma, cioè, di fronte al sacro, l’autonomia del mondo, dell’agire umano e della razionalità; si ridimensiona la sfera degli spiriti celesti e infernali, contro le superstizioni, la stregoneria, la magia e le credenze demoniache di cui era intrisa la civiltà medievale, con la conseguenza talvolta di limitare il sacro alla liturgia e ai sacramenti[16].

«L’Europa dello spirito»

I fatti ricordati di 500 anni fa hanno forgiato l’Europa e il mondo occidentale. La storia ha un suo movimento sempre progressivo, tra alti e bassi. Pur attraverso conflitti e lotte, tra tendenze all’unità e alla divisione, fra verità religiosa affermata e imposta, o tollerata e forzata, fra tradizione e rinnovamento, rimane oggi chiara la necessità di sostenere un’Europa unita. Dove non si tratta di uniformare gruppi diversi, culture originali, religioni e confessioni che si sono sviluppate nella storia, ma di mettere in luce ideali e valori che, nonostante la secolarizzazione, si fondano su un’immagine cristiana dell’uomo.

Il cardinale Carlo Maria Martini ha formulato il suo sogno per l’Europa del futuro: «L’Europa che sogno è un’Europa non dei mercati e neppure solo degli Stati, delle regioni o delle municipalità; è un’Europa dei popoli, dei cittadini, degli uomini e delle donne. Un’Europa riconciliata e capace di riconciliare; un’Europa dello spirito, edificata su solidi principi morali e, per questo, in grado di offrire a tutti e a ciascuno spazi autentici di libertà, di solidarietà, di giustizia e di pace; un’Europa che viva gioiosamente […] e generosamente la sua missione»[17].

Carlo V ci ricorda la missione e l’importanza di un’Europa unita; Lutero, il Vangelo per la riforma della Chiesa e il valore della coscienza prigioniera della parola di Dio; Ignazio di Loyola, il servizio di Dio e dell’uomo nella Chiesa, a disposizione del Romano Pontefice, nel discernimento spirituale, nell’annuncio evangelico e in ogni altra opera di carità utile al bene comune; Magellano ci presenta la scoperta della nuova realtà terrestre: quasi una profezia del mondo di oggi e della globalizzazione. Facciamo parte di una Terra più grande di noi, un tesoro da curare e da salvaguardare, dove tutti siamo attori e protagonisti: un ideale umano e religioso in cui non conta se uno è credente o meno, ma se è credibile – come diceva il giudice Rosario Livatino – in ciò che vive e fa per il bene comune[18].

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500 YEARS AGO: MODERN EUROPE. Ignatius, Luther, Charles V, Magellan

The sixteenth century marks the beginning of the Modern Age, which was when contemporaneously a number of historically new events took place. These include, the invention of printing, geographical discoveries, gunpowder, a new way of marking time (clocks), of experiencing it, and the relationship with money (“time is money!”), the development of banking, insurance, but above all a new awareness of man’s identity and dignity. Some particular events at the very beginning of the century document this. For example, the Diet of Worms in 1521 and the way in which Charles V planned the unity of the Empire, that is, of Europe; the Reformation and Ignatius of Loyola; Magellan’s circumnavigation of the world; the emergence of new relationships between citizens and the prince, between the faithful and the Church. Collectively, these bring to mind the “Europe of the spirit” on which Cardinal Carlo Maria Martini reflected.

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[1].      S. Nitti, Lutero, Roma, ed. Salerno, 2017, 197.

[2].      M. Luther, Werke, VII, Weimar, H. Böhlaus, 1897, 837 s.

[3].      Ivi, 838.

[4].      R. García-Villoslada, Martin Lutero. Il frate assetato di Dio, vol. 1, Milano, IPL, 1985, 773.

[5].      H. Schilling, Martin Lutero. Ribelle in un’epoca di cambiamenti radicali, Torino, Claudiana, 2016, 191.

[6].      Cfr ivi.

[7].      Cfr R. García-Villoslada, Martin Lutero…, cit., 789.

[8].      Cfr Ignazio di Loyola, s., Autobiografia. Storia di una vocazione e di una missione, Roma – Milano, La Civiltà Cattolica – S. Fedele, 1986, 11.

[9]  .    Cfr ivi, 12.

[10].    Ivi, 14.

[11].    A. Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo, Firenze, Barbes, 2009.

[12].    Cfr G. Pico della Mirandola, Discorso sulla dignità dell’uomo, Milano, Guanda, 2007.

[13].    Cfr P. Prodi, Il paradigma tridentino. Un’epoca della storia della Chiesa, Brescia, Morcelliana, 2010, 15 s.

[14].    Cfr M.-D. Chenu, Il risveglio della coscienza nella civiltà medievale. L’intelligenza della fede, Milano, Jaca Book, 2010.

[15].    Il termine è Entzauberung: cfr M. Weber, «L’etica economica e le religioni universali», in Id., Sociologia della religione, vol. I, Milano, Edizioni di Comunità, 1982, 248.

[16].    Cfr P. Prodi, Introduzione allo studio della storia moderna, Bologna, il Mulino, 1999, 60-68.

[17].    C. M. Martini, Sogno un’Europa dello spirito, Casale Monferrato (Al), Piemme, 1999, 279.

[18].    Cfr P. Sima, Rosario Livatino. Identità, martirio e magistero, Trapani, Il Pozzo di Giacobbe, 2020, 30.

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