La Chiesa del XXI secolo affronta, come ogni epoca, numerose sfide. Una di queste è il pieno inserimento del laicato nella missione evangelizzatrice, in continuità con le linee guida tracciate dal Concilio Vaticano II ormai più di sessant’anni fa. E, come accade quando si parla della Chiesa cattolica, ogni contesto è diverso. In alcuni luoghi ciò è dovuto alla drastica diminuzione delle vocazioni; in altri, al processo di recezione del Concilio stesso; in altri ancora, al fatto che la presenza di comunità cristiane è davvero marginale, o che la coesistenza con molteplici religioni rende questa via l’unica praticabile per portare avanti la missione.
Tuttavia la diversità dei ritmi ha comportato uno sviluppo differenziato. È l’esperienza concreta nella realtà particolare, infatti, a richiedere un chiarimento dei concetti e a suggerire percorsi, talvolta attraverso tentativi ed errori. Per questo un detto popolare forse può aiutarci a comprenderlo: si dice «cominciare la casa dal tetto» per indicare che talvolta, anche se è possibile invertire l’ordine di un processo, questo non garantisce un risultato finale ottimale. In qualche modo, nella «collaborazione nella missione» la necessità si è imposta e ha obbligato a dar vita a esperienze a partire dalle quali si è progressivamente elaborata una comprensione più profonda e comprovata di quanto essa comporta. D’altra parte, a livello concettuale, la collaborazione nella missione è andata mutando nel tempo, e questo fa capire che resta ancora un cammino ecclesiale da elaborare e che vi sono esperienze e dinamiche da analizzare.
In questo articolo abbiamo scelto di adottare l’espressione «collaborazione nella missione», pur essendo consapevoli della pluralità delle denominazioni possibili. Nelle pagine che seguono, presenteremo certezze, miti e alcune ambiguità di tale sfida, con l’intento di favorire una riflessione personale e comunitaria e di contribuire al necessario dibattito in atto nella Chiesa. Infine, la collaborazione nella missione va assunta come una ricchezza e come una realtà irreversibile: un vero e proprio punto di non ritorno, sia sul piano pratico sia su quello ecclesiologico. Sebbene tale collaborazione venga raramente messa in discussione, essendo ormai considerata quasi universalmente una grazia, resta tuttavia necessario approfondirne il significato. Essa rappresenta infatti una risorsa per la Chiesa, ma richiede al tempo stesso discernimento, superamento dell’autoreferenzialità e profondità, affinché possa essere autenticamente creduta, compresa, assimilata e continuamente migliorata.
Certezze: la sfida del riconoscimento
L’esperienza della collaborazione nella missione non si limita agli ultimi decenni; la storia della Chiesa è stata costantemente segnata dalla presenza di
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