«QUALE MARIA?». FRANCESCO A FATIMA

Il mondo ferito, i pastori profeti e Maria madre

«Quale Maria?». Francesco a Fatima

Diego Fares - Antonio Spadaro

Quaderno 4007

pag. 462 - 475

Anno 2017

Volume II

3 Giugno 2017
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Il viaggio di papa Francesco a Fátima è avvenuto dal 12 al 13 maggio scorso, cioè nella ricorrenza precisa del centesimo anniversario delle apparizioni della Vergine di Fátima. Papa Francesco ha canonizzato due dei tre pastorelli che nel 1917 vissero questa esperienza, Francesco e Giacinta Marto. Lucia, la terza sorella, è morta nel 2005, e per lei è in corso il processo di beatificazione.

Si è trattato del quinto viaggio a Fátima di un Successore di Pietro, dopo quelli compiuti dal beato Paolo VI (nel 1967, nel 50° anniversario delle apparizioni della Madonna), da san Giovanni Paolo II (nel 1982, un anno dopo l’attentato di piazza San Pietro; e nel 1991 e 2000) e da Benedetto XVI (nel 2010, in occasione del 10° anniversario della beatificazione dei pastorelli Giacinta e Francesco).

Di seguito forniremo la cronaca del viaggio del Pontefice, e quindi individueremo tre elementi che, a nostro avviso, sono stati i punti focali del viaggio, importanti per comprenderne il significato[1]: il valore «politico» del viaggio, l’importanza di un messaggio profetico affidato a piccoli pastori, il vero significato della devozione a Maria.

La cronaca del viaggio

L’aereo papale è atterrato alle 16,35 alla base aerea di Monte Real. Al suo arrivo, il Pontefice è stato accolto dal presidente della Repubblica del Portogallo, Marcelo Nuno Duarte Rebelo de Sousa, e da un gruppo di circa 1.000 fedeli. Dopo i consueti saluti, si è trasferito in auto alla cappella della base aerea, dove erano presenti alcuni militari malati con le loro famiglie. Quindi in elicottero ha lasciato la base per recarsi allo stadio di Fátima, dove è stato accolto dal vescovo di Leiria-Fátima, mons. António Augusto dos Santos Marto, e dal sindaco, senza formalità o discorsi, e si è diretto immediatamente alla Cappellina delle apparizioni.

La spianata del Santuario era gremita di circa 500.000 fedeli, che hanno espresso la loro gioia all’arrivo del Pontefice. I pellegrini erano giunti lì, rimanendo sotto la pioggia sin dalla sera precedente. La gioia si è trasformata lentamente in un’intensa preghiera: i saluti festosi sono divenuti un silenzio orante profondo che ha accompagnato quello del Papa. Francesco, accompagnato dal suo medico, il prof. Soccorsi, ha rivolto una preghiera alla Vergine. Quindi le ha regalato una «rosa d’oro», deponendola ai piedi della statua. Tutto questo sotto il sole, che mai ha abbandonato la spianata nel tempo in cui il Papa è stato presente.

La gente ha quindi atteso in preghiera che il Papa si trasferisse nella attigua Casa Nossa Senhora do Carmo per una breve cena e tornasse, intorno alle 21,30, per la benedizione delle candele e la recita del Rosario. La spianata si è illuminata ed è stata riempita dalle invocazioni mariane. La preghiera è stata introdotta da un saluto del Papa, che si è rivolto ai pellegrini «di Maria e con Maria», abbracciando tutti, soprattutto i più bisognosi. In questo saluto egli ha voluto porre una domanda su Maria, sulla sua identità, dando una catechesi mariana molto efficace, sulla quale ci soffermeremo in seguito.

Dopo la recita del Rosario, il Pontefice si è ritirato e, intorno alle 22,30, è iniziata la Messa nella Veglia Mariana per la solennità del 13 maggio, presieduta dal cardinale Pietro Parolin. Una lunga processione è partita dalla Cappellina, ha toccato il nuovo Santuario della SS. Trinità, per giungere infine all’altare posto davanti al sagrato della Basilica. La Messa si è conclusa poco prima dell’una della notte.

Il sabato 13, la giornata del Papa è iniziata con l’incontro con il Primo ministro del Portogallo, António Luís Santos da Costa, il congedo dalla Casa Nossa Senhora do Carmo e il trasferimento alla Basilica per rendere omaggio alle tombe dei pastorelli. Quindi il Papa si è recato in sagrestia per prepararsi a celebrare la Messa di canonizzazione, in occasione del centesimo anniversario delle apparizioni.

Davanti a una spianata gremita di persone giunte da oltre 55 nazioni, Francesco ha proclamato santi Francesco e Giacinta. Tra i tanti momenti toccanti della celebrazione, sempre accompagnata da un silenzio profondo o da canti gioiosi, quello da tutti notato è stato l’abbraccio lungo e affettuoso al Pontefice di un bambino brasiliano guarito per intercessione dei pastorelli da un trauma cranico che lo aveva ridotto in fin di vita. Si tratta del miracolo che ha concluso la causa di canonizzazione di Giacinta e Francesco.

Nella sua omelia Francesco ha ripetuto due volte: «Abbiamo una Madre!». E ha proseguito: «Aggrappàti a Lei come dei figli, viviamo della speranza che poggia su Gesù». Il Papa pellegrino prega per tutti, ma in particolare per «i malati e i disabili, i detenuti e i disoccupati, i poveri e gli abbandonati». Ha detto di sentirsi accompagnato da tanti pellegrini. E lo ha ricordato citando le Memorie di suor Lucia (III, n. 6), che, dando la parola a Giacinta, appena beneficiata da una visione, scrive: «Non vedi tante strade, tanti sentieri e campi pieni di persone che piangono per la fame e non hanno niente da mangiare? E il Santo Padre in una chiesa, davanti al Cuore Immacolato di Maria, in preghiera? E tanta gente in preghiera con lui?». E dunque Francesco ha esclamato: «Grazie, fratelli e sorelle, di avermi accompagnato!».

Alla fine della celebrazione si è tenuto un tempo di adorazione del SS. Sacramento, e quindi una processione con la benedizione eucaristica dei malati. Francesco ha rivolto loro un saluto particolare: «Cari malati – ha detto tra l’altro –, vivete la vostra vita come un dono e dite alla Madonna, come i Pastorelli, che vi volete offrire a Dio con tutto il cuore. Non ritenetevi soltanto destinatari di solidarietà caritativa, ma sentitevi partecipi a pieno titolo della vita e della missione della Chiesa. La vostra presenza silenziosa ma più eloquente di molte parole, la vostra preghiera, l’offerta quotidiana delle vostre sofferenze in unione con quelle di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo, l’accettazione paziente e persino gioiosa della vostra condizione sono una risorsa spirituale, un patrimonio per ogni comunità cristiana. Non vi vergognate di essere un prezioso tesoro della Chiesa».

È infine da menzionare la presenza all’altare di cinque vescovi della Chiesa d’Inghilterra[2] – quattro dei quali appartenenti all’«Associazione ecumenica degli amici di Fátima»[3] –, insieme a circa 70 pellegrini anglicani. Una presenza, questa, che ha dato alla celebrazione un respiro ecumenico nel nome di Maria.

Conclusa la Messa, il Papa ha pranzato con i vescovi del Portogallo e con il suo seguito. Subito dopo si è trasferito alla base aerea di Monte Real, dove è stato accolto dal Presidente della Repubblica. Dopo il saluto delle delegazioni, al quale erano presenti circa 700 fedeli, Francesco è salito a bordo dell’aereo della Compagnia aerea portoghese Tap che lo ha riportato a Roma.

Fátima tra la Prima e la «Terza» guerra mondiale: il mondo ferito

Questo pellegrinaggio si è inserito naturalmente tra il viaggio di Francesco in Egitto[4] e la visita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in Vaticano, avvenuta il 24 maggio successivo. Il Papa, nella sua preghiera fatta davanti alla statua della Vergine, ha quindi potuto elevare una invocazione capace di raccogliere le sue intenzioni per il mondo: «Pellegrino della Luce che viene a noi dalle tue mani, rendo grazie a Dio Padre che, in ogni tempo e luogo, opera nella storia umana; pellegrino della Pace che, in questo luogo, Tu annunzi, do lode a Cristo, nostra pace, e imploro per il mondo la concordia fra tutti i popoli».

Ecco la prima considerazione da fare: questo viaggio è stato un’implorazione di pace. Perché Francesco vede come lo scenario internazionale sia «attraversato da dense nubi, e pertanto richiede maggiore consapevolezza dei comportamenti e delle azioni necessarie per imboccare un percorso di pace che diminuisca le tensioni»[5]. Il motto del viaggio è stato dunque: «Con Maria, pellegrino nella speranza e nella pace». E in effetti, forse, si è trattato del momento più alto di un’azione di soft power dalle radici spirituali in favore della pace che il Papa conduce giorno per giorno.

In quella preghiera riverbano anche i suoi messaggi politici e gli abbracci, come quello all’Imam di al-Azhar. In quella preghiera alla Madre di Dio c’è l’eco del ribrezzo per la definizione di «madre» dato di recente a una bomba distruttiva. Davanti a Dio e alla Vergine, si dispiega un’ermeneutica della storia che Fátima ben rappresenta per la sua collocazione temporale nel mezzo di una guerra mondiale. E la Madonna di Fátima è la Madonna che – ricordiamolo – ha una pallottola incastonata nella corona, quella della pistola calibro 9 che aveva colpito san Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981. Francesco lo aveva detto prima di partire, nella catechesi del mercoledì 10 maggio: «Fin dal primo apparire nella storia dei vangeli [la figura di Maria] si staglia come se fosse il personaggio di un dramma»[6].

Francesco ha confermato la posizione di Paolo VI che, giunto a Fátima, disse che l’intenzione del suo pellegrinaggio era «il mondo, la pace del mondo». Notava allora papa Montini: «Tutto sembra spingere il mondo alla fratellanza, all’unità; ed invece in seno all’umanità scoppiano ancora, e tremendi, continui conflitti»[7]. Le parole di allora valgono oggi. Ai presenti bastava guardare le bandiere innalzate dai pellegrini provenienti da oltre 50 Paesi per riconoscere le nazioni ferite del pianeta; bastava leggere alcuni cartelli per udire le invocazioni di aiuto dai continenti e le ombre dei tanti «muri»: da Bangui a Caracas, dalla Corea al quadrante mediorientale.

Nel contesto della preghiera è risuonato il discorso del Papa al Corpo diplomatico dello scorso 9 gennaio. Infatti, nella sua omelia della notte del 12 maggio, il cardinale Parolin lo ha citato. In tale discorso Francesco diceva che se per molti «oggi la pace sembra, in qualche modo, un bene scontato, quasi un diritto acquisito a cui non si presta più molta attenzione, per troppi essa è ancora soltanto un lontano miraggio. Milioni di persone vivono tuttora al centro di conflitti insensati. Anche in luoghi un tempo considerati sicuri, si avverte un senso generale di paura. Siamo frequentemente sopraffatti da immagini di morte, dal dolore di innocenti che implorano aiuto e consolazione, dal lutto di chi piange una persona cara a causa dell’odio e della violenza, dal dramma dei profughi che sfuggono alla guerra o dei migranti che periscono tragicamente».

Il Papa ha voluto anche incontrare, in un momento privato della mattina del 13, una famiglia di profughi di origine palestinese, composta da nove persone, di cui tre bambini. Rappresentavano quattro generazioni. La prima si era trasferita in Iraq nel 1948, ma per la guerra nel 2003 la famiglia fu costretta a rifugiarsi in Siria, e poi, per un altro conflitto, nel 2012, in Libia. Da lì è giunta, nel novembre 2015, a Lampedusa. Dopo una sosta al Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto (Roma) – dove aveva incontrato il Papa, il Giovedì santo del 2016 – ora, grazie ai ricollocamenti, abita poco distante da Fátima, a Batalha. Una famiglia che ha vissuto una parabola di migrazione che rappresenta quella che il Papa ha definito «il vero nodo politico globale dei nostri giorni»[8]. «È la seconda volta che ci incontriamo, vorrei vederla la terza volta a Gerusalemme», ha confidato la nonna a Francesco, che l’ha abbracciata chiedendole di pregare per la Città santa.

Francesco ha toccato le ferite del mondo, sapendo che la «Terza guerra mondiale a pezzi» richiede un’invocazione non meno fervida di quella salita al cielo durante la Prima guerra mondiale o durante la «Guerra fredda». E questa invocazione coglie il messaggio davvero «profetico» di Fátima, annunciato da «profeti» che non sono che pastorelli, custodi di un’autorevolezza che il Signore riserva ai «piccoli» e non ai «sapienti» e agli «intelligenti» (cfr Mt 11,25-26).

Pastorelli come «profeti»

La seconda considerazione da fare è che per la prima volta dei bambini non martiri sono proclamati santi. Il messaggio essenziale che irradia da tutti «i messaggi», il «segreto» più rilevante di Fátima è che le cose nascoste ai sapienti sono rivelate ai piccoli. I piccoli comprendono il messaggio e ne mettono in pratica le parole con semplicità.

Giacinta, al tempo delle apparizioni, aveva soltanto sei anni, Francesco nove e Lucia dieci. Il primo «lieto annuncio» è proprio questo, ed è necessario imparare a vederlo e a leggerlo in tutti gli avvenimenti che accaddero dopo. Essi cominciarono nella primavera del 1916, con l’apparizione ai bambini dell’angelo, che insegnò loro a pregare. Proseguirono il 13 di ogni mese nel corso del 1917, con sei apparizioni della Madonna. Ebbero il loro momento drammatico con la malattia e la morte prematura per la febbre spagnola di Francesco (4 aprile 1919) e poi di Giacinta (20 febbraio 1920). Ne vennero messi a parte tutti con le narrazioni di Lucia. Ora tali avvenimenti vengono coronati con la canonizzazione di questi due santi, che si contano tra i più piccoli nella storia della Chiesa.

Il Papa ha spiegato in sintesi la loro santità al Regina Coeli del 14 maggio: «A Fátima la Vergine ha scelto il cuore innocente e la semplicità dei piccoli Francesco, Giacinta e Lucia, quali depositari del suo messaggio. Questi fanciulli lo hanno accolto degnamente, così da essere riconosciuti come testimoni affidabili delle apparizioni, e diventando modelli di vita cristiana. Con la canonizzazione di Francesco e Giacinta, ho voluto proporre a tutta la Chiesa il loro esempio di adesione a Cristo e di testimonianza evangelica, e anche ho voluto proporre a tutta la Chiesa di avere cura dei bambini. La loro santità non è conseguenza delle apparizioni, ma della fedeltà e dell’ardore con cui essi hanno corrisposto al privilegio ricevuto di poter vedere la Vergine Maria».

La Madonna appariva ai pastorelli e parlava loro, dapprima da soli e poi tra la moltitudine del popolo. Lucia, nelle sue memorie, racconta qualcosa che allora le sembrò non attinente alla materia che trattava: «Adesso, quando leggo nel Nuovo Testamento quelle scene incantevoli del passaggio di Gesù attraverso la Palestina, mi ricordo di queste a cui il Signore, benché ancor così piccola, mi fece assistere nei poveri sentieri e nelle strade da Aljustrel a Fátima e alla Cova de Iría. E ne ringrazio Dio, offrendogli la fede del nostro buon popolo portoghese. E penso: se questa gente si prostra così davanti a tre poveri bambini, soltanto perché a loro è concessa misericordiosamente la grazia di parlare con la Madre di Dio, cosa non farebbero se vedessero davanti a loro Gesù Cristo stesso?»[9].

Dopo aver scritto così, a Lucia pare che sia stata «ancora una distrazione della penna, che mi è scappata dove io non volevo. Ancora una cosa inutile; ma non la tolgo, per non inutilizzare il quaderno». Tuttavia, la sua riflessione sulla «fede del nostro buon popolo portoghese» alla nostra epoca dice più dei miracoli, delle manifestazioni cosmiche e dei segreti.

Come parte prediletta di quel popolo fedele di Dio, i bambini compresero, ciascuno a suo modo e integrandosi l’uno con l’altro, l’essenza del messaggio. Francesco vedeva la Vergine, ma non la sentiva: era sua cugina a comunicargli ciò che aveva detto. Tuttavia comprese profondamente che la sua missione era collegata al comando dell’angelo nella sua terza apparizione: «Consolate il vostro Dio». Quelle parole fecero profonda impressione nel cuore del piccolo pastore, tanto che «sembrava che lui pensasse soltanto a consolare il Signore e la Madonna che gli erano parsi molto tristi»[10]. Giacinta, che rimase molto commossa dalla visione dell’inferno, «sembrava presa unicamente dal pensiero di convertire peccatori e liberare anime dall’inferno»[11]. A Lucia sarebbe toccato l’incarico di far conoscere la storia.

Quei bambini compresero di dover pregare molto. La solida preghiera dell’angelo non lascia spazio a fantasie: «Mio Dio! Io credo, adoro, spero e ti amo! Ti domando perdono per quelli che non credono, non adorano, non sperano, e non ti amano»[12]. Tuttavia non è un particolare di poco conto il fatto che la preghiera sia «per consolare Dio» e per «i poveri peccatori». Ciò che molte volte è stato interpretato dal punto di vista del «dovere» e della «paura del castigo», acquista nuova luce quando viene interpretato in chiave di gioia e di misericordia.

I bambini comprendono il valore del sacrificio. Quando Lucia domanda, con la concretezza propria dei bambini: «Come dobbiamo sacrificarci?», l’angelo risponde, in modo altrettanto concreto: «Di tutto quello che potete, offrite un sacrificio a Dio, in atto di riparazione per i peccati»[13]. Lascia stupiti il modo in cui i bambini comprendono la potenza dell’intercessione e cominciano a offrire piccoli sacrifici orientati agli altri. E con grande naturalezza dicono che davano ai poveri i loro fichi e la loro uva. È vero che alcuni sacrifici tenderanno a ingrandirsi (la Vergine ne modererà qualcuno, perché i suoi piccoli non ci rimettano la salute), ma bisogna notare che il primo effetto di questa richiesta di preghiera e penitenza fu che all’inizio rimasero «in ginocchio, con la faccia a terra, […] a ripetere la preghiera dell’Angelo»[14].

Loro, semplici bambini pastori, comprendono molto bene che «si può consolare Dio», che i piccoli o grandi sacrifici hanno valore di intercessione per gli altri, e che la grazia che ricevono è per tutto il popolo e per l’umanità. La pena che «i poveri peccatori» destano nei bambini è la stessa che fa loro sentire la tristezza di Dio. Il sentimento fondamentale che si risveglia e che si traduce in opere concrete nei bambini è quello della misericordia.

Il messaggio di Fátima, il suo segreto più interessante, forse, è che esiste un «dialogo tra Dio e la piccolezza umana». Dio sceglie i piccoli – piccole persone e piccoli popoli –, perché con essi può dialogare, può «chiamarli col loro nome», non con i loro titoli. Anche la Madonna ha detto che il Signore ha guardato con bontà alla sua «piccolezza». Ha affermato Francesco: «Quando Dio deve scegliere le persone, anche il suo popolo, sceglie sempre i piccoli»[15]. Più ancora, Egli è un Dio «innamorato della nostra piccolezza»[16]. Questa piccolezza – piena e pregnante – è fonte dei discorsi del Papa anche quando egli parla dell’ambito culturale, sociale e politico; quando il Papa rivendica il valore delle «piccole culture» e la nostra necessità della loro visione e della cura della nostra sorella madre terra[17]; quando si rivolge ai movimenti popolari, apprezzando che «lavorino nel piccolo, nel vicino»[18].

Davanti a un pubblico incredibilmente variegato e con le ideologie più differenti, spesso il Papa fa entrare la Vergine nei suoi discorsi di contenuto politico e sociale[19]. Facendo appello al cuore dei suoi ascoltatori, una volta chiese loro: «Teniamo sempre nel cuore la Vergine Maria», definita «madre senza tetto»[20]. Nella consacrazione alla Vergine di Fátima, la preghiera del Papa diceva così: «Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione per i piccoli e i poveri, per gli esclusi e i sofferenti, per i peccatori e gli smarriti di cuore: raduna tutti sotto la tua protezione e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù»[21].

Chi è Maria nella visione di papa Francesco

Nel suo saluto per la benedizione delle candele e la recita del Rosario, il Papa ha posto una domanda fondamentale su chi sia Maria, su quale sia l’immagine che noi ne abbiamo. E su quale sia il significato della sua presenza. È questa la terza considerazione che intendiamo proporre.

«Quale Maria? – ha domandato Francesco – Una Maestra di vita spirituale, la prima che ha seguito Cristo lungo la “via stretta” della croce donandoci l’esempio, o invece una Signora “irraggiungibile” e quindi inimitabile?». E ancora: «La “Benedetta per avere creduto” sempre e in ogni circostanza alle parole divine (cfr Lc 1,42.45), o invece una “Santina” alla quale si ricorre per ricevere dei favori a basso costo?». Infine una terza domanda: «La Vergine Maria del Vangelo, venerata dalla Chiesa orante, o invece una Maria abbozzata da sensibilità soggettive che La vedono tener fermo il braccio giustiziere di Dio pronto a punire: una Maria migliore del Cristo, visto come Giudice spietato; più misericordiosa dell’Agnello immolato per noi?».

Queste domande hanno consentito a Francesco di mettere in guardia dalla «grande ingiustizia» contro Dio e la sua grazia, quando si afferma «che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre – come rivela il Vangelo – che sono perdonati dalla sua misericordia! Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio e, comunque, il giudizio di Dio sarà sempre fatto alla luce della sua misericordia».

Nella vita di papa Francesco Maria ha sempre occupato un posto centrale. I suoi vari titoli – Regina, Signora… – sono corretti, ma essenzialmente «Lei è Madre, perché ci porta a Gesù e ci aiuta con la forza dello Spirito Santo perché Gesù nasca e cresca in noi»[22]. A Fátima, Francesco ha proposto una meditazione su come i cristiani percepiscono la presenza di Maria nella loro vita e ha richiamato a una comprensione più profonda e autentica.

La domanda posta a Fátima nel suo saluto porta pure a interrogarci su quale sia il posto della Vergine nella spiritualità di Francesco. La centralità di Maria è manifesta nei suoi gesti in maniera evidente: egli esprime una devozione appresa dalla gente semplice che, con i gesti tipici della mistica popolare, prega «applicando i sensi spirituali»[23], tocca l’immagine per poi farsi il segno della croce.

Una devozione divenuta abituale è quella che porta il Papa, all’inizio e al rientro da ogni viaggio all’estero – e in occasioni importanti – a recarsi nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, per raccomandare alla Madre di Dio la sua missione e per ringraziarla, portandole un mazzo di fiori.

Non bisogna dimenticare che è stato questo il suo primo gesto ufficiale, il 14 marzo 2013, il mattino successivo all’elezione a Sommo Pontefice. Francesco va a Santa Maria Maggiore fin dalla prima volta che è venuto a Roma, da gesuita, e la consuetudine di portare fiori alla Vergine gli viene dalla famiglia, dalla sua devozione a Maria Ausiliatrice. Sappiamo che da gesuita, e poi da vescovo e cardinale, Bergoglio andava ogni 23 o 24 del mese a pregare nella cappella della Vergine nella chiesa di San Carlo – dov’era stato battezzato –, portando fiori a Maria[24].

In questi gesti verso la Madre di Dio si concentra tutta la teologia di papa Francesco, in cui ciò che si dice – e ciò che si pensa e si fa – in modo speciale della Vergine Maria, si dice universalmente della Chiesa e individualmente di ogni fedele[25]. Ha detto Francesco a Santa Maria Maggiore: «Madre di Dio. Questo è il titolo principale ed essenziale della Madonna. Si tratta di una qualità, di un ruolo che la fede del popolo cristiano, nella sua tenera e genuina devozione per la mamma celeste, ha percepito da sempre. […] È l’atteggiamento spontaneo e sincero dei figli, che conoscono bene la loro Madre, perché la amano con immensa tenerezza. Ma è di più: è il sensus fidei del santo popolo fedele di Dio, che mai, nella sua unità, mai sbaglia»[26].

Così lo esprimeva il cardinale Bergoglio: «Il popolo cristiano coglie che la protezione di Dio gli giunge tramite l’invocazione a un’immagine di Maria, personalizzata e singola, e che, perciò, Maria personalizza e singolarizza quel popolo. Il popolo si sente identificato con l’immagine di Maria: così come vi hanno fatto ricorso i suoi avi, oggi vi ricorre per i suoi problemi. Ammirando le virtù personali di Maria, la pietà popolare si vale dei suoi attributi per arrivare a Dio. L’azione miracolosa di Maria è il segno principale di protezione individualizzata su un luogo e da un luogo»[27].

Da questa contemplazione che s’incentra sulla misteriosa relazione tra Maria, il popolo e ogni fedele scaturisce la mariologia di Francesco. Essa si traduce nei suoi gesti e nelle sue omelie e scritti, e impregna non soltanto la sua riflessione teologica, ma anche la sua ecclesiologia, la sua morale e la sua visione sociale e politica.

Eccone un esempio. Nella conversazione con i fedeli del Movimento Schönstatt, in una breve risposta alla domanda di una coppia che gli aveva chiesto che parlasse loro di Maria, si può vedere in atto il modo in cui il Papa sente e riflette su di lei. Francesco ribadì che Maria è essenzialmente Madre. Immediatamente la sua riflessione si rivolse a ogni fedele: «Un cristiano – disse – non può essere un “guacho”, un orfano». E spiegava: «Quando noi argentini incontriamo una persona che mostra segni di cattiveria, che si lascia andare… diciamo che è un orfano». La conclusione morale era la seguente: «Il cristiano non può essere un orfano, perché ha Maria come Madre». E la riflessione si è allargata all’ecclesiologia: «Una Chiesa senza Maria è un orfanotrofio». E poi aggiunse un esempio: «Nel Sud d’Italia c’è la devozione alla Vergine dei mandarini, di cui sono devoti i cialtroni, i ladri…». Narra la tradizione che quando la Vergine vede uno di quei suoi devoti in coda tra la gente che arriva in cielo, gli fa segno di scostarsi e aspettare, e poi Lei stessa gli apre la porta di notte, quando san Pietro non vede. «Un devoto di Maria – conclude il Papa – non si danna». «Maria sa toccare le coscienze». Il Papa dice che questa è «una teologia molto grande», perché rivela una grande verità: «Una madre si prende cura di suo figlio fino alla fine».

* * *

Francesco, viaggiando a Fátima, ha celebrato il fatto che da questo luogo si diffonde un messaggio di conversione che è stato rivolto a dei pastorelli da Maria, che è Madre. È un messaggio che riguarda il mondo e che desidera «la fine di tante guerre che sono dappertutto nel mondo e che si allargano sempre di più, come pure la fine degli assurdi conflitti grandi e piccoli, che sfigurano il volto dell’umanità»[28].

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[1].      Per comprendere il significato del messaggio dell’apparizione mariana è bene innanzitutto leggere il commento teologico dell’allora cardinale Ratzinger al messaggio di Fátima, pubblicato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 26 giugno 2000.

[2].      Jonathan Baker, vescovo di Fulham; Glyn Webster, vescovo di Beverley; Norman Banks, vescovo di Richborough; Jonathan Goodall, vescovo di Ebbsfleet; e Robert Ladds, vescovo emerito di Whitby.

[3].      L’Associazione è stata fondata e dedicata al Cuore Immacolato di Maria a Fátima, il 15 maggio 2001, dal rev. Edwin Barnes, vescovo anglicano di Richborough, alla presenza del vescovo precedente di Leiria-Fátima, mons. Serafim Ferreira e Silva. L’obiettivo dell’Associazione è l’unità dei cristiani per l’intercessione di Maria. Ogni anno organizza pellegrinaggi al santuario di Fátima, che prevedono la partecipazione alle celebrazioni del 12 e 13 maggio.

[4].      Cfr A. Spadaro, «Egitto, terra di civiltà e di alleanze. Il viaggio drammatico, terapeutico e profetico di Francesco», in Civ. Catt. 2017 II 285-299.

[5].      Così Francesco ha detto il 18 maggio, pochi giorni dopo il rientro da Fátima, nell’Udienza agli ambasciatori di Mauritania, Nepal, Trinidad e Tobago, Sudan, Kazakistan e Niger, in occasione della presentazione delle lettere credenziali.

[6].      Corsivo nostro.

[7].      Paolo VI, Omelia della Santa Messa nella basilica di Fátima, 13 maggio 1967.

[8].      «Papa Francesco incontra “La Civiltà Cattolica” in occasione della pubblicazione del fascicolo 4000», in Civ. Catt. 2017 I 439-447.

[9]  .    Memorie di suor Lucia, vol. 1, Fátima, Secretariado dos Pastorinhos, 2007, 175.

[10].    Ivi, 153.

[11].    Ivi.

[12].    Ivi, 77.

[13].    Ivi, 78.

[14].    Ivi.

[15].    Francesco, Omelia a Santa Marta, 21 gennaio 2014.

[16].    Id., Omelia nella Santa Messa della notte di Natale, 24 dicembre 2014.

[17].    Cfr A. Spadaro – D. Fares, «Il trittico americano di Papa Francesco. Cuba, Stati Uniti e Messico», in Civ. Catt. 2016 I 472-488.

[18].    Francesco, Discorso nel II Incontro mondiale dei Movimenti popolari, 9 luglio 2015.

[19].    Cfr D. Fares, «Papa Francesco e la politica», in Civ. Catt. 2016 I 373-385.

[20].    Ivi.

[21].    Francesco, Atto di affidamento a Maria, Vergine di Fátima, 13 ottobre 2013.

[22].    Id., Dialogo nell’Incontro col Movimento apostolico Schönstatt, 25 ottobre 2014.

[23].    Ignazio di Loyola, s., Esercizi spirituali, n. 121.

[24].    Cfr la testimonianza di don Jorge Casanova e di don José Mario Repovz, in A. León, Papa Francesco e don Bosco, Città del Vaticano, Libr. Ed. Vaticana, 2015, 90-93.

[25].    Questa frase, che papa Francesco ama ripetere, è del beato Isacco della Stella: «Perciò giustamente nelle Scritture divinamente ispirate quel ch’è detto in generale della vergine madre Chiesa, s’intende singolarmente della vergine madre Maria; e quel che si dice in modo speciale della vergine madre Maria, va riferito in generale alla vergine madre Chiesa […]. Anche la singola anima fedele può essere considerata come Sposa del Verbo di Dio, madre figlia e sorella di Cristo, vergine e feconda. Viene detto dunque in generale per la Chiesa, in modo speciale per Maria, in particolare anche per l’anima fedele, dalla stessa Sapienza di Dio che è il Verbo del Padre». Cfr J. M. Bergoglio, Catechesi nel 49° Congresso eucaristico internazionale, Québec, 18 giugno 2008 (tr. it. in J. M. Bergoglio, Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano, Rizzoli, 2016, 646 [e nota 6]). Cfr anche Isacco della Stella, Discorsi, 51 (PL 194, 1862-1863.1865).

[26].    Francesco, Omelia nella solennità di santa Maria Madre di Dio, 1° gennaio 2014.

[27].    J. M. Bergoglio, Religiosità popolare come inculturazione della fede, 19 gennaio 2008 (tr. it. in J. M. Bergoglio, Nei tuoi occhi è la mia parola, cit., 601).

[28].    Così Francesco al Regina Coeli del 14 maggio 2017, cioè all’indomani del rientro dal pellegrinaggio a Fátima.

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