I documenti del Concilio Vaticano II sono fra i testi più invocati della vita ecclesiale contemporanea e tra i meno riletti. Vengono più citati che incontrati. Papa Leone XIV, nelle sue catechesi durante le sue Udienze generali del mercoledì, ha aperto una strada diversa, offrendo alla Chiesa una rilettura del Concilio che non passa per le sue controversie, ma risale alla sua sorgente viva. Come sant’Agostino in un giardino di Milano fu ricondotto dall’espressione Tolle, lege («Prendi e leggi») alla lettura della parola di Dio, così Leone XIV prende il testo conciliare e lo legge, invitando con questo gesto la Chiesa a fare altrettanto. Se il Vaticano II è come una grande cattedrale, il Papa non ci ha condotti a una porta laterale, né a una cappella appartata, ma davanti al portale maggiore che introduce a tutto il resto: la Dei Verbum, la parola di Dio. Prima di tutto ciò che ha detto sulla Chiesa, sul mondo moderno e sulla liturgia, il Concilio rimanda al fatto originario: Dio parla e questo parlare si chiama «amicizia».
Una scelta non scontata: perché il Vaticano II e la «Dei Verbum»
Il tema in sé è significativo. Il 60° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II è stato celebrato l’8 dicembre 2025, eppure Leone XIV non lo menziona mai come motivo della sua scelta. Il che rende questa ancora più significativa: una scelta libera rivela una priorità.
Come ciascuno dei suoi predecessori, il Pontefice esprime sin dalla catechesi introduttiva[1] il desiderio di «riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale». Ma per lui il Concilio non è un fatto storico chiuso in sé stesso. Non si tratta di ripetere ciò che il Vaticano II ha detto, bensì di realizzare di nuovo ciò che esso ha compiuto. Il Papa vuole che la Chiesa «accolga la ricca tradizione» che l’ha caratterizzata e al tempo stesso si interroghi «sul presente e rinnovi la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo». Per realizzare oggi ciò che il Concilio ha fatto allora, occorre tornare ai suoi testi, cogliendo lo stesso spirito con cui furono scritti. Leone XIV lo suggerisce con il tono della mistagogia agostiniana: quella generazione «ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli». Per il Pontefice, rileggere il Concilio significa mettersi alla ricerca dello stesso volto. Ed è in questo senso che alcuni teologi parlano
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