Quarant’anni fa, il 14 giugno 1986, muore a Ginevra Jorge Luis Borges. Circondato dalla fama e dalla stima del pubblico internazionale, molto apprezzato dai letterati e seguito dai giovani, fu più volte candidato al premio Nobel che non vinse mai, destando meraviglia e scandalo tra i suoi numerosissimi ammiratori.
La vita
Nato a Buenos Aires nel crepuscolo del XIX secolo, il 24 agosto del 1899, Borges ha attraversato il XX secolo diventandone una delle voci più significative. Come Kafka, il suo cognome si trasforma in aggettivo: «borgesiano» è simbolo di cultura enciclopedica ed erudizione, di concisione straordinaria e cristallina chiarezza linguistica; di finzione, come i racconti che lo rendono maestro indiscusso di questo genere letterario; di gesti fatali, come i duelli tra gauchos o le morti cantate nelle saghe scandinave.
Poliglotta fin dalla culla, riunisce in sé da parte paterna radici portoghesi e inglesi, insieme a un passato di allori letterari; da parte materna, accoglie la gloria delle armi delle passate generazioni e sangue spagnolo. Il padre avvocato, Jorge Guillermo Borges, gli trasmette il destino di cecità, ereditaria negli uomini di famiglia e la responsabilità tacita e definitiva di diventare scrittore; la madre, Leonor Acevedo de Borges, lo seguirà negli anni e ne sarà la più fedele collaboratrice fino alla sua morte a 99 anni. «È stata lei, anche se un tempo non me ne rendevo conto, che nel suo modo silenzioso ed efficiente ha favorito la mia carriera letteraria»[1].
Alla ricerca di una cura per la cecità, nella primavera del 1914, il padre porta con sé tutta la famiglia a Ginevra. Lo scoppio della Prima guerra mondiale blocca la famiglia Borges in Europa per 7 anni, cinque in Svizzera e due in Spagna, tra Maiorca e Madrid. Al suo ritorno in Argentina nel 1921, il giovane Borges si presenta sulla scena culturale bonaerense con una formazione internazionale e poliglotta di spicco. All’inglese e allo spagnolo, negli anni europei Borges ha aggiunto il tedesco, il francese e l’amato latino, la cui conoscenza secondo alcuni studiosi è all’origine dell’incredibile sensibilità etimologica dello scrittore argentino. «All’apprendimento dell’antica lingua lo scrittore dovrà “la straordinaria abilità sintattica, il suo istinto quasi magico per le parole (soprattutto per il loro significato etimologico) e la sua conoscenza delle infinite possibilità della lingua spagnola”»[2].
A Buenos Aires il giovane diffonde le novità dell’avanguardia ultraista, che egli stesso ha conosciuto a Madrid grazie allo scrittore Rafael Cansino Assens e
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