Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), gesuita, antropologo e figura spirituale di rilievo, ha attraversato le tensioni forti di un Novecento complesso, segnato da guerre, ideologie e grandi scoperte[1]. Tra i lettori di de Chardin c’è stato anche Joseph Ratzinger. Il nome di Teilhard appare sei volte in Introduzione al cristianesimo, un’opera di Ratzinger del 1968, che è già divenuta un classico. Il nome del paleontologo gesuita è, infatti, uno dei più frequentemente citati in questo libro, che continua ad affascinare per la sua freschezza e novità in seno alla tradizione cristiana. Piaccia o no, Ratzinger ammira Teilhard. E, fin dai suoi primi lavori, considera il gesuita come un autore fondamentale per l’aggiornamento cristiano nel mondo moderno. Nelle parole del teologo divenuto Papa possiamo riconoscere che la «sintesi» proposta da Teilhard rimane «fedele alla cristologia paolina, il cui orientamento profondo è ben percepito e restituito a una nuova intelligibilità»[2].
È attraverso gli scritti di Ratzinger che possiamo constatare come la ricezione della visione teilhardiana fosse presente anche nel Vaticano II, pur se in modo un po’ marginale. Fu lui a ipotizzare, da protagonista del Concilio, che vi fosse un certo influsso dell’opera di Teilhard nella stesura della celebre Costituzione pastorale Gaudium et spes, soprattutto per quanto riguarda «il motto teilhardiano» secondo il quale «cristianesimo significa maggior progresso»[3].
Nell’inaugurare il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII ne ha ben sintetizzato l’obiettivo pastorale: tornare alle fonti e adattare l’azione della Chiesa al mondo moderno. Si trattava, in sostanza, di «mettere in contatto il mondo moderno con le energie vivificanti e perenni del Vangelo». Come Sommo Pontefice, Benedetto XVI cita questa frase del suo predecessore, san Giovanni XXIII, rivelando la sua interpretazione del Concilio come dialogo costruttivo tra la Chiesa, la storia e il «mondo della cultura» in genere. Avendo una «rinnovata consapevolezza della tradizione cattolica», il Vaticano II ha cercato di prendere «sul serio […] le critiche che sono alla base delle correnti che hanno caratterizzato la modernità», per discernerle, trasfigurarle e superarle dialogicamente. Così facendo, «la Chiesa accoglie e rigenera il meglio delle esigenze della modernità», ponendo al tempo stesso «le premesse di un autentico rinnovamento cattolico e di una nuova civiltà – la “civiltà dell’amore”»[4].
Comprendiamo quindi che il Papa teologo non afferma la continuità intrinseca della Tradizione cristiana in modo reazionario o fondamentalista. È vero che per lui la continuità in tutto il corso della traditio
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