Papa Francesco e lo sceicco Ahmad al-Tayyeb, Grande imam di al-Azhar (foto: www.cristianitoday.it)

LA FRATELLANZA UMANA

Il suo valore trascendentale e programmatico nell’itinerario di papa Francesco

Quaderno 4058

pag. 114 - 126

Anno 2019

Volume III

20 Luglio 2019
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Nell’itinerario di papa Francesco la fratellanza, l’essere fratelli, è un valore trascendentale e ha carattere programmatico. Se «si passa oltre», dandola per scontata, o se la si utilizza con leggerezza, quasi che dire «fratelli» bastasse a evitare le tentazioni dell’indifferenza, della burocrazia e dell’autoritarismo, significa che non se ne sono approfondite a sufficienza la ricchezza e la capacità di generare dinamiche positive.

Utilizziamo volontariamente l’espressione evangelica della parabola del buon samaritano «passare oltre», perché, se la scusa del sacerdote e del levita per non accostarsi al ferito era formale – non contaminarsi –, è bene tuttavia ricordare che la legge, pur proibendo, per esempio, di «toccare» un cadavere, faceva eccezione per quelli dei familiari stretti[1]. Insistere su una fratellanza espressa in gesti concreti e approfondirla consentono di superare false dicotomie[2].

La fratellanza è il primo tema al quale ha fatto riferimento papa Francesco nel giorno della sua elezione, quando ha chinato la testa davanti alla gente e, definendo la relazione vescovo-popolo come «cammino di fratellanza», ha espresso questo desiderio: «Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza»[3].

Da lì in avanti questo cammino di fratellanza, da lui risolutamente intrapreso, ha avuto molte tappe significative. La più recente è il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune[4]. In questo documento, firmato ad Abu Dhabi, il Grande imam e il Papa spiegano come tutto ciò su cui si sono intesi in più di un anno di lavoro comune sia derivato da questo «valore trascendentale»: «La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare»[5].

La fratellanza è un vero «punto di partenza»: in tutti gli enti reali c’è qualcosa che permette di pensarli, analogicamente, come «fratelli», sia se si guarda al mistero dell’origine comune, sia alla possibilità di affratellarsi. In quanto punto di partenza, la fratellanza ha valore programmatico, come afferma Christoph Theobald. Il teologo gesuita fa vedere che quando il Papa parla di una «fraternità mistica» (Evangelii gaudium [EG], n. 92), lo fa «programmaticamente», e che non si tratta di un dato ovvio, ma di una questione «assolutamente “fondamentale”, una questione di “stile”»[6]. E sappiamo che «lo stile cristiano non [è] questione di forma e di gusti, bensì di contenuto e di annuncio del kerygma, quindi di pastorale e di dottrina»[7].

Se consideriamo il «pontificato» di Francesco secondo il significato di questo termine, vale a dire dei «ponti» che ha costruito, possiamo affermare che quella prima richiesta di preghiere non è stata l’espressione generica di un desiderio, bensì una domanda precisa, un vero e proprio punto di partenza, del quale il Papa si è fatto carico e che poi ha trasformato in gesti passo dopo passo. La scelta del nome «Francesco» e l’incontro con il Grande imam di al-Azhar, nell’ottocentesimo anniversario di quello di san Francesco con il sultano dell’Egitto, sono fatti che non richiedono spiegazioni, ma piuttosto invitano a un tempo di contemplazione per approfondirne il significato.

Ci addentreremo nel tema della fratellanza attraverso quattro passi: in primo luogo considereremo l’esperienza familiare; poi discerneremo il messaggio evangelico al riguardo; quindi faremo una riflessione più approfondita da un punto di vista filosofico; e infine mostreremo come essa aiuti a risolvere dicotomie a livello economico e sociale.

Storie di fratelli

Conversavamo a Roma, nella parrocchia di San Saba – il nucleo romano di accoglienza per uomini rifugiati gestito dal Centro Astalli[8] –, con due fratelli, non di sangue, ma amici: Morro, gambiano, e Sheer, pakistano. Parlavamo un po’ di tutto: dei nostri Paesi, del clima, di poco più di 2 milioni di abitanti del Gambia («Non siamo un Paese – diceva Morro, ridendo –, ma piuttosto una provincia»), dei 220 milioni del Pakistan e dei 46 milioni dell’Argentina… E come sempre, io ho chiesto loro della famiglia, di quanti fratelli avessero. La domanda li ha fatti sorridere e li ha messi un po’ in imbarazzo.

Il massimo grado di «riassetto mentale» davanti a una domanda che non rientra nei propri schemi l’avevo constatato quando, qualche sera prima, avevo domandato a un altro amico, Moustapha, quanti fossero nella sua famiglia. Lui aveva cominciato a fare il conto, prima a mente e poi sulla punta delle dita: le mogli di suo padre erano quattro, da sua madre aveva avuto cinque figli, dall’altra… Non sapeva essere preciso, ma la somma totale era almeno 28 tra fratelli e fratellastri. Ovviamente, egli conosceva bene i suoi quattro fratelli da parte della madre, ma quelli da parte delle altre mogli un po’ gli sfuggivano. E la differenza di età comportava che alcuni figli nati dal primo matrimonio avessero una trentina d’anni più di lui.

Quella sera Morro, dal canto suo, mi ha detto che loro sono cinque figli di sua madre, e poi ce ne sono altri quattro. Sheer ha sorriso e mi ha detto che pensava che io non avessi capito che i musulmani possono avere diverse mogli e che la difficoltà di Morro a dirmi quanti fratelli avesse fosse dovuta a ciò. Gli ho risposto che sì, l’avevo capito. Ma mentre lo dicevo, mi sono reso conto che lo capivo in astratto, perché il fatto di avere uno stesso padre con fratellastri di altre madri è qualcosa che rivela una profonda differenza esistenziale. Eppure si basa su una uguaglianza!

Possiamo spiegarlo con un esempio: quando si discutono questioni teologiche tra musulmani e cristiani, tra ebrei e buddisti, si comprende che il concetto ultimo di Dio è uno solo, ma si percepisce che le immagini – o non-immagini – e i sentimenti di cui il concetto viene caricato creano una certa estraneità e stabiliscono una notevole distanza. Quando parliamo di «fratelli», invece, le immagini e gli affetti che la parola evoca e la stessa estraneità suscitano simpatia. Si capisce l’imbarazzo dell’altro per una fratellanza di tanti fratelli di fronte a una società in cui prevalgono i figli unici. Le risonanze e le ripercussioni personali e sociali sono infinite. Essere figlio unico può portare al desiderio di avere molti «fratelli per scelta», come si chiamano gli amici, oppure all’individualismo egoistico. Avere una grande quantità di fratelli e fratellastri può portare a una chiusura tribale o a un più ampio sentimento di parentela. La dinamica della fratellanza è sempre luogo di decisione e di scelta libera e consensuale, in base alla quale si è più o meno fratelli.

La famiglia introduce la fratellanza nel mondo

La famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri» (EG 66). Nella vita familiare la fratellanza è la relazione che inizia con l’arrivo del secondo figlio e primo fratello. Come relazione è successiva alle altre – di coppia, di paternità/maternità e di figliolanza –, ma quando avviene, modifica le precedenti, e possiamo dire che, nel completarle in se stesse, permette che si aprano a influenzare le relazioni economiche, sociali, politiche e religiose. Il secondo figlio, stabilendo, con la sua presenza, questa nuova relazione familiare, schiude la porta a relazioni più ampie, spalanca la famiglia all’amore e alla fratellanza sociale. E così tutti i successivi fratelli. Afferma papa Francesco: «La famiglia è la relazione interpersonale per eccellenza in quanto è una comunione di persone. Coniugalità, paternità, maternità, filiazione e fratellanza rendono possibile che ogni persona venga introdotta nella famiglia umana»[9].

Nell’esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) il Papa dedica una sezione speciale a «Essere fratelli», in cui dichiara: «La relazione tra i fratelli si approfondisce con il passare del tempo, e “il legame di fraternità che si forma in famiglia tra i figli, se avviene in un clima di educazione all’apertura agli altri, è la grande scuola di libertà e di pace. In famiglia, tra fratelli si impara la convivenza umana […]. Forse non sempre ne siamo consapevoli, ma è proprio la famiglia che introduce la fraternità nel mondo! A partire da questa prima esperienza di fraternità, nutrita dagli affetti e dall’educazione familiare, lo stile della fraternità si irradia come una promessa sull’intera società”» (AL 194).

Come accade che l’amore fraterno apra la via perché possano darsi relazioni sociali rispettose della diversità? Ecco cosa ha detto una madre in occasione della nascita del suo secondo figlio: «E la cosa più importante è questa: il “secondo” conferma quello che già sospettavamo (nonostante una grande paura…), cioè che è possibile innamorarsi di un altro figlio con la stessa passione e intensità riservata al primo».

Ciò che esprime questa madre è un’esperienza profonda del fatto che l’amore non diminuisce tanto più, quanto più si distribuisce, ma anzi accade il contrario. Come afferma lei stessa, non si tratta di un’esperienza pura, cioè esente da timori. Come i padri trasmettono ai figli quell’amore integro nella differenza, così quella stessa differenza è l’origine dei conflitti tra i fratelli. Ma, come fa notare il Papa, «l’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune. C’è bisogno di liberarsi dall’obbligo di essere uguali» (AL 139).

È importante soffermarsi su questa affermazione. Infatti essa discerne l’inganno e la schiavitù che si nascondono dietro quell’«obbligo di essere uguali» che tutti gli identitarismi danno per scontato. Opponendosi a tale tentazione, il documento di Abu Dhabi fonda questo concetto di libertà, dicendo: «[La] Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi»[10].

Carattere esistenziale della fratellanza

Il punto decisivo sta nel carattere irrinunciabilmente esistenziale della simultanea esperienza di uguaglianza e differenza che si dà nella relazione di fratellanza. Le uguaglianze e differenze tra fratelli sono tante quante i fratelli stessi; ma c’è una certezza che riempie inevitabilmente di stupore, ed è che ognuno dei fratelli comprende esattamente ciò che prova l’altro, quando dicono: «Siamo ugualmente figli degli stessi genitori e siamo differenti». Si arriva a comprendere i propri genitori quando si diventa padri; con i fratelli, invece, la crescita nella fratellanza è costante e avviene alla pari.

Una peculiarità di quello che abbiamo chiamato «carattere esistenziale» consiste nel fatto che la dinamica della fratellanza agisce da dentro verso fuori, dal tutto verso le parti. I vincoli affettivi uniscono prima il centro del nostro essere personale, che è l’essere figli, e poi, in diversa misura, le parti. Per questo l’unità è così forte ed è capace di rigenerare una frattura avvenuta a livello di idee, di sentimenti o di scelte, rinviando sempre a quel centro personale-familiare.

Rispetto ai nostri fratelli, possiamo pensare diversamente, avere sentimenti dissimili e compiere scelte di vita differenti, ma resta la certezza che, se a qualcuno di questi livelli si genera un conflitto, lo si potrà appianare – e, al limite, farsene carico, se non è possibile risolverlo –, così da non spezzare completamente il legame fraterno.

Un esempio, che spiega questa dinamica di superamento, lo si può vedere nelle liti tra fratelli: se esse contagiano i figli e i nipoti, ciò non si verifica «automaticamente», come accade quando non ci sono vincoli di sangue. Il legame tende a ricostruirsi anche col passare del tempo e anche se ci sono stati allontanamenti tra i componenti di una famiglia. La sua logica è l’antidoto contro i virus dell’accanimento, che sono ideologici, e pertanto astratti. La presenza reale dell’altro e l’incontro faccia a faccia tendono a smorzare – per la fragilità e il limite della carne – una violenza che i media virtuali invece rafforzano.

Il carattere esistenziale della fratellanza, quindi, aiuta a relativizzare le idee, almeno nel senso di non rassegnarsi al fatto che un conflitto insorto da una disparità di vedute e di opinioni prevalga definitivamente sulla fratellanza.

Prolungamento dell’incarnazione, protocollo con cui verremo giudicati

In un messaggio alla professoressa Archer, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, il Papa desume i motivi fondamentali dell’importanza della fratellanza dalle parole del Signore: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Da questa frase Francesco trae due conseguenze fondamentali, che ha voluto indicare sin dall’inizio del suo pontificato. La prima è: «“Nel fratello si trova il permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi” (EG 179)». La seconda: «Infatti, il protocollo con cui saremo giudicati è basato sulla fratellanza»[11].

Pertanto il Papa pone la fratellanza in una feconda tensione tra incarnazione e giudizio finale. Potremmo dire che la fratellanza – farci prossimi come fratelli – ci colloca nel presente, prolungando l’incarnazione del Signore, che proviene dal passato, e anticipando il giudizio finale futuro.

Il prolungamento dell’incarnazione mediante la fratellanza si dà a un livello che richiede un atto di libero arbitrio. Non si tratta di domandarci: «Chi è il mio (fratello) prossimo?», bensì: «Di chi mi faccio (fratello) prossimo?». Infatti, la fratellanza spirituale non dipende dalla carne o dal sangue, ma dallo Spirito (cfr Gv 1,13) e si realizza in un processo dinamico libero, quello di «avvicinarsi/affratellarsi». La fratellanza in Cristo scaturisce da una figliolanza comune, che è frutto dello Spirito, non della carne e del sangue. Se accogliamo Cristo come fratello, ci viene dato «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

La fratellanza è – e sarà – il protocollo del giudizio finale, che possiamo «anticipare» ogni giorno. La narrazione di quell’evento conclusivo si apre a diverse chiavi di lettura. Una è quella di pensare a che cosa dobbiamo fare per salvarci: aiutare i nostri fratelli, imparando a riconoscere Cristo in loro. E trovando in questo servizio la possibilità di compiere atti trascendenti, ovvero quelli che conferiscono il vero merito, l’unica moneta di scambio per guadagnarci il Cielo, se ci è concesso di esprimerci così, contrapponendo questo atteggiamento fraterno a una realizzazione autonoma di sé. Per entrare nel Cielo, quello che conta non sono gli atti volti a una perfezione autoreferenziale, ma quelli di amore verso i nostri fratelli. Dato che Cristo si è identificato con loro, ciò che facciamo per loro ha valore assoluto. Ma questa lettura resta pur sempre incentrata sul nostro merito.

Un’altra chiave di lettura si fonda su quello che il Signore ci dice nella parabola del Giudizio finale (cfr Mt 25,31-46). Qui dobbiamo fissare lo sguardo non tanto sul «comandamento di compiere azioni buone verso i poveri», ma sulla rivalutazione che il Signore opera di cose che, chi più chi meno, tutti già compiamo: dar da mangiare ai piccoli, per esempio, è una cosa che in famiglia si fa naturalmente, così come aiutare chi ha bisogno. Sebbene questo atteggiamento oggi venga minacciato – «aiutiamo gli immigrati a casa loro», si dice –, nessuno mette in discussione l’atto così fondamentalmente umano che è aiutare.

Se comprendiamo che il Signore s’incarna nei poveri affinché abbiamo la possibilità di amarlo concretamente, in ogni momento, dando trascendenza ai nostri gesti più umani, tutto cambia. Il Figlio unico e prediletto del Padre, dal momento che entra nella storia come Figlio dell’uomo, vi entra come fratello. La fratellanza è il rapporto familiare in cui la parità quanto a dignità si concilia con la diversità e indica la scelta, da parte del Signore, di uno stile che si può condividere liberamente. Come figli, dobbiamo essere adottati. Come fratelli, ci viene offerto di affratellarci, e veniamo accolti. In questo modo il Signore ci indica la fratellanza come la realtà mediante la quale vuole che prolunghiamo, insieme, la sua incarnazione e il suo ingresso nella nostra vita e nella nostra storia.

Quello di affratellarci è l’atto che più ci aiuta, e ci indica il cammino per incontrarci con il Signore. Non si pone l’accento soltanto sul «dare da mangiare», ma sul considerare l’altro come un fratello, così che l’offrirgli il cibo nasca spontaneo, come in famiglia, e trovi la sua giusta misura, che non può essere data da alcun criterio quantitativo esterno.

In questo modo la fratellanza si rivela come l’ultima relazione familiare, dopo quella coniugale, quella paterna/materna e quella filiale. Ed è la relazione che, aprendo le precedenti, le suggella tutte con il suo marchio di amore vero (agapē e amicizia). L’amore di possesso e l’amore fecondo possono essere assoluti soltanto in Dio. L’unico Padre è soltanto il Padre del Cielo, e l’unico Sposo è Gesù. Fratelli, invece, possiamo esserlo veramente tutti. Si richiede la nostra libertà: accettarci e amarci come fratelli. Ed è una relazione nella quale possiamo crescere e includere tutti, come dice Paolo: «Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù […]. Non c’è giudeo né greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,25-28).

Inoltre, Dio, che non è oggetto di visione diretta, può essere visto soltanto nell’alterità ben vissuta: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20). Per questo il Signore ci offre un cammino per «vederlo», che è quello di disporci esistenzialmente ad amare i fratelli che vediamo[12]. La fratellanza è, pertanto, lo spazio del Regno, e in quello spazio lo Spirito Santo può venire, abitare e agire. Egli ha bisogno dello spazio della fratellanza, che ci uguaglia a Cristo, è scelta liberamente grazie al discernimento, si sviluppa nel tempo e permette agli uguali di essere diversi.

Desiderio di una vera fratellanza: le parabole del banchetto

In che modo il Signore risveglia in noi il desiderio di una vera fratellanza? L’immagine più significativa è quella del banchetto, che è presente in molte parabole evangeliche. Essa è connessa con la fratellanza, perché, in fin dei conti, la relazione tra fratelli si gioca nel sedersi assieme alla stessa mensa. Ne è il segno.

Nella parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32), il banchetto offerto dal padre fa sì che si smascheri una fratellanza che nel corso degli anni era divenuta distorta. Il fratello minore se n’era andato di casa senza curarsi del maggiore: aveva parlato soltanto con il padre. E quando poi si converte, pensa ai salariati, non al fratello, di certo prevedendo il conflitto con lui. Il fratello maggiore non vuole partecipare al banchetto, non considera l’altro un buon figlio del padre. Nessuno dei due accenna minimamente alla relazione fra loro, ed è proprio su questo punto che invece insiste il padre: «Questo tuo figlio», dice il maggiore; «Tuo fratello», replica il padre con tenerezza. Il padre mette l’accento sulla fratellanza prima di affrontare qualsiasi altro problema di giustizia o di idee.

Ricordiamo che il Signore narra la parabola a quelli che lo rimproverano di «mangiare con i pubblicani e i peccatori», mostrando che lui mangia «con i fratelli». Sedersi alla stessa mensa è «il» segno della vera fratellanza. Impedirlo, per qualsiasi motivo, significa ricreare l’atteggiamento del figlio maggiore della parabola.

Scegliendo di restare sotto le specie del pane e del vino, il Signore non sceglie un oggetto materiale concreto che si possa isolare dal suo significato profondo: venire mangiato in una mensa fraterna. Il Signore sceglie il pane e il vino, perché veicolano la fratellanza, che è il sedersi attorno alla stessa mensa e condividere lo stesso cibo. A questo scopo egli lava perfino i piedi a tutti gli apostoli, anche a Giuda. La dinamica della mensa è la più adatta a «rendere degni» i partecipanti: degni in quanto fratelli uguali nella loro diversità.

L’ amicizia, tra amore familiare e amore di amicizia

Riuniti attorno alla mensa comune, il Signore dà il suo comandamento: «Amatevi come io vi ho amato». Il «come» indica in maniera fondamentale lo stile fraterno del Signore: amatevi come fratelli. Afferma il Papa nell’esortazione apostolica Christus vivit (CV): «Se l’amore fraterno è il “comandamento nuovo” (Gv 13,34), se è la “pienezza della Legge” (Rm 13,10), se è ciò che meglio manifesta il nostro amore per Dio, allora deve occupare un posto rilevante in ogni piano di formazione e di crescita dei giovani» (CV 215).

Questo comandamento risveglia un particolarissimo desiderio mimetico: quello che sorge quando si vede un fratello trattare con amore un altro fratello. È il desiderio di imitazione più potente e disinteressato, del quale ci si può appropriare liberamente. Esercitando questo amore fraterno, si cresce allo stesso livello come fratelli, e così cresce l’intera famiglia.

La fratellanza definisce anche l’amicizia. Gli amici, si dice, sono i fratelli che ci scegliamo liberamente. Se il vincolo con i genitori dà il germe dell’unità di sangue, che prevale su tutte le differenze abbracciandole come legittime, il vincolo dell’amicizia con una persona estranea alla famiglia esprime e mette in evidenza il carattere di libertà – vale a dire «spirituale» – della relazione. La fratellanza si pone così tra i due amori – quello basato sul sangue e quello basato sulla libertà –, affratellandoli, trasformando il vincolo di sangue in un legame libero e incarnando il vincolo spirituale.

È questa la dinamica del circolo virtuoso che apre ed estende la fratellanza a tutte le relazioni sociali.

La fratellanza consente agli uguali di essere persone diverse

È per questo che la «fratellanza» è la parola chiave, come sottolinea il Santo Padre. Lo è di certo, se si vuole superare la dicotomia attuale, a livello economico, tra «il codice dell’efficienza – che basterebbe da solo a regolare i rapporti tra gli esseri umani entro la sfera dell’economico – e il codice della solidarietà – che regolerebbe i rapporti intersoggettivi entro la sfera del sociale»[13].

Non basta parlare soltanto di «solidarietà», perché ci può essere solidarietà senza fratellanza. Invece, la fratellanza comprende la solidarietà, è un concetto più inclusivo. «Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fratellanza è quello che consente agli eguali di essere persone diverse. La fratellanza consente a persone che sono eguali nella loro essenza, dignità, libertà, e nei loro diritti fondamentali, di partecipare diversamente al bene comune secondo la loro capacità, il loro piano di vita, la loro vocazione, il loro lavoro o il loro carisma di servizio»[14].

L’«uguaglianza» che rispetta e avvalora per davvero la diversità è uguaglianza nella dignità, creaturale e personale, prima che in qualsiasi altra cosa. Rispettare e far sentire l’altro come un fratello è la base di qualsiasi relazione interpersonale e sociale, perché fa giustizia, rendendo uguali nella dignità prima ancora dell’azione. Non si dà una vera relazione sociale giusta fuori da questo atteggiamento di fratellanza, la cui misura non è mai unilaterale, perché tutti i fratelli devono concordare su ciò che è «fraterno», partendo dalla loro diversità accettata e rispettata.

La chiave per non spostare i problemi

Nelle polarizzazioni che attraversano la società attuale, al di là del tema specifico oggetto di conflitto, il motivo di fondo consiste nello spostare i problemi dall’ambito esistenziale – che è questione di vita o di morte e che viene spesso differito – all’ambito ideologico, che si congela e si protrae all’infinito. In tanti suoi messaggi, ma in particolare nelle encicliche e nelle esortazioni apostoliche, il Papa dà il suo apporto per discernere i problemi principali da quelli secondari. La fratellanza è una delle chiavi per definire il rapporto con Dio e quello con gli altri: famiglia, comunità, Chiesa, politica.

La fratellanza rimanda a un solo Padre, o accettato per rivelazione secondo una teologia della creazione, oppure liberamente atteso mentre si vive un atteggiamento concreto di amore fraterno con chi ora abbiamo di fronte: il prossimo. Il Papa scrive nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate (GE): «In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni, Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Non ci consegna due formule o due precetti in più. Ci consegna due volti, o meglio, uno solo, quello di Dio che si riflette in molti. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio» (GE 61).

La fratellanza non consente di spostare il problema di Dio all’ambito «ideale» o «cultuale»: lo ricolloca nell’ambito reale delle relazioni di giustizia, misericordia e carità con i fratelli concreti. Per questo il Papa nella Christus vivit incoraggia così i giovani: «Correte “attratti da quel Volto tanto amato, che adoriamo nella santa Eucaristia e riconosciamo nella carne del fratello sofferente”» (CV 299).

La fratellanza costituisce il tessuto che consente alle nostre relazioni sociali di rafforzarsi rispettando la diversità. Nell’ Amoris laetitia il Papa ci ricorda che «Dio ha affidato alla famiglia il progetto di rendere “domestico” il mondo, affinché tutti giungano a sentire ogni essere umano come un fratello» (AL 183).

La fratellanza non permette di dissociare Vangelo, lotta per la giustizia sociale e cura del Pianeta. Perciò l’Evangelii gaudium parla dell’«entusiasmo di vivere il Vangelo della fraternità e della giustizia!» e dell’«assoluta priorità dell’“uscita da sé verso il fratello”» (EG 179). L’esortazione apostolica Gaudete et exsultate ricorda che Gesù stesso «si è fatto periferia (cfr Fil 2,6-8; Gv 1,14). Per questo, se oseremo andare nelle periferie, là lo troveremo: Lui sarà già lì. Gesù ci precede nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima ottenebrata. Lui è già lì» (GE 135).

E l’enciclica Laudato si’ (LS) parla di «sora nostra matre Terra» (LS 1) e di «fraternità universale» (LS 228), seguendo l’esempio di san Francesco di Assisi: «Il suo discepolo san Bonaventura narrava che lui [Francesco], “considerando che tutte le cose hanno un’origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature, per quanto piccole, con il nome di fratello o sorella”» (LS 11). La fratellanza è criterio orientativo del discernimento, che «non è un’autoanalisi presuntuosa, una introspezione egoista, ma una vera uscita da noi stessi verso il mistero di Dio, che ci aiuta a vivere la missione alla quale ci ha chiamato per il bene dei fratelli» (GE 175).

Così vediamo, nell’itinerario di papa Francesco, che lo stile fraterno e i gesti concreti di fratellanza lo aiutano a risalire all’origine stessa dei conflitti senza restarne invischiato. La fratellanza è l’atteggiamento che rende possibile trovare vie per superare ogni ostacolo. Per questo occorre approfondire e rafforzare questo vincolo indistruttibile e insostituibile.

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HUMAN BROTHERHOOD. Its transcendental and programmatic value in Pope Francis’ itinerary

In Pope Francis’ itinerary, brotherhood, and being brothers, holds a transcendental value and has a programmatic character. This article explores the theme of brotherhood through four steps: it considers the family experience, which introduces into society a sense of diversity in equality; discerning the Gospel message in this regard, which shows us brotherhood as the reality where the Incarnation and God’s entry into our life and our history are prolonged; a philosophical reflection on brotherhood, which transforms blood ties into a free bond and embodies the spiritual connection; and, finally an illustration of how brotherhood helps to resolve dichotomies at an economic and social level.

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[1].      Cfr J. Jeremias, Le parabole di Gesù, Brescia, Paideia, 1973, 248.

[2].      Cfr F. Körner, «Fratellanza umana. Una riflessione sul Documento di Abu Dhabi», in Civ. Catt. 2019 II 313-327.

[3].      Francesco, Primo saluto del Santo Padre, 13 marzo 2013, in w2.vatican.va

[4].      Cfr Francesco – Ahmad Al-Tayyeb, Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.

[5].      Ivi.

[6].      C. Theobald, Fraternità. Il nuovo stile della Chiesa secondo Papa Francesco, Magnano (Bi), Qiqajon, 2016, 60.

[7].      E. Bianchi, «Introduzione» a C. Theobald, Fraternità…, cit., 8.

[8].      Il Centro Astalli è la sede italiana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati (JRS).

[9].      Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dalla Federazione Europea delle Associazioni Familiari Cattoliche (FAFCE), 1° giugno 2017.

[10].    Francesco – Ahmad Al-Tayyeb, Documento sulla fratellanza umana…, cit.

[11].    Francesco, Messaggio alla professoressa Margaret Archer, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, in occasione della sessione plenaria, 24 aprile 2017.

[12].    «L’amore per la gente è una forza spirituale che favorisce l’incontro in pienezza con Dio fino al punto che chi non ama il fratello “cammina nelle tenebre” (1 Gv 2,11), “rimane nella morte” (1 Gv 3,14) e “non ha conosciuto Dio” (1 Gv 4,8). Benedetto XVI ha detto che “chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio”, e che l’amore è in fondo l’unica luce che “rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire”» (EG 272).

[13].    Francesco, Messaggio alla professoressa Margaret Archer…, cit.

[14].    Ivi.

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