L’OPZIONE PER IL «LOGOS» NEL PONTIFICATO DI FRANCESCO

Quaderno 4076

pag. 126 - 140

Anno 2020

Volume II

18 Aprile 2020
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Introduzione

Rivolgendosi ai membri del Parlamento europeo, il 25 novembre 2014, papa Francesco è ricorso all’immagine suggerita dagli affreschi dipinti da Raffaello in una Stanza del Vaticano: la celebre «Scuola di Atene», costituita da un incontro tra diversi filosofi pagani, dall’antichità greca fino all’epoca dell’apogeo musulmano, la cui presenza è indicata dal posto che vi occupa Averroè. Il Papa ha affermato che Platone, con il dito che punta verso il cielo, e Aristotele, che tende la mano verso la terra, «sono un’immagine che ben descrive l’Europa e la sua storia, fatta dal continuo incontro tra cielo e terra»[1].

Per la maggior parte dei pellegrini che contemplano questi affreschi situati nel cuore della Roma cattolica sembra ormai normale che il centro del cristianesimo romano abbia promosso la memoria di pagani quali Platone, Aristotele, o anche Averroè. Nelle comunità cristiane degli inizi non era evidente che la fede potesse integrare elementi di tradizioni pagane e potesse lasciarsi istruire da esse. In effetti, se Cristo porta a compimento la rivelazione iniziata dall’antica Alleanza, perché si dovrebbero ascoltare pagani come Aristotele o musulmani come Averroè? Non è sufficiente seguire Mosè, i profeti e gli apostoli che il Signore ha scelto?

Rispondendo a queste domande, Joseph Ratzinger sostiene che il cristianesimo ha adottato una «opzione fondamentale» per il logos. Questa scelta essenziale rende possibile una certa comunione tra il cristianesimo e le altre tradizioni filosofiche e religiose (pagane). Secondo il teologo tedesco, poi diventato papa, nella misura in cui la «Chiesa primitiva» credette che il suo Dio e la sua fede fossero legati alla verità, i cristiani si sono schierati dalla parte dei filosofi che contestavano le religioni i cui miti non sarebbero che illusioni. La scelta per il logos, in opposizione al mythos, si traduce nella scelta «per il Dio dei filosofi e contro gli dèi delle religioni [quelli della mitologia greca dell’epoca]»[2].

Per quanto paradossale possa apparire, questa opzione, che a prima vista sembra condurre all’intransigenza, può portare anche al dialogo con culture che si sono sviluppate al di fuori della cornice della rivelazione cristiana. Infatti, essa reca una tensione che segna il cristianesimo nella pluralità delle sue concretizzazioni. Da una parte, questa opzione ha implicato il martirio di molti cristiani che rifiutavano categoricamente di rendere un culto – religioso e idolatra – all’imperatore, evitando così di considerarlo come un semidio. Dall’altra parte, è a partire da essa che alcuni pagani furono integrati nella tradizione cristiana: san Giustino, per esempio, definì «cristiano» persino Socrate, nella misura in cui questo filosofo greco fu fedele al logos non soltanto nella ricerca intellettuale della verità, ma anche per la sua condotta di vita e per la sua aspirazione al Bene supremo.

Alla base dell’opzione fondamentale per il logos c’è la dottrina degli spérmata tou Logou («semi del Verbo»), che i Padri della Chiesa hanno teorizzato durante e dopo le persecuzioni iniziali inflitte dall’Impero romano ai cristiani. Tale dottrina sembra poter fondare una teologia delle religioni secondo la quale tutto il genere umano, e perfino l’intera creazione, contiene semi del Verbo: gli esseri umani sono partecipi della Verità di Dio, perché tutto è impregnato dei semi divini.

Che «l’intero genere umano» riceva questi semi, che partecipi al Logos che è Cristo[3], papa Francesco lo afferma esplicitamente in un’intervista rilasciata a p. Antonio Spadaro: «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno»[4].

Cercheremo ora di esaminare il significato e l’applicazione di tale «opzione fondamentale per il logos», che aiuta a comprendere le parole e i gesti dell’attuale Pontefice.

La lettura dell’opzione per il «logos» nel pontificato di Francesco

L’era di Jorge Mario Bergoglio sulla cattedra di Pietro non è esente da polemiche. Infatti, a volte si assiste, all’interno della Chiesa, a uno scontro in merito alla posizione di questo Papa, in particolare riguardo alla pena di morte, alla tollerante vicinanza ai musulmani, per non parlare dei dubbi che sono stati sollevati a proposito dell’esortazione apostolica Amoris laetitia[5].

Il paradigma secondo cui papa Francesco sembra pensare e agire può essere interpretato, a nostro avviso, come un modo di comprendere e di vivere la fede nel Dio legato al logos. Si tratta di un cammino che cerca la comunione senza annullare le differenze di vita, prospettive e tradizioni.

L’opzione per il logos in Francesco non rappresenta soltanto l’opzione della Chiesa primitiva per la filosofia, per la ragione universale, ma anche il tentativo, da parte della stessa comunità ecclesiale, di suscitare una maggiore integrazione: «La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione»[6].

È quindi una lettura della missione della Chiesa come promotrice della «cultura dell’incontro», a immagine di Gesù misericordioso. Basandosi sulla prospettiva di Benedetto XVI, riguardo alla fede in Dio da cui procede il Logos, papa Francesco afferma: «Un […] criterio ispiratore […] è quello del dialogo a tutto campo: non come mero atteggiamento tattico, ma come esigenza intrinseca per fare esperienza comunitaria della gioia della Verità e per approfondirne il significato e le implicazioni pratiche. […] Come ha sottolineato Papa Benedetto XVI, “la verità è ‘logos’ che crea ‘dia-logos’ e quindi comunicazione e comunione”. In questa luce, la Sapientia christiana, richiamandosi alla Gaudium et spes, invita a favorire il dialogo con i cristiani appartenenti alle altre Chiese e comunità ecclesiali e con coloro che aderiscono ad altre convinzioni religiose o umanistiche»[7].

Citando la Caritas in veritate (CV), n. 4, Francesco ricorre alla dottrina della presenza dei semi divini in tutta la creazione per indicare la possibilità di un dialogo tra la Chiesa e le altre tradizioni, anche non cristiane. Sembra quindi che egli, per quanto riguarda l’«opzione fondamentale», ne tragga soprattutto la conseguenza di un dialogo come luogo di incontro tra persone diverse, prospettive diverse e percorsi diversi.

L’applicazione dell’opzione per il «logos» nel pontificato di Francesco

Nel corso dei precedenti pontificati – in particolare, quelli di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI – l’opzione del cristianesimo per il logos si concentrava soprattutto sull’armonia tra fede e ragione. Papa Francesco sviluppa l’armonia fra i vari esseri umani, nella pluralità delle loro culture. Pertanto, più che dichiarare l’universalità della verità cristiana assoluta, applicabile a tutte le epoche e culture umane, egli cerca di rendere possibile la comunione tra culture o tradizioni diverse.

A questo proposito, l’opzione per il logos si traduce, per lui, nella promozione del dialogo, nel rispetto della pluralità inerente all’inculturazione del Vangelo, nel rispetto per il creato e nel rispetto per il percorso di ogni essere umano. Ora svilupperemo brevemente ciascuno di questi punti.

La promozione del dialogo

Già il teologo e cardinale Joseph Ratzinger aveva mostrato come la fede in un Dio che è intrinsecamente connesso al logos renda possibile l’incontro armonioso e accogliente con coloro che la Chiesa ha sempre definito «uomini di buona volontà». Lo dimostrano i dialoghi cordiali e profondi che egli ha intrattenuto con il filosofo Jürgen Habermas[8].

Quando si riferisce all’opzione per la filosofia, Ratzinger collega la possibilità di dialogo, comunicazione e comunione soprattutto alla capacità della ragione universale di raggiungere la verità. Papa Francesco, dal canto suo, più che insistere sull’universalità della ragione, sottolinea l’importanza dell’accoglienza dell’altro nella sua situazione attuale. Per entrambi, tuttavia, il Logos, che è il Verbo, non si riduce alla pura ragione: è soprattutto l’essere relazionale, capace di amare, perché «Dio è amore» (1 Gv 4,16).

Così, da una parte ci troviamo davanti a un’immagine strettamente metafisica di Dio, dall’altra davanti a un’immagine di un Dio-Amore: «Dio è in assoluto la sorgente originaria di ogni essere; ma questo principio creativo di tutte le cose – il Logos, la ragione primordiale – è al contempo un amante con tutta la passione di un vero amore»[9].

Il Dio cristiano è quindi concepito non soltanto come il Dio dei filosofi, che conferisce ordine e intelligibilità all’universo, ma soprattutto come il Dio-Amore che si rende presente nella creazione e nel tessuto sociale delle comunità umane. In questo modo papa Francesco cerca di mettere la Chiesa in dialogo con tutte le sfere sociali: un dialogo che non è solo né originariamente trasmissione  di un’idea compresa dalla ragione universale, ma «è molto di più che la comunicazione di una verità»[10].

L’«atteggiamento di apertura»[11] promosso da papa Francesco si colloca nel quadro dell’esperienza stessa della fede cristiana. Più che una strategia di comunicazione della fede intesa come un’idea o una verità astratta, esso è una partecipazione effettiva al modo di agire di Dio stesso: «Dio, amante della vita, non cessa di amare l’uomo e per questo lo esorta a contrastare la via della violenza, quale presupposto fondamentale di ogni alleanza sulla terra. Ad attuare questo imperativo sono chiamate, anzitutto e oggi in particolare, le religioni, perché, mentre ci troviamo nell’urgente bisogno dell’Assoluto, è imprescindibile escludere qualsiasi assolutizzazione che giustifichi forme di violenza. La violenza, infatti, è la negazione di ogni autentica religiosità»[12].

In queste parole che ha rivolto ai musulmani in Egitto, Francesco non fa alcun riferimento al fatto che l’islam o le altre religioni non cristiane non abbiano optato – come il cristianesimo – per il logos. Piuttosto, egli cerca di riscoprire questa opzione come possibilità di comunione, preghiera e collaborazione interreligiosa per la pace.

Lo conferma il documento storico che Francesco ha firmato con i rappresentanti di altre religioni[13]. Esso enuncia una serie di valori comuni per cristiani, musulmani e altri credenti: valori che sono riconosciuti come tracce del Verbo in tutta l’umanità. La pace, la tolleranza, la cooperazione sono richieste della «nostra fede comune».

Questa condivisione, da parte dei credenti di diverse religioni, di una «fede comune» non è in contraddizione con la dottrina del Dio-logos, che ha permesso alla tradizione cristiana di accogliere insegnamenti da pagani quali Socrate o Aristotele.

Pertanto, il dialogo che questa opzione rende possibile non soltanto è necessario per la costruzione della pace in futuro, ma costitui­sce già un aspetto dell’attuale pratica della fede. In questo senso, fedele alla tradizione cristiana, papa Francesco ha abbracciato lo sceicco Ahmad al-Tayyib, esattamente 800 anni dopo che il Poverello di Assisi, in un mondo segnato da conflitti religiosi, incontrò pacificamente il sultano Malik al Kamil. Alla violenza i due Francesco hanno anteposto il dialogo.

Per papa Francesco, l’atteggiamento di dialogo deriva più dalla pratica dell’amore che da esigenze razionali, perché questo corrisponde all’essenza divina e all’approccio di Gesù. Ad Abu Dhabi egli ha affermato: «Vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: “Beati i miti” (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: “Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani” (Regola non bollata, XVI)»[14].

Seguendo la linea del Concilio Vaticano II, il quale afferma che «la Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto c’è di vero e di santo nelle diverse religioni» (Nostra aetate, n. 2), papa Francesco cerca di rafforzare i legami tra uomini e donne, in modo da stabilire sinergie che siano in grado di superare le sfide attuali. Egli ha dichiarato: «Il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione. Educare all’apertura rispettosa e al dialogo sincero con l’altro, riconoscendone i diritti e le libertà fondamentali, specialmente quella religiosa, costituisce il modo migliore per edificare insieme il futuro, per essere costruttori di civiltà. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è la inciviltà dello scontro, non ce n’è un’altra»[15].

Il rispetto della pluralità inerente all’inculturazione del Vangelo

Così comprendiamo in che misura papa Francesco rispetti la diversità, all’interno della stessa tradizione cristiana. Per quanto riguarda l’evangelizzazione dei popoli, l’inculturazione è stata sempre una caratteristica dell’Ordine religioso a cui egli stesso appartiene. Sono stati i gesuiti a promuovere il principio secondo il quale i popoli non europei possono sviluppare e vivere la fede cristiana nel rispetto della propria cultura e della propria tradizione[16].

Questo aspetto peculiare del modo di procedere della Compagnia di Gesù appare nel magistero di Francesco come un elemento costitutivo del cristianesimo stesso. Nella sua prima enciclica, Lumen fidei (LF), proprio nel momento in cui afferma l’opzione cristiana per la fede in un Dio la cui natura è legata al logos, precisa che «l’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico costituì un passaggio decisivo affinché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli» (LF 32).

Per Francesco, l’annuncio del Vangelo «a tutti i popoli» implica il rispetto delle loro culture particolari. San Paolo VI, nell’enciclica preferita da Bergoglio, aveva dichiarato che la Chiesa non è mai esistita senza pluralismo: «Queste […] comunità saranno un luogo di evangelizzazione, a beneficio delle comunità più vaste, specialmente delle Chiese particolari, e saranno una speranza per la Chiesa universale […], nella misura in cui […] non si considerano giammai come l’unico destinatario o l’unico artefice di evangelizzazione – anche l’unico depositario del Vangelo! –; ma, consapevoli che la Chiesa è molto più vasta e diversificata, accettano che questa Chiesa si incarni anche in modi diversi da quelli che avvengono in esse»[17].

A causa della sua preferenza per una certa «teologia del popolo», Francesco legge l’Evangelii nuntiandi come espressione di quella che il teologo Yves Congar considera la «vera riforma» della Chiesa: è necessario partire dalla periferia per andare verso il centro, in modo che venga eliminato ogni elitarismo, al fine di rispondere ai bisogni concreti delle persone che abitano questo mondo[18]. Si manifesta così la visione ecclesiologica di papa Francesco, che considera la Chiesa come «un ospedale da campo»[19]. Lo stesso vale per l’esortazione a essere «pastori con “l’odore delle pecore”»[20], rispettando il sensus fidelium e promuovendo una maggiore sinodalità all’interno della Chiesa.

Dobbiamo anche ricordare come Bergoglio abbia sempre integrato l’inculturazione – ossia il rispetto per la cultura di ogni popolo e per la pietà popolare – con l’«opzione preferenziale per i poveri», sostenuta dalla Chiesa latinoamericana, soprattutto a partire da Medellín (1968) e da Puebla (1979)[21]. Così possiamo capire le parole che egli ha pronunciato nel 2018 a Puerto Maldonado, a proposito delle popolazioni indigene dell’Amazzonia: «Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza, ma autentici interlocutori – come pure di tutti i popoli originari ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato. È urgente accogliere l’apporto essenziale che offrono a tutta la società, non fare delle loro culture una idealizzazione di uno stato naturale e neppure una specie di museo di uno stile di vita di un tempo»[22].

La fede nel Dio profondamente legato al logos consente ai cristiani e alla Chiesa stessa di imparare dalle popolazioni indigene e dalle loro tradizioni. In particolare, riguardo a una «conversione ecologica», che diventa sempre più necessaria. Le parole di Francesco a proposito del Sinodo per l’Amazzonia, che è per lui un «figlio della Laudato si’», vanno in questa direzione: di fronte alla situazione di «emergenza globale» provocata dal cambiamento climatico, possiamo imparare dalle popolazioni indigene, garantendo allo stesso tempo i loro diritti[23].

Il rispetto per il creato

Entriamo così nel campo, molto caro a Francesco, dell’ecologia. La misericordia di Gesù si estende a tutte le creature. Nella misura in cui l’intero creato è riconducibile al logos divino, il rispetto per il Pianeta, «la nostra casa comune», non soltanto è necessario per la sostenibilità dello sviluppo umano sulla Terra, ma rappresenta anche un’esigenza dell’ortoprassi cristiana. Afferma il Papa nella Laudato si’ (LS): «Secondo la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine: “Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Il prologo del Vangelo di Giovanni (1,1-18) mostra l’attività crea­trice di Cristo come Parola divina (Logos)» (LS 99).

Quella che oggi viene indicata come l’«enciclica verde» di papa Francesco eleva la misericordia al rango di un «concetto cosmico»[24]. E questo è possibile solo perché il logos divino permea della sua presenza tutte le realtà, sia umane sia materiali. L’opzione per il Dio-logos consente quindi una «ecologia integrale», cioè la ricerca di un’armonia, e persino di una comunione, tra l’uomo, la terra e gli esseri che vi abitano. A questo proposito, riferendosi a Teilhard de Chardin, il Papa ha affermato: «Il traguardo del cammino dell’universo è nella pienezza di Dio, che è stata già raggiunta da Cristo risorto, fulcro della maturazione universale. In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispotico e irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio» (LS 83).

Il rispetto per il percorso di ogni essere umano

Per papa Francesco, l’opzione per il logos significa mettere in pratica il modo in cui Gesù si è relazionato con le creature. Le parole e i gesti del Pontefice sembrano trovare un’eco felice nella teologia di Christoph Theobald, in particolare per quanto riguarda il suo concetto di «stile»: la «santità ospitale» di Gesù è uno stile di vita offerto a ciascuno di noi come possibilità di un’esperienza personale[25].

Theobald osserva che la nozione di «stile» ricorre spesso nei documenti di questo Pontefice: 22 volte nell’Evangelii gaudium, 18 volte nella Laudato si’[26]. Ne risulta che lo «stile di vita profetico» richiesto dal Papa[27] si avvicina all’idea di Theobald della coincidenza tra «la missione» e «la santità ospitale»[28]. Il teologo francese afferma che, quando si leggono le narrazioni evangeliche, la fede dei personaggi nasce all’interno di un processo di incontro e di relazione, in un processo personale[29]. Ogni essere umano può fare esperienza di questa «ospitalità» mettendola in pratica. Pertanto, oltre che nel rispetto delle diverse tradizioni sia all’interno sia all’esterno della Chiesa, l’opzione per il Dio-logos in Francesco si manifesta anche nel rispetto del percorso di ogni singolo essere umano.

Questo approccio dialogico e interpersonale alimenta gli sforzi per sviluppare una teologia narrativa. Così, se si riconosce la presenza dei semi di Dio in ogni persona umana, questa è chiamata a far maturare tali semi a partire dalla situazione concreta in cui si trova nella sua storia personale[30]. In questo senso, papa Francesco insiste sull’importanza di una fede autentica, cioè fondata su un’esperienza personale di incontro con Gesù. Egli ci esorta con queste parole: «Se riesci ad apprezzare con il cuore la bellezza di questo annuncio e a lasciarti incontrare dal Signore; se ti lasci amare e salvare da Lui; se entri in amicizia con Lui e cominci a conversare con Cristo vivo sulle cose concrete della tua vita, questa sarà la grande esperienza, sarà l’esperienza fondamentale che sosterrà la tua vita cristiana. Questa è anche l’esperienza che potrai comunicare ad altri […]. Perché “all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”»[31].

L’approccio pastorale di Francesco – nella sua preoccupazione di rispettare la situazione concreta di ciascuno e nella sua ricerca di un dialogo costante anche con chi non è cristiano – si basa sul principio secondo il quale la fede in Cristo è un dono divino che deve sempre provenire dall’interno della persona, dal suo incontro autentico con il Dio di Gesù. Cosicché «la prima motivazione per evangelizzare è l’amore di Gesù che abbiamo ricevuto, l’esperienza di essere salvati da Lui che ci spinge ad amarlo sempre di più» (EG 264).

Afferma il Papa nell’enciclica Lumen fidei (LF): «La fede nasce dall’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore, riceviamo occhi nuovi, sperimentiamo che in esso c’è una grande promessa di pienezza e si apre a noi lo sguardo del futuro. La fede, che riceviamo da Dio come dono soprannaturale, appare come luce per la strada» (LF 4).

«Logos» poliedrico

Per Francesco, il rispetto della pluralità delle esperienze umane, della molteplicità delle culture, della diversità dei modi di vivere il Vangelo, della varietà dei percorsi personali non si spiega unicamente con l’«opzione fondamentale» del cristianesimo per il logos, ma è dovuto anche alla sua concezione del logos, della ragione, della verità, espressa dall’immagine del poliedro: «Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità» (EG 236).

A questo proposito, come fa notare Massimo Borghesi nel suo studio sulle radici del pensiero di Bergoglio, si deve tener conto dell’influenza esercitata su di lui da Romano Guardini. Borghesi si riferisce soprattutto all’«antropologia polare» di Guardini, secondo la quale, contrariamente alla dialettica hegeliana, le differenze vengono mantenute in una tensione in cui esiste l’umano[32].

Comprendiamo così perché papa Francesco sembri non preoc­cuparsi della presenza di una tensione tra le differenze: l’unità non le sintetizza mai annullandole. In altre parole, a condizione che «un sano pluralismo […] davvero rispetti gli altri ed i valori come tali» (EG 255), il Dio-logos considerato da papa Francesco è plurale nelle sue sfaccettature e nelle sue manifestazioni, come d’altra parte è il Dio biblico.

Conclusione

I primi quattro papi che sono succeduti a san Giovanni XXIII avevano partecipato attivamente al Concilio Vaticano II. Francesco quindi è il primo papa che non vi è intervenuto. Si sta dunque realizzando un passaggio generazionale nella Chiesa. Questo può spiegare, in una certa misura, la sensazione di novità che si prova di fronte alle parole e ai gesti che caratterizzano il pontificato di Francesco. Non può essere messa in dubbio, tuttavia, la sua fedeltà al Concilio Vaticano II, soprattutto riguardo al ritorno alle fonti della Tradizione sempre in movimento[33].

Per Francesco, il ritorno alle fonti promosso dal Concilio è legato a una fede che vuole essere autentica. Questo è il motivo per cui non vi è in lui alcuna preferenza politica per alcune fazioni – progressiste o conservatrici[34] –, né una strategia artificiosa affinché la propria tradizione sopravviva a danno delle altre e ottenga una vittoria in modo puramente mondano. Piuttosto, l’approccio di papa Francesco è segno di una vera mistica.

Che ci siano a questo proposito persone di ogni estrazione sociale e di varie tradizioni che si sentono ascoltate da lui, che queste persone abbiano la sensazione di essere di fronte a qualcuno in cui non vi è alcuna doppiezza[35], non ci sorprende affatto. La promozione del dialogo a livello intraecclesiale, tra cristiani di diverse confessioni e tra persone di tutte le tradizioni religiose e umanistiche, più che una strategia per la sopravvivenza di un piccolo gruppo chiuso in se stesso, rappresenta un modo autentico di seguire Gesù misericordioso.

Il motto domenicano contemplata aliis tradere («trasmettere agli altri le cose che si sono contemplate») si adatta bene alla persona di Francesco. L’autenticità che la semplicità dei suoi gesti e la tenerezza del suo volto esprimono si fonda sulla convinzione della presenza dell’amore di Dio in tutto il creato.

In uno dei suoi pensieri, Pascal mette in guardia dal rischio di ridurre la verità cristiana al livello della ragione universale: «Ci si fa un idolo della verità stessa, perché la verità senza la carità non è Dio»[36]. Quando Francesco ci mette in guardia dai pericoli della rigidità dei nuovi gnostici e dei nuovi pelagiani[37], lo fa in funzione dell’esperienza dell’amore divino. Infatti, egli mostra che, se dovessimo tollerare con disprezzo le tradizioni diverse dalle nostre, questo approccio non sarebbe cristiano. In altre parole, un tale disprezzo, che difende una presunta verità assoluta e universale sarebbe slegato dal logos cristiano, che è soprattutto amore.

In questo senso, Francesco estende il dialogo e la carità oltre la sfera ecclesiale, a tutti gli esseri umani, anzi a tutte le creature: «Nel rispetto delle nostre differenze, la fede in Dio ci porta, infatti, a riconoscere l’eminente dignità di ogni essere umano, come pure i suoi diritti inalienabili. Noi crediamo che Dio ha creato gli esseri umani uguali in diritti, doveri e dignità e che li ha chiamati a vivere come fratelli e a diffondere i valori del bene, della carità e della pace»[38].

In un mondo sempre più secolarizzato, soprattutto in Occidente, e sempre più multiculturale a livello globale, è difficile vivere con fedeltà il Vangelo e saperlo trasmettere. Papa Francesco sembra seguire la via dell’umiltà. Ascoltando tutti e ciascuno attraverso il dialogo, mettendosi allo stesso livello degli altri, in modo da poter cooperare con loro per la costruzione della pace, egli agisce come il lievito che fa crescere l’impasto senza che nessuno se ne accorga (cfr Mt 13,33). Conformemente ai semi del Verbo che sono presenti in ogni essere umano, Francesco incoraggia i cristiani a testimoniare l’amore di Dio ovunque si trovino, credendo più nella fecondità spirituale della croce del Signore che nel successo valutato con criteri puramente mondani.

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[1].      Francesco, Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014. Su Raffaello e le Stanze del Vaticano, cfr G. Pani, «Raffaello: luci e ombre nella vita di un genio», in Civ. Catt. 2020 I 582-595.

[2].      J. Ratzinger, La foi chrétienne hier et aujourd’hui, Paris, Cerf, 2005, 80.

[3].      Cfr D. Minns – P. Parvis (eds), Justin, Philosopher and Martyr: Apologies, Oxford, Oxford University Press, 2009, 198-201 (su I Apologia, 46,1-6).

[4].      A. Spadaro, «Intervista a Papa Francesco», in Civ. Catt. 2013 III 470.

[5].      Cfr P. Stagi, Francesco: pensieri e parole. Etica, società e politica, Roma, Castelvecchi, 2019, 15-17.

[6].      Francesco, Omelia nella Messa con i nuovi cardinali e il collegio cardinalizio, Basilica Vaticana, 15 febbraio 2015.

[7].      Id., Costituzione apostolica Veritatis gaudium, n. 4.

[8].      Cfr J. Habermas – J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo, Venezia, Marsilio, 2005.

[9].      Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, n. 10.

[10].    Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG), n. 142.

[11].    EG 250.

[12].    Francesco, Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la pace, Il Cairo, 28 aprile 2017.

[13].    Cfr Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.

[14].    Francesco, Omelia ad Abu Dhabi, 5 febbraio 2019.

[15].    Id., Discorso ai partecipanti alla Conferenza internazionale per la pace, cit. (corsivi nel testo).

[16].    Cfr A. Ivereigh, The Great Reformer: Francis and the Making of a Radical Pope, New York, Henry Holt and Company, 2014, 64.

[17].    Paolo VI, s., Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 58.

[18].    Cfr A. Ivereigh, The Great Reformer…, cit., 92-94.

[19].    A. Spadaro, «Intervista a Papa Francesco», cit., 461.

[20].    Francesco, Omelia nella Santa Messa del Crisma, Basilica Vaticana, 28 marzo 2013.

[21].    Cfr A. Ivereigh, The Great Reformer…, cit., 182-185.

[22].    Francesco, Discorso nell’Incontro con i popoli dell’ Amazzonia, Puerto Maldonado, 19 gennaio 2018.

[23].    Cfr Id., «Il sovranismo mi spaventa, porta alle guerre», in La Stampa, 9 agosto 2019.

[24].    Cfr P. Stagi, Francesco: pensieri e parole…, cit., 130.

[25].    Cfr Ch. Theobald, Le christianisme comme style : une manière de faire de la théologie en postmodernité, 2 voll., Paris, Cerf, 2007 (in it., Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, vol. 1, Bologna, EDB, 2010).

[26].    Cfr Ch. Theobald, L’ Europe, terre de mission, Paris, Cerf, 2019, 244.

[27].    Cfr LS 222.

[28].    Cfr Ch. Theobald, L’ Europe, terre de mission, cit., 125.

[29].    Cfr ivi, 111 s.

[30].    A questo proposito, è interessante notare l’originalità della teologia narrativa che sembra emergere nel pontificato di Francesco, soprattutto per quanto riguarda il rispetto per ogni persona, anche per coloro che non sono cristiani, e il percorso che credenti e non credenti possono fare insieme. Cfr G. E. Rusconi, La teologia narrativa di papa Francesco, Roma – Bari, Laterza, 2017.

[31].    Francesco, Esortazione apostolica Christus vivit, n. 129.

[32].    Cfr M. Borghesi, Jorge Mario Bergoglio: una biografia intellettuale, Milano, Jaca Book, 2017.

[33].    Cfr A. Ivereigh, The Great Reformer…, cit., 91.

[34].    Cfr ivi, 368-392.

[35].    Cfr ivi, 129. A questo proposito, il documentario di W. Wenders, Pope Francis: A Man of His Word (2018) è illuminante.

[36].    B. Pascal, Pensées, in Id., Œuvres complètes, Paris, Seuil, 1963, 622.  

[37].    Cfr Francesco, Esortazione apostolica Gaudete et exsultate, nn. 35-62; 168.

[38].    Id., Discorso nell’Incontro con il popolo marocchino, le autorità, con la società civile e con il Corpo diplomatico, Rabat, 30 marzo 2019.

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THE OPTION FOR «LOGOS» IN FRANCIS’ PONTIFICATE

According to Joseph Ratzinger, Christianity, from the beginning of the development of its Tradition, has adopted an «option» for logos. At the basis of this fundamental choice is the doctrine of the spérmata tou Logou («seeds of the Word»); their presence is therefore conceived in the whole human race, and even in the whole of creation. The option for logos in Francis represents not only the choice of the early Church for philosophy, that is, for universal reason, but also the attempt, on the part of the ecclesial community itself, to provoke a greater integration of individuals, and different cultures.

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