Duecentocinquant’anni fa, il 25 agosto 1776, moriva il filosofo scozzese David Hume. Nel suo testamento egli dispose, tra l’altro, che venisse pubblicato un manoscritto composto già negli anni Cinquanta del Settecento: i celebri Dialoghi sulla religione naturale, opera che ancora oggi gode di ampia fortuna. Gli studiosi ritengono che Hume avesse inizialmente trattenuto lo scritto per timore che i lettori potessero giudicarne il contenuto come irreligioso e sospettare l’autore di ateismo. Poco prima della morte, egli incaricò il connazionale Adam Smith di curarne l’edizione. Poiché né Smith né l’editore di Hume diedero seguito alla volontà del defunto, fu infine il nipote a pubblicare il libro nel 1779. Sorge allora la domanda: che cosa intende Hume per religione, e quale atteggiamento assume nei suoi confronti?
Che cosa intende Hume per «religione naturale»?
L’espressione «religione naturale» ha fatto la sua comparsa soltanto in età moderna e conserva un carattere intrinsecamente polisemico. Per lo più si definisce «naturale» una religione che non presuppone una particolare rivelazione divina. Mentre le religioni rivelate postulano l’incontro immediato con Dio da parte di singole persone favorite dalla grazia, la religione naturale confida in una disposizione religiosa radicata nella natura di ogni essere umano.
Alla luce di ciò, il rapporto tra ragione umana e rivelazione soprannaturale può essere interpretato in diversi modi. Anzitutto, si potrebbe considerare la religione naturale come un sostituto della rivelazione divina: a chi Dio non si manifesta, resta pur sempre la possibilità di giungere a intuizioni religiose mediante la propria riflessione. Molti pensatori dell’Illuminismo videro in ciò una via d’uscita per quanti non avevano fatto esperienza diretta di Dio, né avevano avuto la fortuna di ricevere testimonianza di quanto egli avrebbe comunicato ad alcuni prescelti. Si può tuttavia obiettare che, sebbene le convinzioni della religione naturale siano forse diffuse in ogni tempo e luogo, accanto ai credenti vi sono ovunque anche non credenti. Né la religione storica né quella naturale garantiscono, dunque, che tutti gli esseri umani giungano effettivamente alla fede.
In secondo luogo, la religione naturale potrebbe fungere da correttivo della rivelazione. Essa preserva da concezioni distorte o eccessivamente entusiaste della divinità. Chi deduce dalla rivelazione affermazioni che non possono essere sostenute anche dalla ragione umana cade nella superstizione.
In terzo luogo, è possibile che la rivelazione soprannaturale arricchisca la fede religiosa con intuizioni che la sola ragione non sarebbe in grado di raggiungere. Tuttavia, anche in questo caso la ragione può svolgere un ruolo critico, preservando i credenti
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