(foto: Antonio Spadaro)

VIVERE LA MISSIONE IN GIAPPONE

Quaderno 3942

pag. 449 - 454

Anno 2014

Volume III

20 settembre 2014

San Francesco Saverio ha scritto cinque lettere dal Giappone nel 1549, ma forse la più celebre è la prima, in cui esprime le sue impressioni riguardo al popolo giapponese. «La gente con cui abbiamo conversato finora è la migliore che abbiamo mai incontrato», ha scritto, «e penso che tra gli infedeli non troveremo nessun altro che superi i giapponesi». San Francesco ammirava la cortesia, l’onestà e il senso dell’onore dei giapponesi.

Forse non sarebbe troppo «politicamente corretto» affermare qualcosa di simile oggi, ma mi si permetta di dire qualcosa che riecheggia le parole di san Francesco. Ho avuto il privilegio di vivere e lavorare in Giappone per più di 30 anni, e davvero credo che i giapponesi siano tra le persone più riflessive, colte, profonde e armoniose che abbia mai incontrato. È noto che essi amano l’ordine, l’organizzazione e l’osservanza della legge. Ma in situazioni di crisi, di emergenza e di sofferenza rispondono con grande compassione e umanità, come abbiamo visto durante la recente crisi di Fukushima.

Non ho il tempo di raccontare episodi, ma si può ricordare come il mondo intero si meravigliò per la dignità, la disciplina e lo spirito di sacrificio con cui i giapponesi risposero alla crisi.

Riverenza

È importante cominciare la nostra riflessione da un atteggiamento essenziale, che potremmo chiamare «riverenza», una convinzione fondamentale secondo la quale, prima che la Chiesa o il missionario arrivino in un certo luogo, Dio è già al lavoro nei popoli e nelle culture. Questa è una convinzione fondamentale anche per il Concilio Vaticano II, e vale la pena ripeterla, vista la nostra storia missionaria nel passato, che non sempre è partita da questo presupposto, e dato il nostro presente, dove c’è sempre intolleranza e mancanza di rispetto per l’altro, per chi è diverso da noi.

Sarebbe bene ricordare il Decreto sull’attività missionaria della Chiesa del Vaticano II, che insiste sul fatto che «la verità e la grazia si trovano già nelle diverse nazioni, quasi come una presenza nascosta di Dio» (n. 9). In alcune delle più belle parole del Decreto, al n. 11, i missionari sono invitati a immergersi nelle culture in cui sono inviati, per «conoscere a fondo le loro tradizioni nazionali e religiose» e per «scoprire con gioia e rispetto i germi del Verbo in esse latenti», in modo che «mediante un dialogo sincero e paziente conoscano quali ricchezze il Dio generoso ha dispensato ai popoli».

È necessario notare che tutte le parole usate in questo Decreto incoraggiano una prospettiva di riverenza: «gioia», «rispetto», «dialogo sincero e paziente», disponibilità a «conoscere». Qualunque cosa possiamo dire o discutere, mi auguro che questo atteggiamento fondamentale di rispetto per il lavoro di Dio nelle culture nei popoli del Giappone e dell’Asia sia sempre presente.

Sensibilità

Cominciando da questo primo, indispensabile atteggiamento orientativo, vorrei proporre una seconda prospettiva missionaria per il Giappone e l’Asia, che potrebbe essere chiamata «sensibilità», una percezione delle dimensioni più «nascoste» e profonde dell’esistenza umana. Che cosa intendo dire? I giapponesi sono tra le persone più musicali del mondo. Il critico musicale inglese Ivan Hewett sostiene che il «centro nevralgico della musica classica nei primi anni del XXI secolo» non sono Vienna, Berlino, Londra o New York, ma è Tokyo, a causa della sua «devozione appassionata» alla musica classica, dimostrata dal fatto che questa città ha più sale da concerto di qualsiasi grande città del mondo, e otto orchestre — una più di Berlino! —. «Il pubblico ascolta in un silenzio che si può descrivere solo come fervente», scrive Hewett. «Durante un concerto a Tokyo — continua — il mio vicino di casa sedeva perfettamente immobile, con gli occhi chiusi, per tutte e tre le ore della Passione secondo Matteo di Bach, con solo un piccolo movimento ritmico del mignolo per dimostrare che era ancora vivo» (The Telegraph, 20 maggio 2006).

Che cosa ha a che fare tutto ciò con la missione? Credo che la religione sia, prima di tutto, molto più simile a questo «senso musicale» che a un sistema razionale di insegnamenti e di spiegazioni. La religione comporta, prima di tutto, una sensibilità, un’apertura alle dimensioni della trascendenza, della profondità, della gratuità, della bellezza che sottendono le nostre esperienze umane. Ma, naturalmente, questa è una sensibilità che è minacciata oggi da una mentalità puramente economica o materialista, che impedisce di raggiungere dimensioni più profonde della realtà.

È interessante notare che un rappresentante di spicco nel panorama musicale giapponese, Yazawa Takaki, capo della Mito Art Tower, che è la sede di una delle più grandi orchestre da camera del mondo, è preoc­cupato che i giapponesi perdano il loro senso musicale. All’interno della grande sala da concerto, egli ha detto al critico musicale Ivan Hewett: «Lo sente il silenzio in questa sala? Questo è ciò di cui la musica ha davvero bisogno, ma ne abbiamo così poco di silenzio nella nostra vita. Mi chiedo se le giovani generazioni saranno in grado di ascoltare musica».

Parlando in questo modo, Yazawa sembrava invocare l’antico concetto giapponese del ma, che sostiene che la musica «vive solo in un dialogo costante con il silenzio». Come questo senso musicale viene eroso e indebolito dal rumore, dalla velocità, dalle auto-immagini del mondo moderno e post-moderno, così avviene per la «sensibilità religiosa», la sensibilità per le dimensioni più profonde della realtà, dove è possibile l’incontro con Dio.

Ma proprio come il «senso musicale» può essere perso, nello stesso modo può essere recuperato o insegnato. Su YouTube, è possibile guardare un notevole discorso a un evento Ted di un uomo di nome Benjamin Zander, che insegna a un gruppo di dirigenti come apprezzare la musica classica[1]. Si tratta di una lezione incredibile, che termina con un pubblico entusiasta, capace di apprezzare quello studio di Chopin che prima non era stato in grado di «sentire», di ascoltare davvero. Così, allo stesso modo, suggerisco che la missione oggi in Giappone e in Asia debba prima di tutto aiutare le persone a scoprire o a ri-scoprire questo «senso musicale», questa «sensibilità religiosa», questa consapevolezza e apprezzamento delle dimensioni della realtà, che sono più profonde della ragione strumentale o delle concezioni materialistiche della vita.

In particolare, aiutare il popolo giapponese a mantenere questa «sensibilità» dovrebbe essere la preoccupazione dell’Università Sophia. Forse l’educazione è l’ultima frontiera, l’ultima possibilità per conservare questa «sensibilità religiosa» dei giapponesi. Purtroppo, «oggi, molti scrittori e studiosi parlano di una crisi nella formazione universitaria in tutto il mondo. Le università, dicono alcuni critici, sono guidate prevalentemente da esigenze di mercato, sono divenute luoghi in cui i giovani vengono semplicemente addestrati a lavorare, per guadagnare bene, per occupare un posto dettato dal mercato. Anche la ricerca è orientata dall’economia, unicamente al servizio dell’industria e del commercio. La concorrenza, il desiderio di fare carriera, per un guadagno economico sempre maggiore, sono diventati  le forze trainanti di alcune istituzioni stesse».

Sarebbe una tragedia se le nostre università si limitassero a ricalcare la razionalità e l’autocomprensione dell’essere umano riguardo a questo nostro mondo secolare e materialista. Le ragioni per cui intraprendere un processo di formazione educativa sono invece completamente diverse. Non ci occupiamo di istruzione per il proselitismo, ma per la trasformazione. Vogliamo formare un nuovo tipo di umanità che sia «musicale», che mantenga quella sensibilità alla bellezza, alla bontà, alle sofferenze degli altri, alla compassione. Offriamo «una educazione cristiana», perché siamo convinti che Cristo offra orizzonti al di là dei limitati interessi dell’economia o della produzione materiale; che Cristo offra una visione di un’umanità più piena, che porta la persona al di là di se stessa in nome della cura e della preoccupazione per gli altri; che Cristo offra non solo informazioni, da cui il mondo è già invaso, ma una saggezza, sophia, che è profondamente umana e alla quale il popolo giapponese è tradizionalmente sensibile in modo profondo.

Come facciamo a promuovere una «sensibilità religiosa», ciò che ho definito come una sorta di «senso musicale»? Penso che questa sia una sfida fondamentale della nostra missione in Giappone e in Asia oggi: una sfida che richiede una riflessione teologica e pastorale creativa. Penso che l’Università Sophia possa interrogarsi più a fondo su ciò che sta facendo per aiutare i propri studenti e docenti a mantenere e approfondire questa sensibilità rivolta alle dimensioni essenziali dell’esistenza.

È molto interessante e rivelatore il fatto che un poeta giapponese, poliedrico, come Arai Man, nel suo piccolo libro Sinfonia di Dio, pubblicato proprio in occasione del Centenario dell’Università Sophia, quando si tratta di tradurre la preghiera di Francesco d’Assisi «Rendimi strumento della tua pace», invece del termine «strumento» scelga quello di «strumento musicale» (gakki). In questo modo egli mette insieme i due termini appena presentati, «riverenza» e «sensibilità» (senso musicale), in modo tale che abbiamo una nuova possibilità di suonare, insieme con chi è diverso da noi, la Sinfonia di Dio.

Speranza

Il mio terzo e ultimo punto ha a che fare con la «speranza». C’è molta preoccupazione, lo so, oggi in Giappone, per l’«ingrigirsi» della Chiesa giapponese: il fatto cioè che, dopo cento anni di evangelizzazione, la Chiesa rimanga una piccola minoranza che sta rapidamente invecchiando. Tra l’altro, ho anche avuto modo di ascoltare un giudizio, dai toni quasi disperati, secondo cui «l’evangelizzazione ha fallito in Giappone».

Leggendo ciò in termini di mozioni degli spiriti degli Esercizi Spirituali, si potrebbe parlare di una «desolazione ecclesiale», che alcuni avvertono oggi in Giappone. Definendo in tal modo questa mozione, ci si rende conto di come essa richieda discernimento e azione. Negli Esercizi, sant’Ignazio ci regala molta saggezza per affrontare la desolazione. Ricorda a chi è in uno stato di desolazione che «l’aiuto divino sempre gli resta, anche se chiaramente non lo senta» (n. 320). Consiglia che «chi sta in desolazione si sforzi di stare nella pazienza» (n. 321) e afferma che la consolazione si allontana da noi «affinché sentiamo intimamente che non dipende da noi procurare o conservare grande devozione […] né alcun’altra consolazione spirituale, ma che tutto è dono e grazia di Dio nostro Signore» (n. 322). E ci incoraggia a sopportare con desolazione, perché è un modo per purificare il nostro amore, «per farci provare quanto valiamo e quanto avanziamo nel suo servizio e lode, senza tanto sostegno di consolazioni e di grandi grazie» (ivi).

In molti modi Ignazio invita la persona in desolazione a sperare sulla base di una visione più ampia dei propositi di Dio. E forse anche questo è un atteggiamento importante da assumere, quando si parla della missione in Giappone e in Asia.

Un famoso teologo giapponese recentemente scomparso, Kosuke Koyama, ha scritto alcuni anni fa un bel libro, curiosamente intitolato Dio a tre miglia all’ora. Koyama parla della nostra impazienza, del nostro desiderio di andare alla velocità dell’ultima tecnologia, anche per quanto riguarda la nostra missione. Desideriamo un rapido successo, risultati immediati. Ma, egli insiste, non è questo il passo di Dio. Dio va a «tre miglia all’ora», che è la velocità di una persona che cammina. Koyama spiega che questa è la velocità di Dio, perché è la velocità dell’amore. Egli scrive: «L’amore ha la sua velocità. Si tratta di una velocità spirituale. Si tratta di un tipo di velocità diverso dalla velocità tecnologica a cui siamo abituati. L’amore va avanti nella profondità della nostra vita, alla velocità di tre miglia all’ora, che ce ne accorgiamo oppure no. È la velocità a cui camminiamo, e quindi la velocità dell’amore a cui Dio cammina».

C’è stato un tempo in cui gli europei si sono dedicati alla cosiddetta «esplorazione dell’Africa». Uno di quegli europei assunse una volta un gruppo di uomini africani per portare alcune attrezzature pesanti sulle spalle attraverso vaste pianure e colline. A un certo punto questo gruppo di uomini si fermò, all’unisono, per un po’ di riposo, mentre l’europeo voleva che continuassero a marciare a velocità maggiore. Quando l’europeo chiese che cosa stessero facendo, uno di loro rispose: «Abbiamo smesso di marciare in modo che le nostre anime possano raggiungere i nostri corpi». Conoscevano la giusta velocità umana, e ciò che era bene per loro.

Mi auguro che la missione in Giappone e in Asia possa compiersi con profondo rispetto per l’opera di Dio nei confronti di popoli e culture, cercando di risvegliare la sensibilità religiosa delle persone, con pazienza e speranza[2].

[1].      Cfr B. Zander, The transformative power of classical music.

[2].      Prolusione del p. Generale della Compagnia di Gesù, pronunciata il 14 marzo 2014 presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, al Simposio internazionale «Tra passato e futuro, la missione della Chiesa Cattolica in Asia: il contributo della Sophia University», in occasione del centenario della fondazione della Sophia University di Tokio.