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In un’epoca come la nostra, nella quale si tende a usare un buon numero di termini senza comprenderne appieno il significato, la storia o le implicazioni, sembra davvero necessario procedere a una riflessione sull’argomento e a una disamina che ci consenta di utilizzarli nella maniera più appropriata e responsabile.
È quanto si propone di fare, con questo saggio, lo storico Marcello Flores. Convinto che sia di cruciale importanza recuperare la solidità e la concretezza sia di qualche parola sia di alcuni concetti chiave, egli si pone un obiettivo prioritario: approfondirne la conoscenza in modo che sia possibile giungere a intavolare una discussione lucida e circostanziata, nell’ambito della quale si eviti l’impiego di paragoni discutibili e si giunga, infine, a formulare valutazioni fondate.
Avvalendosi di ampie citazioni tratte da saggi, interviste, siti Internet, e grazie al proprio acume analitico, lo studioso arriva a dimostrare come le parole assumano un ruolo molto importante sia nella definizione sia nella comprensione dei fenomeni politico-sociali. La giusta scelta lessicale si rivelerà pertanto decisiva per conseguire una costante crescita del sapere all’insegna della correttezza e del rispetto, mentre la cultura, dal canto suo, fornirà il proprio contributo alla costruzione di una società più unita e democratica.
Venendo al merito dell’indagine, va osservato come l’A. abbia inteso delimitare la propria analisi selezionando un piccolo vocabolario che ci riconduce nella sfera dei diritti umani, di quelle prerogative, cioè, di cui si sono fatti garanti alcuni trattati di fondamentale importanza che, elaborati nel Secondo dopoguerra, sono diventati veri e spropri punti di riferimento per le comunità civili e democratiche. Ci riferiamo in particolare alla Dichiarazione universale dei diritti umani, alla Convenzione sul genocidio, alle quattro Convenzioni di Ginevra sulla protezione dei feriti, sui prigionieri di guerra, sulla protezione dei civili e delle donne.
Si tratta di documenti nati dalla volontà di limitare il ruolo degli Stati, al fine di tutelare valori che non sono connessi alla volontà politica, ma appartengono al genere umano in quanto tale e rivestono quindi un carattere universale. Flores sottolinea, al riguardo: «La possibilità di intrecciare culture politiche e filosofiche diverse (liberalismo, socialismo, cristianesimo, antitotalitarismo) fa sì che la persona cui ci si riferisce, come titolare dei diritti, non sia più un individuo storicamente circoscritto […], ma un essere indefinito e astratto titolare di pari diritti in ogni luogo e in ogni tempo, indipendentemente dalle condizioni di nascita: uomo o donna, bianco o nero, giovane o anziano, cristiano o musulmano, ricco o povero eccetera» (pp. 37 s.).
Mentre, ormai da anni, si sta riscontrando, in molti Paesi, un crescente numero di violazioni dei diritti fondamentali, occorre ribadire che, grazie all’istruzione e alla libera informazione, sarà possibile ricostruire la storia delle parole e, in particolare, di alcuni termini utilizzati di frequente nella pubblicistica con colpevole superficialità, per usarli in seguito con maggiore consapevolezza. Quegli stessi termini saranno così in grado di diventare un autentico motore del cambiamento, uno strumento capace di incidere sull’evoluzione storica, un fattore di equilibrio e raziocinio, un elemento che riuscirà probabilmente ad assicurare ai singoli individui la protezione da ogni eventuale arbitrio e prepotenza.