La storia dell’unità d’Italia, come tutte le grandi vicende storiche, ha i suoi eroi (Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini) e i suoi protagonisti (o antagonisti); tra questi un posto particolare, sebbene collocati su fronti opposti, spetta al capo del Governo sabaudo, Camillo Benso conte di Cavour, e a papa Pio IX, cioè all’abile e lungimirante tessitore dell’unità d’Italia e al difensore intransigente dei diritti della Chiesa e del potere temporale. È difficile immaginare due personalità così diverse per cultura, sensibilità e carattere; eppure la vicenda di cui trattiamo li pose indirettamente uno davanti all’altro, confrontati su un problema — l’unità d’Italia — difficile, anzi impossibile, da risolvere sul piano diplomatico, sebbene, da quanto risulta dalle fonti, lo statista piemontese pensasse di poter «strappare» al Papa un qualche accordo da presentare all’apertura delle nuove Camere. Tale iniziativa, a dir poco ambiziosa, dice a chiare lettere che Cavour non conosceva affatto la complessa personalità di Pio IX o semplicemente — questa ci sembra l’ipotesi più sensata — ebbe sul suo conto informazioni errate o superficiali.
La missione Pantaleoni-Passaglia
Fra i tentativi posti in essere dal Piemonte per dirimere i contrasti con la Santa Sede e per tentare in extremis una riconciliazione con il Papa, un significato tutto particolate ebbe, verso la fine del 1860, l’iniziativa del conte di Cavour di intraprendere trattative riservate con la Segreteria di Stato vaticana, attraverso la mediazione di due influenti personalità del mondo romano, il medico Diomede Pantaleoni e l’abate Carlo Passaglia. Il Governo sabaudo, per poter indirizzare secondo il suo ambizioso progetto politico il movimento di unificazione nazionale già in atto, riteneva opportuno, per motivi di politica internazionale, fare il possibile per guadagnare alla propria causa Pio IX o, almeno, fare in modo che l’opinione pubblica sapesse che esso aveva fatto tutto il possibile per arrivare a un accordo con il Papa. Del resto, lo stesso Cavour confessò a un amico, che gli mostrava l’impossibilità e l’inutilità dell’impresa, di non dare molto peso alla sdegnosa contrarietà a trattare degli ambienti vaticani: «Le dichiarazioni generiche di conciliazione che io farò ci renderanno viepiù favorevole la pubblica opinione»[1].
La vicenda Pantaleoni-Passaglia, studiata sulle fonti vaticane dal p. Pietro Pirri e dal p. Giacomo Martina, è importante dal punto di vista storico per due motivi. In primo luogo, tale mediazione fu voluta e attivata non da sovrani (cioè dall’imperatore di Francia o dal re di Sardegna), ma direttamente dal presidente
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