RECENSIONE

LIBERI DI EDUCARE IN ITALIA COME IN EUROPA

Annalisa Latartara

Quaderno 4072

pag. 407 - 408

Anno 2020

Volume I

15 Febbraio 2020
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Il volume è una severa critica al monopolio statale dell’istruzione e un’analisi delle ragioni alla base di una riforma strutturale disattesa. L’autore affronta gli aspetti controversi del sistema scolastico in Italia, riconducendo nei giusti binari la questione, spesso ridotta a una semplicistica contrapposizione tra «scuola pubblica» e «scuola privata». È una distinzione «sbagliata e fuorviante», rileva Petti, sia perché entrambe le scuole svolgono un servizio in favore della collettività, e quindi pubblico, indipendentemente dall’ente gestore, sia alla luce della legge n. 62/2000, che ha introdotto la distinzione fra scuola pubblica statale e scuola pubblica non statale e sancito il principio di parità di entrambe.

Ma al riconoscimento giuridico della parità scolastica non sono seguiti i provvedimenti finalizzati a modificare il sistema di finanziamento per assicurare le risorse necessarie anche alle scuole non statali. La quasi totalità delle risorse finanziarie continua a essere destinata alle scuole a gestione statale, mentre le altre vengono lasciate morire di inedia.

L’attuale sistema scolastico garantisce la libertà di scelta delle famiglie sul piano solo formale, ma non sostanziale, ossia economico, malgrado i princìpi di uguaglianza dei cittadini e il primato educativo della famiglia sanciti dalla Costituzione. Di conseguenza, alle scuole non statali possono iscriversi soltanto studenti di famiglie benestanti.

A differenza dell’Italia e della Grecia, negli altri Paesi europei la libertà di scelta è effettivamente garantita, in quanto le scuole non statali sono gratuite per gli studenti, in quanto finanziate direttamente dallo Stato nella misura dell’80-100%. In Italia, critiche di natura ideologica, timori del potere di controllo delle famiglie sulla scuola, resistenze corporative e anche una non adeguata conoscenza del problema da parte della classe politica costituiscono gli ostacoli all’introduzione di novità e al cambiamento.

L’esclusività della gestione statale, come quella vigente in Italia, viene bocciata dall’autore, il quale non esita a definirla «inammissibile», lesiva della giustizia sociale, ormai anacronistica e «culturalmente superata».

Occorre precisare che Petti non si scaglia contro la scuola statale, che anzi considera patrimonio di una nazione, ma contro il monopolio statale dell’istruzione. Una battaglia culturale che lo vede in buona compagnia, considerando le voci autorevoli di intellettuali e filosofi, del presente e del passato, levatesi in favore della libertà di istruzione. Fra le prime, quella di Dario Antiseri, che nella prefazione definisce il monopolio statale «la vera, acuta, pervasiva malattia della scuola italiana». Fra le seconde, per citarne solo alcune, quelle di Rosmini, Gramsci, don Sturzo, Salvemini, Einaudi e Popper.

Nei 55 punti che sintetizzano le riflessioni, l’autore indica anche alcune possibili soluzioni, come l’introduzione del buono-scuola, criticato aprioristicamente perché in contrasto con l’articolo 33 della Costituzione, la cui interpretazione da parte dei giuristi è controversa.

DONATO PETTI
Liberi di educare in Italia come in Europa. 55 questioni tra diritto, filosofia e politica
Roma, Armando, 2018, 128, € 12,00.

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