RECENSIONE

IL GRIDO

Tullia Fabiani

Quaderno 4067

pag. 516 - 517

Anno 2019

Volume IV

7 Dicembre 2019
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«È il momento del disperato coraggio». Poche parole che racchiudono la cifra e la prosa di Antonio Moresco: un’affermazione, una dedica, tragica e protesa verso un futuro che l’autore immagina impedito. Una visione del mondo passato e presente e una pre-visione di ciò che potrebbe non essere. O che in forma apocalittica, drammaticamente, sarà.

Leggere Moresco è accettare una sfida linguistica e narrativa: immergersi in una prosa parossistica, a volte convulsiva, che pone il lettore di fronte a una scelta radicale. Comprendere o meno; accettare quel flusso, progressivo e ipnotico, che, a tratti, rompe ogni schema narrativo precostituito e, come viene dichiarato sin dalla prima pagina del libro, assume la forma di «un’invocazione, di una risata e di un grido».

Il testo, comunemente definito pamphlet, è qualcosa di unico nel suo genere, come unici sono i libri di un autore profondo e genuino qual è Moresco. Le pagine de Il grido sono come un fiume che però, a ogni immersione del lettore, non è mai lo stesso. L’autore non si rassegna a «una narrazione semplificata e astraente dalla realtà», che «trae il suo potere proprio da questo restringimento di sguardo e dalla costruzione di cortocircuiti mentali e identità parcellizzate in conflitto tra loro, che impediscono una presa di coscienza profonda di ciò che incombe sopra di noi e un affratellamento planetario per farvi fronte» (p. 4).

A una rappresentazione edulcorata e istantanea del mondo Moresco oppone un rimuginio sulle cose, che si fa ossatura del racconto e punto di partenza per un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, in compagnia dei personaggi che più ha amato. Egli afferma: «Certe volte […] fantastico, o sogno, che vicino a me stiano camminando i pensatori, gli scrittori, i poeti, i musicisti, i pittori che più ho amato nella mia vita, con i quali si sono creati vincoli indistruttibili attraverso il tempo e lo spazio, con i quali ci siamo passati di mano in mano una torcia accesa nell’infinito buio della vita e del mondo, o che ho riconosciuto, combattuto e abbracciato per le mie passioni e illusioni» (p. 31).

Tra questi personaggi c’è Giacomo Leopardi, con cui l’autore immagina di camminare in più occasioni, condividendo stati d’animo e un approccio di fondo alla vita: «Chi predica le fine delle illusioni è ancora uno che si fa illusioni» (p. 82). Moresco, pur manifestando la sua radicale angoscia per «questa epoca terminale», che «ha eretto a suo vitello d’oro la quantità, perché la quantità ha sempre ragione sulla qualità, perché è la democrazia, bellezza!», continua a cercare – anche attraverso gli incontri fantasiosi con i cloni dei vari personaggi, e quello con il suo stesso clone (ultimo incontro rivelatore) – una via di salvezza: «Io devo continuamente ripercorrere e riattraversare il cortocircuito della crea­zione e della distruzione per poter sfondare il suo piccolo cerchio che è tutto dentro l’increazione. Io devo continuamente cercare, attraverso il giro a vuoto della creazione e della distruzione, la cruna che mi porta e che ci porta dall’altra parte e farmi io stesso cruna» (p. 186).

Ciò che tormenta l’autore è il gioco delle parti, per cui «tutti continuano ad andare avanti come niente fosse», e allora lui finisce per sentirsi «come uno che forse stava sbagliando, che stava esagerando, per quella mia disperata ingenuità di credere alle parole e di prenderle sul serio» (p. 191).

La visione di Moresco diventa quella di un mondo apocalittico dove un «dilagare vegetale» piega, divora e travolge tutto. Solo un suono lontano sembra interrompere il torpore di un paesaggio spettrale e silenzioso. «Il cuore batte forte. Dei bambini che cantano». Anche il clone dell’autore sembra sbalordito: «Sì, da qualche parte ci sono dei bambini che stanno cantando… in questo mondo oltrepassato e stravolto». E allora chiede l’autore: «Chi sono? I bambini segnati da violenze nel nostro tempo, o quelli delle generazioni successive a cui è stato impedito di nascere per questo suicidio di specie?».

Intanto sulla linea dell’orizzonte si apre uno squarcio: «Il sole sta sorgendo a velocità vertiginosa, si vede il suo disco infuocato stagliarsi sopra la linea dell’orizzonte piallato» (p. 199). Moresco e il suo clone vedono un filiforme ciclista d’acciaio che «pedala su una filiforme bicicletta d’acciaio». Lo seguono con gli occhi, «mentre se ne va attraverso questo oltrepassato progetto di mondo che si estende a perdita d’occhio, attraverso le sue distese disabitate e in tormento e le sue barriere di torri vegetali dai cui culmini continua a levarsi il canto o l’eco del canto dei bambini che non sono nati e che non nasceranno» (p. 202).

E qui il «disperato coraggio» dell’autore sembra cedere al disincanto della disperazione, quasi soffocando quell’ultimo grido, rinunciando a sperare contro ogni speranza e a pensare che quel canto di bambini possa essere, invece, la traccia di un futuro che comunque sarà. Abitato da creature che, nonostante tutto, nascono e nasceranno ancora.

ANTONIO MORESCO
Il grido
Milano, Società Editrice Milanese, 2018, 204, € 16.00.

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