«UN AFFARE DI FAMIGLIA», UN FILM DI KORE’EDA HIROKAZU

Quaderno 4040

pag. 188 - 192

Anno 2018

Volume IV

20 ottobre 2018

ABSTRACT – Dopo un furto in un supermercato, perpetrato in complicità da un adulto e da un ragazzino malvestiti (padre e figlio?), sulla via del ritorno i due s’imbattono in una bimba, abbandonata e infreddolita, e se la portano a casa, una baracca dove convivono un padre che non è padre, una madre che non è madre, una sorella che non è sorella, e una donna anziana, che tutti chiamano «nonna» e dà da mangiare a tutti con la sua pensione.

Con occhio discreto e sensibili­tà a fior di pelle, il regista giappo­nese Kore’eda Hirokazu scruta un gruppo di persone (una famiglia?) che vive ai margini di una popolosa città. Cosa vuol dire vivere ai mar­gini? Vuol dire non avere radici, campare di espedienti, aggrapparsi alle fragilità degli altri per paura di soccombere di fronte alle proprie. «Negli ultimi anni, la differen­za tra le classi è cresciuta molto. Un numero sempre maggiore di persone non viene raggiunta dal sistema di assistenza che dovrebbe sostenerla», dice Kore’eda in un’in­tervista.

Il film s’intitola Un affare di famiglia e ha vinto la Palma d’oro al festival di Cannes 2018. Sullo sfondo, Hirokazu s’interroga, come aveva già fatto in altri film, sulla natura dei legami di sangue, che non sempre coincidono con quelli affettivi.

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SHOPLIFTERS. A FILM BY KORE-EDA HIROKAZU

Following a shoplifting spree in a supermarket, a poorly dressed father and son discover a cold and abandoned child whom they take home with them. Home is a shack where we find a father who is not a father, a mother who is not a mother, a sister who is not a sister, and an elderly woman whom everyone calls “grandmother” and whose pension sees that everyone lives together. With Shoplifters, which received the Palme d’Or at the Cannes festival in 2018, the Japanese director Kore-eda Hirokazu wonders, as he has done in previous films, about the nature of blood ties that do not always coincide with affective bonds.

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