Primo Levi

PRIMO LEVI E IL VELENO DI AUSCHWITZ

Quaderno 4058

pag. 138 - 151

Anno 2019

Volume III

20 luglio 2019

Il contesto dell’articolo. Un secolo fa, il 31 luglio 1919, nasceva a Torino Primo Levi, scrittore, testimone e «martire» della Shoah. Recluso ad Auschwitz nel marzo 1944 a 24 anni, vi rimase 11 mesi. Fu uno dei pochissimi che riuscì a sopravvivere. L’11 aprile 1987, testimone dell’orrore del campo, «martire» della disumanità e dell’umilia­zione, Levi non ha più saputo resistere alla vergogna e all’umiliazione. 

Perché l’articolo è importante? 

L’articolo recupera, dalle tre opere autobiografiche di Primo Levi, la vita e l’orrore del Lager. Opere che nascono non dalla letteratura, ma dalla sofferenza, vissuta, meditata e mai del tutto accettata. La liberazione e il penoso rientro in Italia gli permettono di guardare con chiarezza di che cosa fosse fatta quella «morte»: la distruzione dell’uomo, della persona, della coscienza. «Esiste un assassinio peggiore dell’uccisione, quel­lo di spegnere in un uomo la vitalità […], un mondo in cui ogni umanità è spenta, deserto radicale dello spirito, paradigma assoluto dell’inferno sulla Terra».

Si coglie il coraggio di raccontare e il dovere di testimoniare come vocazione di Primo Levi: non imponendo una sua visione, ma rivelando la propria esperienza del male che è nella storia e che può sempre riemergere in forme nuove.

Le tre opere autobiografiche di Levi sono anche un documento eccezionale di umanità, dove risaltano personag­gi che con la loro originalità emergono nello squallore del Lager. La memoria di Levi è anche un documento storico sui tedeschi. D’altra parte non poteva non esserlo. Lo sguardo è severo e tagliente.

Quali sono le domande che l’articolo affronta?

  • Levi sembra chiedersi: se questa è la nostra esistenza, fatta di sofferenza, di orrore, di caos, di nulla, che significato ha la vita? Vale ancora la pena di vivere?
  • Levi vive anche la tragedia dei «salvati»: è la vergogna di essere vivo al posto di un altro? «Potrei essere vivo […] a spese di un altro; potrei avere soppiantato, cioè di fatto ucciso. I “salvati” del Lager non erano i migliori…». I migliori infatti sono stati «sommersi».

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PRIMO LEVI AND THE POISON OF AUSCHWITZ

This year marks the centenary of the birth of the writer, witness and “martyr” of the Shoah, Primo Levi (Turin, July 31, 1919). He graduated with a degree in chemistry, which he practiced before and after his deportation. Primo Levi was also a partisan, and upon being captured, he was sent to the Fòssoli concentration camp because he was Jewish, and from there was imprisoned in Auschwitz in March 1944 at the age of 24. He remained there for 11 months, and was one of the very few who managed to survive. His three autobiographical works narrate the life and horror of the Lager; yet, they are not literary in the usual understanding of the term, but instead recount a lived, meditated and never fully accepted suffering. This article traces the inhumanity which marked Levi’s life and the mystery of his death, but also the lessons that, paradoxically, emerged from this tragic experience.

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Primo Levi, «martire» della «Shoah»

ABSTRACT – Trent’anni fa moriva suicida, all’età di 67 anni, Primo Levi.  Era un chimico che soleva definire il suo lavoro «il mestiere di giorno», per distinguerlo dall’altro, quello di notte, consistente in un’attività di scrittura di ciò che gli...