Un secolo fa, il 31 luglio 1919, nasceva a Torino Primo Levi, scrittore, testimone e «martire» della Shoah[1]. Laureatosi in chimica, esercitò la professione prima e dopo la drammatica esperienza del campo di concentramento. Fu anche partigiano, e proprio in quel frangente fu catturato, mandato nel campo di Fòssoli (vicino Modena) perché ebreo, e poi recluso ad Auschwitz nel marzo 1944. Aveva 24 anni e vi rimase 11 mesi, fino alla liberazione, nel gennaio del 1945. Fu uno dei pochissimi che sopravvissero alla tragedia, fra le 650 persone che entrarono con lui nel Lager. Dopo la liberazione, riuscì a raggiungere Torino dopo un tortuoso e assurdo viaggio di diversi mesi.
L’incontro con Lucia Morpurgo, che divenne sua moglie, lo aiutò a rientrare nella vita con serenità e ad affrontare in modo nuovo il passato. Si sentiva guarito dal male di Auschwitz, e in un’opera, Il sistema periodico, composta nel 1975, descrive così il suo essere scrittore e chimico: «[Da allora] lo stesso mio scrivere diventò un’avventura diversa, non più l’itinerario doloroso di un convalescente, non più mendicare compassione e visi amici, ma un costruire lucido, ormai non più solitario: un’opera di chimico che pesa e divide, misura e giudica su prove certe, e si industria di rispondere ai perché»[2].
Il reduce dalla tragica esperienza ritrova il significato del vivere, la gioia dello scrivere, l’entusiasmo perduto dopo tante sofferenze, e fa una scoperta: «Paradossalmente, il mio bagaglio di memorie atroci diventava una ricchezza, un seme: mi pareva, scrivendo, di crescere come una pianta. Ero pronto a sfidare tutto e tutti, allo stesso modo come avevo sfidato e sconfitto Auschwitz e la solitudine»[3].
Auschwitz sconfitto?
Levi scriveva queste pagine nel 1975 e, 12 anni dopo, l’11 aprile 1987, concludeva la vita tragicamente con un suicidio, gettandosi dalle scale di casa.
Nel 1985, in un’intervista alla Rai, gli viene posta la domanda cruciale: «[In lei c’è ancora] il veleno di Auschwitz? Ce n’è ancora qualche goccia?»[4]. La risposta è chiara e recisa: «No! Il tempo ha fatto il suo corso. Il veleno è stato esorcizzato…»[5].
La chiarezza della risposta non corrisponde alla verità che emerge dalle sue opere, una scrittura straordinariamente lucida, con cui egli fa capire che la tragedia della Shoah ha lasciato nella sua coscienza e nel suo corpo una ferita profonda. Le sue opere letterarie nascono non dalla letteratura, ma dalla sofferenza, vissuta, meditata, e tuttavia
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