Giuseppe De Rita (foto: www.radioradio.it)

QUANDO LA CHIESA ITALIANA EBBE IL CORAGGIO DI OSARE

Intervista a Giuseppe De Rita

Quaderno 4086

pag. 513 - 523

Anno 2020

Volume III

19 Settembre 2020

Dal 30 ottobre al 4 novembre 1976 si è tenuto a Roma il primo grande Convegno nazionale della Chiesa italiana, sul tema «Evangelizzazione e promozione umana». Lo scopo di quel «convenire» era di verificare in che misura il Concilio Vaticano II, a 10 anni dalla conclusione, fosse stato recepito nel nostro Paese. Recentemente p. Bartolomeo Sorge, ex direttore de La Civiltà Cattolica, che fu anche vicepresidente di quell’evento, ha pubblicato su queste pagine, in forma di testimonianza, alcune sue considerazioni su quei momenti, sul perché la svolta iniziata dal Convegno del 1976 fu presto interrotta, e sul motivo per cui quello che Francesco ha definito un «probabile Sinodo» della Chiesa italiana dovrà, in ogni caso, rifarsi a quella prima forte esperienza[1].

Il rilievo di quello speciale momento ecclesiale ci ha spinto ad approfondire questa traccia, per una memoria che guarda al futuro, intervistando Giuseppe De Rita, il fondatore e presidente del Censis[2]. De Rita è stato un altro dei protagonisti di quell’evento, avendo partecipato intensamente anche alla sua preparazione.

Professore, cominciamo a ricostruire gli elementi di fondo: come è nato quel Convegno?

Ecco, qui ci sono almeno due strade da percorrere a ritroso per comprendere bene: il contesto degli anni Settanta, per la società e per la Chiesa; e il percorso interno alla Chiesa italiana immediatamente precedente a quello specifico evento.

Andiamo per ordine: gli anni Settanta…

A distanza di tempo, e pensando al rinserramento degli anni Ottanta e Novanta, quella spinta alla mobilitazione collettiva appare un’eccezione «epocale», qualcosa di anomalo rispetto al tran tran quotidiano della vita ecclesiale, e anche rispetto all’appariscente politica ecclesiastica sui cosiddetti «valori non negoziabili». Eppure non era un’eccezione, anzi quella mobilitazione collettiva era coe­rente con una società italiana, quella degli anni Settanta, che era piena di tensioni, contraddizioni, conflitti sociali e dialettiche culturali. In un clima che imponeva ai vari soggetti – individuali e collettivi – l’imperativo di osare, pur di non restare nell’irrilevanza della mediocrità. Sono gli anni dell’esplosione della piccola impresa, dei distretti industriali, dei consumi di qualità, dell’avvio della stagione del made in Italy. E anche – è bene ricordarlo – gli anni di una conflittualità diffusa, sia sindacale – ricordiamo gli autunni caldi – sia di piazza.

In questa società che cambiava, come si poneva la Chiesa di quel tempo?

Quando mi misi al lavoro per la preparazione del Convegno, dentro l’ambiguità difficile di quella società, vedevo serpeggiare nella Chiesa italiana un’inarrestabile tendenza al masochismo, che assumeva prevalentemente due connotazioni: la prima, quella di una Chiesa che andava al macello, sbagliando più o meno coscientemente tutte le sortite pubbliche con una baldanza di atteggiamento che definivo «fanfaniana» e che contrastava con la problematicità un po’ angosciata che filtrava dalla Santa Sede. La seconda forma di masochismo erano le catacombe minoritarie delle riaffermazioni di principio, delle testimonianze, dei richiami teologici, delle obbedienze, delle comunioni ecclesiali con i superiori, con atteggiamenti di fanatismo di difesa, di quadrato, senza grinta di conquista e di futuro, senza speranza, potrei dire.

Ecco, questo mi sembra fosse il punto emotivamente più evidente: la mancanza quasi assoluta del senso del futuro e della speranza: mancanza stravolgente per la Chiesa che, se vive di storia e tradizione, ancor più vive, o dovrebbe vivere, di futuro e di speranza.

Eppure si era ancora nella coda del Concilio Vaticano II…

Sì, ma era da tempo in corso un dibattito, diciamo, tra gli ottimisti e i pessimisti post-conciliari. E in quel preciso momento dominava un pessimismo, con venature di non speranza, che mi sapeva proprio di pessimismo borghese; di declino della borghesia come gruppo di spinta, mentre cresceva l’imborghesimento di massa; di illusione borghese di poter e dover dare testimonianza con le parole, mai con l’impegno e le opere.

In questo contesto – all’interno di quel clima post-conciliare cui ha fatto cenno – il Convegno ecclesiale nazionale arrivava di fatto già come una tappa di un percorso. È così?

Esatto. Tra il 13 e il 15 febbraio del 1974 si era tenuto nella Capitale il Convegno su «I mali di Roma».

Del quale Lei fu uno degli ideatori e animatori, convocato dal cardinale vicario di allora, Ugo Poletti…

Un giorno, se avrò tempo, cercherò di capire perché la Chiesa italiana cominciò a osare proprio a Roma, città emblematica del grande processo di cetomedizzazione che nella seconda metà del Novecento ha trasformato l’Italia. Per ora, in via di ipotesi, mi fermo alla banale constatazione che la Roma degli anni Settanta viveva in se stessa quel processo di aumento delle disuguaglianze sociali che sarebbe diventato il focus di attenzione di tutta la letteratura sociopolitica degli ultimi decenni. Non a caso la tesi della mia relazione al Convegno era che a Roma i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. 

Una questione irrisolta e ancora di attualità…

Ci fu una presa di coscienza della disuguaglianza interna alla città, sottolineata con forte carica emotiva dai sacerdoti delle periferie: ricordo bene il peso di quelli operanti a Borghetto Latino e a Borghetto Prenestino. Di qui l’iniziativa del Cardinale Vicario, oltre ovviamente la spinta del clima nazionale di movimenti sociali caldi. Il coraggio di osare fu, a mio personale ricordo, tutto del cardinale Poletti, fin dal primo passo, quello della scelta del Comitato organizzatore. In origine, il Convegno doveva essere un appuntamento quasi di routine, giacché era previsto come un incontro indetto dal Servizio degli assistenti sociali del Pontefice, dedicato alle povertà relazionali della città. Il cardinale Poletti nominò invece un gruppo di lavoro del tutto incoerente con una tale impostazione: con lui e il vescovo ausiliare, mons. Giulio Salimei, c’erano don Luigi Di Liegro, il prototipo di quello che sarebbe stato definito «prete di strada»; don Clemente Riva, un rosminiano noto per il suo lavoro sulle «cinque piaghe della Chiesa»[3]; Luciano Tavazza, grande animatore degli ambienti del volontariato sia romano sia nazionale; e il sottoscritto, segretario del Censis e imprenditore privato nel campo della ricerca sociale.

Ma la natura del Convegno fu frutto di quella miscela particolare di persone? O era già «nell’aria» e nelle intenzioni di Poletti?

Diciamo che la specifica e voluta eterogeneità del gruppo era garanzia che non avremmo fatto un Convegno di assistenti sociali. Fin dalla prima riunione fu chiaro che potevamo, anzi dovevamo, osare, dare cioè un profilo alto del Convegno: sia nel titolo «Attese di carità e giustizia nella città di Roma», sia nell’interpretazione mediatica della realtà romana, cioè il più aggressivo titolo «I mali di Roma».

Quando la macchina si mise in moto, quali furono le reazioni intorno a voi?

La cosa fu subito malvista dalla Democrazia cristiana romana e dagli ambienti vaticani meno vicini a Poletti, accusato di uscire dai canoni tradizionali degli incontri ecclesiali, e con referenti lontani da quelli abituali. Ma il Cardinale difese con forza e abilità l’impostazione data dal gruppo di lavoro. Ricordo un aneddoto poco conosciuto: quando Poletti presentò il programma a Paolo VI, questi sollevò dei dubbi sui gestori dell’iniziativa – «Riva, so bene chi sia; ma questo De Rita, da dove viene?» –, e l’astuto Poletti usò una risposta che non permetteva replica: «È padre di otto figli». 

Detto dei temi e del contesto, cosa aveva di speciale questo particolare Convegno?

Avuto il via libera, il gruppo di lavoro si dedicò a sviluppare un programma volto all’audace obiettivo di una grande mobilitazione collettiva. Non poteva e non doveva essere un «convegnetto» di studi, come ce ne sono centinaia ogni anno in ogni realtà ecclesiale, ma doveva puntare a far parlare la gente – più che parlare a essa –, attraverso una tensione a «ragionare con la moltitudine». Per fare questo, abbiamo percorso due strade. Innanzitutto, chiamare la gente a partecipare, usando il massimo appeal possibile: riunirci non in una qualunque sala convegni, ma «in cattedrale». Tutti a San Giovanni, in una basilica riempita da 6.000 persone, tutte consapevoli dell’eccezionalità del fatto. Inoltre, pensammo che non ci si dovesse comunque fermare alla presenza massiccia nella basilica: le migliaia di persone presenti dovevano essere messe nelle condizioni, fin dal pomeriggio, di poter esprimere le proprie opinioni e convinzioni.

Così, sulla spinta di un grande organizzatore di volontariato come Tavazza, e di un grande «capopopolo» come Di Liegro, furono individuate e «aperte» 12 sale di riunione, compresi alcuni cinema della zona circostante; e in esse si dette libero sfogo a una tensione non soltanto di denuncia dei «mali», ma anche di partecipazione all’avvio di un lavoro comune di riscatto e di rilancio della vita comunitaria della città.

E la seconda caratteristica di quel Convegno?

L’opzione per un messaggio forte e omogeneo. Abbiamo scelto di limitare l’annuncio a due soli relatori – il sottoscritto e don Riva, con il quale ci conoscevamo bene da anni –, per comunicare che non si trattava di un panel di relatori di diversa cultura, ma di una coppia con un messaggio unico e forte, per non perdersi nel chiacchiericcio congressuale. In un’atmosfera che lo giustificava, il Cardinale, per incitarmi a fare bene, mi disse: «Guardi che Lei è il primo laico che parla in San Giovanni dopo Federico Barbarossa». Non ho mai verificato la veridicità di questa frase, ma essa dà l’idea di quale fosse l’ardire della convocazione in cattedrale.

Finiti i lavori, che cosa le sembra oggi sia rimasto nella città e nella Chiesa romana di quell’esperienza?

Quel che avvenne dopo non ha corrisposto alle nostre attese. Fu creato un comitato per darvi seguito, ma la sua composizione era pluralista, meno «faziosa», meno orientata del gruppo di lavoro originario. E così ci si divise: una parte di noi, me compreso, voleva continuare il lavoro di mobilitazione collettiva; un’altra parte – ad esempio, Scoppola e Pietrobelli – voleva andare verso un lavoro tendenzialmente culturale; don Riva, diventato vescovo ausiliare, si dedicò con totale passione al suo settore Sud; mentre don Di Liegro aveva la lucida determinazione di passare «dalle parole alle opere» e si dedicò alla creazione della mensa di Colle Oppio, al centro Aids di Villa Glori e poi all’ostello della Stazione Termini; mentre il Cardinale pagò il Convegno con una diffusa inimicizia curiale, tanto che qualcuno arrivò a dire che il febbraio 1974 aveva aperto le porte al successo elettorale dei comunisti. Ma poi egli fu il primo a essere uno dei grandi promotori, con il card. Antonio Poma e mons. Enrico Bartoletti, del Convegno ecclesiale dell’ottobre 1976.

E qui ci riconnettiamo con l’inizio della nostra conversazione. Ci spiega in che cosa possiamo riconoscere il legame tra i due eventi?

C’è un legame profondo. E non è puramente di successione cronologica. Un legame che si riscontra subito nelle loro ispirazioni di fondo: basta rileggere la relazione di don Riva a San Giovanni – «La giustizia e la carità cristiana sono due espressioni dell’unico messaggio di Cristo; chi vive il cristianesimo imposta il suo rapporto con i propri simili su quelle due realtà» – per capire che anche il binomio Evangelizzazione e promozione umana del Convegno ecclesiale del 1976 risponde alla stessa idea dell’impegno dei cristiani per lo sviluppo della società. Del resto, la Chiesa italiana era a quell’epoca sotto l’influenza della Populorum Progressio, la grande enciclica di Paolo VI che aveva introdotto nella cultura ecclesiale il concetto di sviluppo: development, secondo la prima stesura di padre Lebret; progressio, secondo la traduzione del termine consigliata a Paolo VI dall’amico Vittorino Veronese. Mettere la promozione umana sullo stesso piano dell’evangelizzazione era una scelta quasi naturale, anche se coraggiosa. Accanto a questa discendenza culturale, ci furono poi altri legami tra il febbraio 1974 e l’ottobre 1976. Tutti coloro che lavorarono al Convegno ecclesiale sapevano, e spesso dicevano, di far riferimento all’esperienza romana. Non si capisce la reale compattezza culturale di chi pensò e attivò il Convegno ecclesiale se non si riconosce che si lavorava tutti su una scelta non occasionale, ma di lungo periodo. E la scelta era di privilegiare un vigore sociale – la promozione umana – che vivificasse, nella congiuntura storica degli anni Settanta, la vita ecclesiale e le comunità locali.

Ci ha parlato del ruolo propulsivo del cardinale Poletti per il Convegno di Roma. Quale fu il ruolo del presidente della Conferenza episcopale di allora, il cardinale Poma?

Era assolutamente dentro quell’impostazione comune cui facevo cenno. Per averne conferma, basta ricordare la sua indicazione programmatica nella lettera ufficiale di invito al Convegno[4], che suonava così: «Il Convegno non vuole essere una esibizione di un’élite culturale, bensì l’incontro, sia pure per rappresentanza, di tutte le componenti ecclesiali delle nostre diocesi. Non ci ritroveremo solo per discutere e scambiarci idee, per individuare i problemi della storia contemporanea, quanto invece per impegnarci e impegnare le nostre Chiese nel loro mandato di evangelizzazione e di apporto alla trasformazione del mondo». Va detto che fu difficile trovare un criterio per dare rappresentanza alle varie diocesi, ma alla fine si adottò una soluzione di quote che permise di avere un Convegno ad alto tasso di rappresentanza. Con i limiti di questo tipo di selezione, la spinta a fare movimento collettivo fu portata a compimento.

P. Sorge, nel suo «memoriale» su «La Civiltà Cattolica», fa notare un chiaro parallelismo tra il clima e il metodo del «convenire» dell’organizzazione di quel Convegno e la spinta alla «sinodalità» operata in questi anni da papa Francesco. Che ne pensa?

Posso dire questo: la volontà di esprimere una dimensione corale del Convegno non si limitò soltanto alla decisione di fare in modo che nessuna diocesi fosse esclusa, ma si realizzò con la decisione di preparare il Convegno con tanti «pre-convegni» diocesani, dove mettere a fuoco, da un lato, i problemi socioeconomici e pastorali delle varie realtà locali e, dall’altro, gli stimoli di approfondimento da «portare» alla discussione assembleare. Si può dire che non ci fu diocesi italiana che non organizzò un pre-convegno, spesso di grande spessore culturale. E il lavoro fatto in periferia fu poi condensato in un documento di sintesi, curato da mons. Giovanni Nervo e da Achille Ardigò, che fu anche illustrato in assemblea.

Il Convegno «Evangelizzazione e Promozione umana» ebbe quindi quel doppio codice che era stato tipico del Convegno su «I mali di Roma» e che forse avrebbe potuto caratterizzare il più lungo cammino della Chiesa italiana?

Sì, ma quel codice era destinato a diluirsi già prima nei lavori d’assemblea e poi nelle fasi a essi successive. Nei lavori in assemblea il messaggio unitario era ben visibile nelle due relazioni di base – la mia e quella di mons. Franceschi –, ma esse furono accompagnate da tavole rotonde in cui alcuni discussant – che non avevano partecipato ai lavori preparatori – ritennero utile dare una lettura «semipolitica» degli argomenti trattati. In particolare, una lettura quasi da «sinistra democristiana» o da «cattolici del no», che ebbe subito risonanza sulla stampa, in qualche modo spostando l’attenzione collettiva dalle motivazioni di lungo periodo, e di «lunga durata», a cui puntavamo, alle diatribe di cronaca. Personalmente – lo confesso a 44 anni di distanza –, provai sconcerto e rabbia – e con me anche p. Sorge, che gestiva la presidenza dei lavori – di fronte all’appiattimento a cronaca politica di un’operazione pensata e curata come avvio di un lungo cammino della Chiesa italiana; ma fra noi cattolici c’è sempre chi ama più la cronaca che i cammini lunghi.

E il «dopo» Convegno? Perché le conclusioni non ebbero il seguito che meritavano?

La dinamica che portò al declino di quella mobilitazione collettiva – enorme e mai più ripetuta – fu complessa. Non c’è dubbio che chi aveva curato la gestione dell’intero processo continuò a insistere nel tenere calda l’atmosfera di condivisione delle comunità locali. Così come non c’è dubbio che in molte diocesi i vescovi titolari organizzarono progetti biennali di approfondimento delle tesi del Convegno e di progressiva analisi delle realtà socioeconomiche dei vari territori. Eppure la spinta partecipativa si andò via via spegnendo. Credo che avvenne essenzialmente perché i vertici della Cei si ritrovarono senza molto ardore, senza molta benzina nel motore: mons. Bartoletti, che era stato il vero artefice del Convegno, era morto; i suoi più diretti collaboratori o erano andati altrove o si erano adattati all’inevitabile riflusso nella quotidianità; il papato di Pao­lo VI era vicino al compimento e non aveva più la forza propulsiva che aveva «protetto» alle spalle la spinta di Bartoletti; e poi arrivò il 1978, con lo sconvolgimento, anche ecclesiale, provocato dalla  vicenda Moro. Così i pensieri di tutti furono rivolti altrove, nessuno si azzardava a riprendere il filo del lungo cammino progettato nel Convegno del 1976. Ma soprattutto avvenne l’arrivo di Ruini, prima come segretario e poi come presidente della Cei…

Cosa ha significato concretamente l’arrivo del cardinale Ruini ai vertici della Conferenza episcopale italiana?

Molto semplice. È stata una figura «enorme», che per quasi 30 anni ha segnato la vita e la strategia d’azione della Chiesa italiana. Personalmente, non potrei dire alcunché sulla sua persona, tanto che ho voluto che egli celebrasse i miei 50 anni di matrimonio; ma se resto nella prospettiva di uno sviluppo del lavoro su Evangelizzazione e promozione umana, il Cardinale si identificò con una decisa e consapevole battuta d’arresto. Ricordo, in proposito, la frase che mi disse un giorno – non a brutto muso, perché non è il tipo, ma con decisione –: «De Rita, si renda conto che noi – intendeva: preti, vescovi, comunità ecclesiali – siamo qui non per cambiare la società, ma per predicare il Vangelo». È la frase che spiega bene la fine di un periodo, di quegli anni Settanta in cui la Chiesa ebbe il coraggio di osare.

Torniamo per un momento proprio a quegli anni Settanta. Nel periodo di preparazione del Convegno ecclesiale del 1976, Lei ebbe modo ovviamente di confrontarsi in particolare con mons. Bartoletti. Sappiamo che in una vostra corrispondenza Lei gli appuntò, oggi diremmo con «parresia», nove «indulgenze» che rimproverava alla Chiesa di quel periodo. Ce le può ricordare?

Sì, erano cose che, come gli scrissi, mi facevano rabbia. Le accenno senza entrare nei dettagli. Vedevo la Chiesa indulgere al pessimismo da «fine ciclo»; alla testimonianza di pura «difesa»; a pensare prevalentemente a chi sta nel recinto – «ai nostri», scrissi –; a privilegiare alcuni tipi di laici che apparivano «più preti» dei preti; a non resistere alla coazione a parlare o a prendere posizione su qualsiasi cosa; a fidarsi di selezionati e limitati canali di informazione (per esempio, facendosi fare previsioni elettorali da uomini politici direttamente interessati alla questione); a far cultura di affermazione invece che di ricerca; a dimenticare l’importanza della mediazione culturale; e, infine, a un’eccessiva attenzione alla dimensione ideologica della politica.

Sembrano quasi tutti punti di estrema criticità anche oggi. Possiamo dire così? C’è qualcuna di queste nove questioni che secondo Lei sia stata fino a oggi la più problematica?

Se mi è permesso, credo fermamente che la maggiore criticità fra quelle indicate sia venuta dalla tendenza a chiudersi nel recinto del mondo cattolico – i preti e la loro «gente» – senza avere il senso della complessità esterna, concentrandosi ad «affermare» (verità, valori, intenti, indicazioni programmatiche), senza mai avere il coraggio di entrare nella dialettica sociale quotidiana, mediandone aspettative e conflitti.

In quei ribollenti anni Settanta, si immaginava in qualche modo il nostro attuale presente?

Beh, ci si provava, certo. Ricordo che nella mia corrispondenza di quell’epoca con mons. Bartoletti, che ho qui tra le mani mentre parliamo, scrissi una cosa che Le leggo: «Io non so e non posso prevedere se la società italiana dei prossimi 50 anni (degli anni in cui vivranno i miei otto figli) sarà una società di radiosi progressisti, di inerti gregari o di topi impazziti; ma so che, quale che sarà la società, avremo bisogno – i miei figli avranno bisogno – di crocicchi su cui misurarsi, di senso del futuro, di coraggio di ricercare nuovi atteggiamenti, di identità individuali e collettive profonde, di comunione reale con gli altri, di capacità di “ordinare” tutto in prospettive di generale senso della storia, di gioia nel carisma di un futuro che ci appartiene. E non parlo come cattolico, ma come ricercatore, come uno che professionalmente analizza la società e cerca di interpretarla nelle sue linee di evoluzione e di attesa». Convinzioni del 1976, che replicherei oggi senza cambiare una virgola. 

Dopo 50 anni, cosa trova oggi in Italia? Radiosi progressisti, inerti gregari o topi impazziti?

Se mi astraggo dall’attuale dramma collettivo generato dal coronavirus, dove sembriamo topi più impauriti che impazziti, rispondo che – anche per la fedeltà e tenacia che mi viene dagli anni di studio nel liceo dell’Istituto Massimo – resto convinto che la Chiesa italiana ha un futuro solo se scarica sul terreno la sua potenza di mobilitazione e partecipazione collettiva. Non ci salveranno ambizioni progressiste, ma rituali; e non ci preserverà dal maligno il rinserramento nella deresponsabilizzata delega ai nostri vertici. Solo il vigore delle diverse realtà socioculturali, da troppo tempo in letargo, può chiamare le Chiese che vivono in Italia a farsi loro carico del faticoso cammino che dobbiamo intraprendere. E mi permetto di dire che quel vigore può essere chiamato a esprimersi nel richiamo a osare, a fare storia di «promozione umana» e di risposta alle attese di giustizia delle nostre singole comunità ecclesiali.

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WHEN THE ITALIAN CHURCH HAD THE COURAGE TO DARE. Interview with Giuseppe De Rita

From October 30 to November 4, 1976,  the first major National Conference of the Italian Church, on the theme of “Evangelization and Human Promotion” was held in Rome. Recently, Fr. Bartolomeo Sorge, a former director of our magazine, and who was also vice-president of this event, published here some of his considerations on why the turning point initiated by the Conference was soon interrupted. This has prompted us to go deeper into the subject, to recall a moment that looked to the future, by interviewing Giuseppe De Rita, the founder and president of Censis, who participated intensely in the preparation of the National Conference, and after his experience of the diocesan on “The Evils of Rome” in 1974. The two events are profoundly connected.

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[1].      Cfr B. Sorge, «Un “probabile sinodo” della Chiesa italiana? Dal I Convegno ecclesiale del 1976 a oggi», in Civ. Catt. 2019 III 449-458.

[2].      Il primo incontro è avvenuto presso la sede de La Civiltà Cattolica lo scorso 19 febbraio; ad esso è seguito uno scambio ulteriore, durato circa un mese.

[3].      Qui si fa riferimento al trattato Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, scritto da Antonio Rosmini tra il 1832 e il 1833.

[4].      La lettera è datata 21 settembre 1976.

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