Rusty chain and old hammer (iStock/Liudmila Shevaga)

LA TRATTA DI PERSONE E LA DIGNITÀ DEL LAVORO

Brett O'Neill - Andrea Vicini

Quaderno 4067

pag. 455 - 466

Anno 2019

Volume IV

7 Dicembre 2019
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L’impegno contro la tratta di persone è una delle responsabilità sociali globali più importanti e urgenti del nostro tempo. Per far fronte allo sfruttamento e alla violenza, da cui la tratta dipende e che promuove, occorre esaminare, tra i vari aspetti, l’ambito del lavoro forzato e ogni condizione lavorativa disumanizzante.

In risposta alla tratta di esseri umani in ogni sua forma, papa Francesco ha invitato tutte le persone di buona volontà a una «mobilitazione di dimensioni comparabili a quella del fenomeno stesso», esortando a «non rendersi complici di questo male» e a divenire, invece, «artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità»[1].

Per rafforzare la propria mobilitazione contro la tratta e per eliminare qualsiasi forma di sfruttamento, l’intera Chiesa cattolica risponde con un impegno risoluto all’appello di papa Francesco, servendosi della sua ricca tradizione in ambito sociale. Tale impegno è particolarmente importante perché oggi il movimento anti-tratta è criticato a causa dei modi imprecisi in cui questo complesso fenomeno viene definito. Mentre papa Francesco sta organizzando un evento importante per il 2020 per esaminare le dinamiche economiche, la considerazione di recenti documenti del magistero sul tema del lavoro ci permette di riflettere su tale fenomeno, identificando modi appropriati per definirlo e contrastarlo.

Una preoccupazione globale

Dall’inizio del nuovo millennio la tratta di esseri umani ha visto una crescente mobilitazione globale. Momento culminante è stato l’adozione, nel 2000, della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale (Untoc)[2] e del relativo Protocollo per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare donne e bambini («Protocollo sulla tratta»)[3]. Questa Convenzione è nata dalle preoccupazioni internazionali riguardanti l’integrità delle frontiere, a causa della crescente immigrazione irregolare e della criminalità transnazionale, fenomeni globali che influiscono sulla qualità della vita e sulle condizioni di lavoro di tante persone di ogni età.

Da allora molteplici organizzazioni – governative e non – si sono attivate sia per aiutare vittime della tratta, sia per intervenire a livello sistemico contro ogni struttura che la faciliti e la perpetui. Recentemente la comunità internazionale ha preparato il documento Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare, con lo scopo di aumentare la cooperazione internazionale nell’affrontare i flussi migratori tra i Paesi di origine e quelli di destinazione. Pur mancando il sostegno di nazioni chiave, il documento è stato approvato l’11 dicembre 2018 da molti Stati membri delle Nazioni Unite. Uno degli obiettivi del Global Compact è di prevenire, combattere e sradicare il traffico di esseri umani[4].

Probabilmente, nella nostra era il traffico transnazionale di esseri umani dipende da due dinamiche globali contraddittorie: da un lato, il movimento libero di beni e di capitali attraverso le frontiere, che caratterizza la liberalizzazione del commercio globale; dall’altro, il simultaneo irrigidimento dei controlli ai confini, che aumenta gli ostacoli alla migrazione di manodopera. Queste due dinamiche globali possono aver favorito l’aumento della migrazione irregolare e della tratta di persone quali mezzi per soddisfare anche le crescenti esigenze del mercato del lavoro. Di conseguenza, il crimine organizzato controlla i flussi migratori e sfrutta tante persone vulnerabili, facilitando l’attraversamento irregolare delle frontiere.

Nell’ambito lavorativo, la tratta è presente in molteplici modi: dalla manodopera poco qualificata – in contesti urbani, agricoli e industriali – allo sfruttamento sessuale. Troviamo vittime della tratta, ad esempio, nel settore della pesca, nelle fattorie, fabbriche e presso famiglie benestanti in zone residenziali.

L’Indice della schiavitù globale, pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (Ilo) e dalla Walk Free Foundation, stima che nel 2016 40,3 milioni di persone siano state coinvolte in una qualche forma di «schiavitù moderna»[5]. Questo termine include il traffico di esseri umani, sia nel caso di «lavoro forzato» sia in quello di matrimoni imposti. Tuttavia è difficile quantificare con precisione le dimensioni della tratta, perché è una realtà nascosta e polimorfa. Per esempio, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti forniscono cifre più contenute, basandosi sulle vittime che sono state identificate. Dal 2003 al 2016, l’Unodc ha registrato 225.000 vittime della tratta[6], mentre nel 2018 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha identificato 85.613 vittime a livello globale[7].

L’impegno dei cattolici contro la tratta di esseri umani

Nel 2002, nell’ambito della Conferenza internazionale su «La schiavitù del XXI secolo», san Giovanni Paolo II fece uno dei primi interventi papali riguardanti la «tratta di esseri umani». Egli esplicitamente associò il termine «tratta» alle diverse pratiche, identificate dai Padri del Concilio Vaticano II, che minacciano la dignità umana: «la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili»[8]. Per i Padri conciliari, queste pratiche «ledono grandemente l’onore del Creatore»[9]. In precedenza, nell’enciclica Veritatis splendor, lo stesso Giovanni Paolo II aveva definito questi mali sociali come «intrinsecamente cattivi», in quanto «contraddicono radicalmente il bene della persona»[10], fatta a immagine di Dio.

La Chiesa cattolica ha assunto un ruolo di primo piano nel movimento contemporaneo per combattere la tratta. In particolare, molte religiose si impegnano con grande dedizione, competenza e coraggio, compiendo sforzi ammirevoli per salvare tante vittime, come pure per sensibilizzare e stimolare l’impegno internazionale: per esempio, negli ultimi 10 anni, grazie alla rete internazionale Talitha kum[11]. Nello stesso tempo, la Santa Sede ha prestato crescente attenzione a questo tragico problema, al punto che ora la tratta di esseri umani è «una delle priorità fondamentali» del papato di Francesco: «una priorità particolare del lavoro diplomatico della Santa Sede e una urgenza pastorale della Chiesa cattolica»[12].

La tratta è un tema costante dell’insegnamento di papa Francesco. Nella sua prima esortazione apostolica, l’Evangelii gaudium, egli ha espresso la sua sofferenza per «coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone»[13] e, in tono sofferto, ha dichiarato: «Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9)»[14]. Nell’enciclica Laudato si’ il Pontefice ha parlato della «cultura del relativismo», che consente la riduzione di altri a meri oggetti e sottomette la persona umana alle forze impersonali del mercato: «Se non ci sono verità oggettive né princìpi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, che limiti [può] avere la tratta degli esseri umani?»[15].

Nel 2013, in un discorso ai nuovi ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, papa Francesco ha condannato la mercificazione delle persone e ha affermato che «la persona umana non si dovrebbe mai vendere e comprare come una merce. Chi la usa e la sfrutta, anche indirettamente, si rende complice di questa sopraffazione»[16]. Nel 2014, rivolgendosi ai partecipanti della Conferenza internazionale sul tema della tratta, organizzata dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, il Papa ha definito la tratta «una piaga nel corpo dell’umanità contemporanea, una piaga nella carne di Cristo. È un delitto contro l’umanità»[17].

Nel 2015, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Francesco ha messo in evidenza l’incongruenza del fatto che, nonostante i numerosi accordi internazionali adottati, «ancora oggi milioni di persone – bambini, uomini e donne di ogni età – vengono private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù»[18]. Per il Papa, la causa profonda di ciò è la corruzione del peccato, che allontana l’umanità «dal suo Creatore e dai suoi simili», in modo tale che rifiutiamo l’umanità altrui[19]. Francesco ha anche sottolineato che il mondo soffre di una «globalizzazione dell’indifferenza». Coloro che non prestano attenzione ai bisogni del prossimo diventano «complici di questo male». Per farvi fronte, il Pontefice ha chiesto una «mobilitazione di dimensioni comparabili a quelle del fenomeno stesso»[20].

Nel 2014 la Santa Sede ha promosso la Dichiarazione congiunta dei leader religiosi contro la schiavitù moderna, firmata da papa Francesco e da rappresentanti delle religioni del mondo radunati in Vaticano[21]. Inoltre, alle Nazioni Unite, ha contribuito ai negoziati per il Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare e per il Piano d’azione globale per combattere la tratta di persone[22]. Lo Stato del Vaticano collabora con le forze dell’ordine attraverso il gruppo Santa Marta, che promuove la cooperazione tra le Chiese locali e le forze di polizia[23]. Infine, anche le ricerche della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e della Pontificia Accademia delle Scienze mirano a eliminare la schiavitù e la tratta, come papa Francesco ha chiesto sin dal 2013.

Nei recenti forum internazionali sul traffico di esseri umani la Santa Sede ha sottolineato l’importanza non soltanto di rispondere a casi drammatici, ma anche di affrontare le cause profonde di questo fenomeno. L’arcivescovo Bernardito Auza, nunzio apostolico e osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha dichiarato: «Vi è un enorme bisogno di onestà e impegno per esaminare e rispondere alla domanda che favorisce la tratta, in particolare le realtà economiche e l’avarizia che caratterizzano la tratta nel mondo del lavoro e lo sfruttamento sessuale, perché entrambi disumanizzano e mercificano altre persone, rendendole semplici oggetti di gratificazione. Dobbiamo diventare molto più pratici, persino spietati, nell’affrontare non soltanto i frutti malvagi [della tratta], ma anche le radici del problema. E questo richiede, in tutta onestà, il coraggio di conversazioni etiche in un’età relativista, senza mancare di indicare in modo esplicito le conseguenze dannose per le persone – sia le vittime sia l’intera società – causate dalla dipendenza dal denaro o dal sesso»[24]. Queste parole, che invitano a una seria riflessione sulle cause strutturali della tratta, confermano i recenti sforzi diplomatici della Santa Sede[25].

Nel gennaio 2019 la Sezione dei migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale della Santa Sede ha pubblicato il documento Orientamenti pastorali sulla tratta di persone, per coordinare meglio il lavoro della Chiesa nel sostenere le vittime della tratta[26]. Nel discorso pronunciato in occasione di una conferenza dedicata all’attuazione di tale documento, papa Francesco ha osservato che «la tratta […] deturpa l’umanità della vittima, offendendo la sua libertà e dignità. Ma, al tempo stesso, essa disumanizza chi la compie, negandogli l’accesso alla vita in abbondanza. La tratta, infine, danneggia gravemente l’umanità nel suo insieme, lacerando la famiglia umana e anche il Corpo di Cristo»[27].

Quindi, in modo ammirevole e diversificato, la Chiesa cattolica ha investito e sta investendo molte energie nella lotta alla tratta di esseri umani e continua ad attirare l’attenzione globale su questa tragedia. Nello stesso tempo, la voce e l’impegno cattolico potrebbero essere ulteriormente amplificati e rafforzati, fondando pronunciamenti e impegni in modo più esplicito e profondo nella tradizione del pensiero sociale cattolico, soprattutto per quanto riguarda il lavoro umano. Un tale approccio è promettente, perché consente di rinnovare i molteplici sforzi ecclesiali e contribuisce ad articolare ulteriormente sia la retorica sia le azioni miranti a debellare la tratta nell’arena internazionale, che sta affrontando difficoltà nel definirne in modo preciso gli svariati aspetti, con conseguente attenuazione dell’impegno volto a eliminarla completamente.

Diverse definizioni

Il «Protocollo sulla tratta» dell’Untoc fornisce la definizione fondamentale di questo fenomeno secondo il diritto internazionale: la tratta di persone indica «il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego e la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi»[28].

In modo comprensivo, questa definizione include le molteplici circostanze che caratterizzano la tratta. In particolare manifesta le preoccupazioni originali degli estensori nei confronti dei movimenti criminali delle persone trafficate attraverso le frontiere, richiedendo il coordinamento delle forze dell’ordine nelle diverse giurisdizioni. Nello stesso tempo, nell’esaminare il fenomeno della tratta, riconosce anche margini di interpretazione ai singoli Stati.

Negli anni recenti, però, sia la realtà della tratta sia i modi in cui definirla sono cambiati. Nell’ambito politico internazionale e in discorsi accademici essa oggi include una vasta gamma di pratiche coercitive e di sfruttamento, anche laddove non si è verificato alcun movimento di persone attraverso frontiere.

Nel 2019 il Rapporto sulla tratta di persone del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha chiarito che «una vittima non deve essere fisicamente trasportata da un luogo all’altro perché il reato ricada all’interno di questa definizione»: una posizione, questa, che è stata mantenuta dal 2004[29]. Ciò significa che la «tratta di persone» comprende una grande varietà di situazioni e di circostanze che comportano una qualche forma di sfruttamento: lavoro coatto, schiavitù, prostituzione forzata, lavoro minorile e lavoro di migranti sottopagato.

Negli ultimi anni il movimento contro questo fenomeno di esseri umani è stato criticato da molti commentatori appartenenti a diverse discipline, che sottolineano la difficoltà di definire la tratta in modo inclusivo e comprensivo[30]. Queste critiche nascono dal timore che si semplifichi eccessivamente il complesso fenomeno dello sfruttamento del lavoro, così come la varietà di modi in cui il termine «tratta» viene oggi usato sia dagli attivisti sia dai governi.

Un certo numero di critici ha messo in guardia contro il rischio di confondere la tratta con la «schiavitù moderna», dato che molte organizzazioni e Stati oggi considerano il traffico di esseri umani come sinonimo di «schiavitù». Chiamare «schiavitù moderna» la tratta di persone può essere un’utile strategia retorica per catalizzare l’oltraggio morale pubblico. Tuttavia questa strategia può divenire problematica se è l’unico modo per definire la tratta, perché può limitare gli sforzi miranti a debellare la schiavitù quale forma estrema di servitù umana. Inoltre, con tale identificazione si rischia di non valorizzare la capacità di azione morale (anche se limitata) che può ancora essere esercitata dalle vittime di ogni tratta.

Di conseguenza, l’ambiguità e l’uso incoerente del termine «tratta» ha richiesto un progetto di ricerca pluriennale da parte dell’Unodc, per chiarire meglio la definizione legale internazionale. Tale progetto ha esaminato i molteplici modi in cui la tratta è definita nei vari Paesi, giungendo alla conclusione che «i parametri che consentono di definire “la tratta” non sono ancora stati stabiliti in modo definitivo»[31].

Una definizione imprecisa della tratta complica qualsiasi risposta globale efficace riguardo alle pratiche coercitive di sfruttamento del lavoro. Inoltre, essa può rendere l’impegno per combattere questo fenomeno facile bersaglio di critiche, minando gli sforzi volti a eliminare ogni tipo di tratta. Infine, tale imprecisione può ostacolare risposte adeguate. Se la tratta di esseri umani è definita in modo troppo semplicistico e generico, le soluzioni da adottare per farvi fronte possono limitarsi al salvataggio isolato delle vittime, purtroppo spesso solo per restituirle alle medesime condizioni sociali e lavorative che hanno dato origine al loro sfruttamento.

Al tempo stesso, una definizione ampia e inclusiva può facilitare l’impegno per attuare i necessari cambiamenti strutturali delle logiche produttive e di mercato, cosicché nel mercato globale siano considerate in modo critico le dinamiche della domanda che facilitano lo sfruttamento della manodopera. In ultima istanza, occorre una conversione strutturale che promuova il bene della persona umana quale massima priorità nell’organizzazione del lavoro.

La dignità del lavoro nella dottrina sociale cattolica

Alla luce delle critiche contemporanee al movimento anti-tratta, è importante che la Chiesa cattolica mostri chiaramente che cosa intende con «tratta di esseri umani». Se questa riguarda in buona misura anche la corruzione e la perversione del lavoro, allora il ricco contributo dell’insegnamento sociale della Chiesa su tale argomento è illuminante.

Nella Laborem exercens, l’ultima enciclica dedicata in modo privilegiato al lavoro, san Giovanni Paolo II, per affrontare le preoc­cupazioni attuali, approfondisce l’insegnamento di papa Leone XIII sul tema del lavoro, espresso nell’enciclica Rerum novarum[32]. Per san Giovanni Paolo II, il lavoro è una «dimensione fondamentale» dell’esistenza umana, ed è santificato dalla partecipazione di Cristo alla fatica del mestiere di carpentiere[33]. Il valore del lavoro umano, quindi, non è «prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona»[34]. Tale dignità è minata quando gli esseri umani sono considerati come merci di scambio piuttosto che come lavoratori, quali fini in se stessi.

Per san Giovanni Paolo II, il lavoro umano è caratterizzato da una duplice tensione: da una parte, esso comporta fatica e usura la persona; dall’altra, promuove anche l’autorealizzazione. Egli afferma che «il lavoro è un bene dell’uomo – è un bene della sua umanità –, perché mediante il lavoro l’uomo […] realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”»[35]. Nel lavoro le persone realizzano la loro dignità, il loro essere state create a immagine e somiglianza di Dio. Inoltre, il lavoro umano è partecipazione al continuo lavoro creativo di Dio, e con esso si diventa cooperatori e concreatori al servizio del bene comune[36].

Benedetto XVI ha ribadito questa idea nell’enciclica Caritas in veritate, respingendo qualsiasi tendenza a considerare i lavoratori – in particolare i migranti – «come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione»[37]. Per Benedetto XVI, la «dignità del lavoro umano» implica «un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità»[38].

Allo stesso modo, nell’Evangelii gaudium papa Francesco afferma che «nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita. Il giusto salario permette l’accesso adeguato agli altri beni che sono destinati all’uso comune»[39]. Il lavoro è quindi un’espressione privilegiata della libertà umana, consente di condividere la propria creatività e di assumere le proprie responsabilità, proteggendo le risorse della terra e promuovendo il bene dell’umanità.

Alla luce di tali insegnamenti sul lavoro umano, possiamo affermare che la tratta offende la dignità umana non soltanto perché considera la persona come semplice merce di scambio, ma anche perché vanifica l’autorealizzazione personale e sociale. Considerate come merci, le persone vittime della tratta sono private della capacità e della possibilità di usare la loro creatività e ingegnosità per contribuire al bene della società umana. In molti casi, è proprio la natura del lavoro che le persone sono costrette a intraprendere che lede la loro dignità. Si tratta di una lesione che, specialmente nel caso di donne e bambini, giunge fino allo sfruttamento sessuale. Esso viola la persona in tutte le sue dimensioni (corporee, relazionali e spirituali) e mina profondamente, e talora in modo indelebile, la dignità, impedendo di cooperare alla continua azione creativa di Dio. A tale riguardo sarebbe importante anche una riflessione pastorale.

Come intervenire

Il traffico di esseri umani lede la dignità sia di chi è vittima della tratta sia del trafficante, e vanifica la dimensione umanizzante del lavoro, che dovrebbe contribuire alla continua realizzazione dell’identità di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Inoltre, la tratta corrompe e perverte la società, introducendo e favorendo strutture di sfruttamento che, ai fini del successo economico, dipendono dal lavoro di chi ne è vittima.

Senza nulla negare alla necessità e all’urgenza di impegnarsi per proteggere ogni vittima della tratta, oggi occorrono interventi strutturali efficaci, tempestivi e protratti nel tempo. Salvare tali persone richiede anche di giudicare e trasformare le dinamiche economiche e di mercato che promuovono questo tragico fenomeno. Inoltre, il «salvataggio» delle vittime della tratta deve includere anche la promozione della loro capacità di azione morale, impegnandosi insieme a loro e aiutando ciascuno di loro a trovare forme e condizioni lavorative che promuovano la loro dignità umana in modo integrale.

Infine, rispondere alla tratta di esseri umani in modo autentico, integrale e coerente richiede di modificare la domanda economica che perpetua tali forme di sfruttamento. Richiede di affrontare le cause strutturali e peccaminose della nostra dipendenza globale da realtà lavorative che si servono della tratta di persone. Richiede un’evangelizzazione del nostro sistema economico globale, in modo che la dignità di ciascuno sia rispettata in ogni tipo di lavoro.

Perciò guardiamo con fiducia alle prossime iniziative di papa Francesco che mirano a favorire ulteriori riflessioni e impegni per promuovere il lavoro in modi giusti, proteggendo ogni lavoratore e favorendo il bene comune del Pianeta. A chi è vittima della tratta vanno garantite ragioni per sperare, impegni concreti per un futuro umano e azioni che promuovano giustizia in ogni ambito lavorativo.

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[1].      Francesco, «Messaggio per la celebrazione della 48a Giornata Mondiale della Pace: “Non più schiavi ma fratelli” (1° gennaio 2015)», n. 6, in w2.vatican.va/ In questo sito si possono trovare anche tutti gli altri testi del Concilio Vaticano II e dei Papi che verranno citati in seguito.

[2].      Cfr www.unodc.org/unodc/en/organized-crime/intro/UNTOC.html

[3].      Cfr «Protocol to Prevent, Suppress and Punish Trafficking in Persons, Especially Women and Children, supplementing the United Nations Convention against Transnational Organized Crime» (entrato in vigore il 25 dicembre 2003), in United Nations Treaty Series Online.

[4].      Cfr United Nations, «Final Draft: Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration». Cfr M. Czerny, «Il “Global Compact” sulle migrazioni», in Civ. Catt. 2018 IV 549-563.

[5].      Cfr Walk Free Foundation, «2018 Global Slavery Index».

[6].      Cfr United Nations Office on Drugs and Crime, «Global Report on Trafficking in Persons 2018».

[7].      Cfr U.S. Department of State, «2019 Trafficking in Persons Report», 38.

[8]  .    Giovanni Paolo II, s., «Lettera all’Arcivescovo Jean-Louis Tauran in occasione della Conferenza internazionale sul tema: “La schiavitù del XXI secolo: La dimensione dei diritti umani nella tratta delle persone”» (15 maggio 2002).

[9]  .    Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 27.

[10].    Giovanni Paolo II, s., Lettera enciclica Veritatis splendor (6 agosto 1993), n. 80.

[11].    Cfr www.talithakum.info/it

[12].    B. Auza, «The Holy See and The Fight Against Human Trafficking», 23 febbraio 2017.

[13].    Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 211.

[14].    Ivi.

[15].    Id., Lettera enciclica Laudato si’ (24 maggio 2015), n. 123.

[16].    Id., «Discorso ai un gruppo di nuovi ambasciatori in occasione della presentazione delle lettere credenziali» (12 dicembre 2013).

[17].    Id., «Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla tratta delle persone umane» (10 aprile 2014).

[18].    Id., «Non più schiavi ma fratelli», cit., n. 3.

[19].    Ivi, n. 4.

[20].    Ivi, n. 6.

[21].    Cfr «Dichiarazione congiunta dei leader religiosi contro la schiavitù moderna» (4 dicembre 2014).

[22].    Cfr B. Auza, «General Statement at the opening session of the third round of the intergovernmental negotiations on the Global Compact on Safe, Orderly and Regular Migration», New York, 3 aprile 2018.

[23].    Cfr http://santamartagroup.com

[24].    B. Auza, «Practical Solutions to Eradicate Human Trafficking», 9 novembre 2018.

[25].    Cfr Id., «Survivor-Centered Approach To Trafficking In Persons», New York, 23 giugno 2017; P. R. Gallagher, «High-Level Meeting On UN Global Plan Of Action To Combat Trafficking In Persons», New York, 27-28 settembre 2017.

[26].    Cfr Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: Sezione Migranti e Rifugiati, Orientamenti pastorali sulla tratta di persone (2019).

[27].    Francesco, «Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla tratta di persone» (11 aprile 2019).

[28].    «UNTOC Trafficking Protocol», art. 3.

[29].    U. S. Department of State, Trafficking in Persons Report (Washington, 2019), 5.

[30].    Riguardo a posizioni critiche, cfr P. Kotiswaran (ed.), Revisiting the Law and Governance of Trafficking, Forced Labor and Modern Slavery, Cambridge, Cambridge University Press, 2017; J. A. Chuang, «Exploitation Creep and the Unmaking of Human Trafficking Law», in The American Journal of International Law 108 (2014) 609-649.

[31].    Unodc, «Issue Paper on the International Legal Definition of Trafficking in Persons» (2018).

[32].    Cfr Leone XIII, Lettera enciclica Rerum novarum (15 maggio 1891); Giovanni Paolo II, s., Lettera enciclica Laborem exercens (LE) (14 settembre 1981), n. 3.

[33].    Cfr LE 4.

[34].    LE 6.

[35].    LE 9.

[36].    Cfr LE 25.

[37].    Benedetto XVI, Lettera enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), n. 62.

[38].    Ivi, n. 63.

[39].    Francesco, Evangelii gaudium, n. 192.

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HUMAN TRAFFICKING AND DIGNITY AT WORK

In today’s world, millions of people are victims of trafficking. In addition to the international commitment to defining and tackling this crime against humanity, there are also many efforts in the ecclesial sphere: from concrete interest in saving the individual victims of trafficking to diplomatic action to stimulate initiatives at a global level. In addition to the many interventions by recent Popes, Catholic moral and social reflection, emphasizing the dignity of work, offers important contributions, strongly calling for the elimination of all exploitation and to make every field of work ever more humane.

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