INTERPRETARE LA REALTÀ

Quaderno 4099

pag. 3 - 12

Anno 2021

Volume II

3 Aprile 2021
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Questo testo inedito è databile tra la fine del 1987 e la metà del 1988, quando p. Bergoglio lavorava alla tesi su Romano Guardini e lo preoccupava la questione dell’impiego dell’analisi marxista per l’interpretazione della realtà in quanto esempio di uso di categorie obsolete, che si rivelano superate dalla realtà[1]. Si tratta di un manoscritto di appunti destinato ad ulteriore approfondimento.

L’ articolo di Alberto Methol Ferré, che Bergoglio cita in apertura, riflette su come dall’avvento del mondo industriale, a partire dalla Rivoluzione francese, la Chiesa si ponga risolutamente la questione delle relazioni con la classe operaia. All’inizio del XIX secolo, con Philippe Buchez[2], nasce un socialismo cattolico, che verrà poi soffocato dal movimento a tenaglia dell’integrismo intraecclesiastico e del marxismo ateo. Methol Ferré propone di tornare alle fonti del socialismo, nato etico e cristiano, una volta superati sia il marxismo dogmaticamente ateo sia, grazie al Concilio Vaticano II, quell’atteggiamento della Chiesa di critica al mondo contemporaneo senza riconoscerne i progressi.

Bergoglio si concentra sull’«esaurimento delle categorie di interpretazione della realtà», di cui parla Methol Ferré, ed elabora questi appunti, nei quali presenta una bozza di «ermeneutica della realtà» in cui criteri e categorie non siano meri «rattoppi». Questa categoria, insieme a quella di «traboccamento» («rebasamiento»), è divenuta importante a partire dal Sinodo per l’Amazzonia[3].

Le note di Bergoglio sono di particolare interesse quanto al metodo e quanto al contenuto. Forse qualcuno resterà sorpreso da un complesso stile di argomentazione che non è certo quello del Bergoglio pontefice. Riguardo al metodo, ci permette di scorgere un personale stile di pensiero di Bergoglio, che si ispira a vari autori e al contempo è capace di sviluppare elementi propri in modo originale. Riguardo al contenuto, nel ragionamento è possibile seguire l’applicazione dei suoi noti «quattro princìpi»[4]. L’ idea che il metodo migliore sia quello che più si adegua («consonanza») alla realtà è ispirata da Guardini. L’ uso dell’antinomia come modo per esprimere poeticamente una realtà che supera la nostra intuizione e i nostri concetti e richiede un’esplicitazione creativa è proprio di Bergoglio. La teoria di Methol Ferré risulta valida nel momento in cui si deve interpretare il popolo e accogliere la modernità in una maniera al tempo stesso tradizionale e nuova.

In questi appunti si possono trovare molte cose, ma l’aspetto più rilevante è il vigore di un pensiero personale, che si fa strada con libertà di spirito e con creatività, cercando criteri di interpretazione del reale che aiutino a pensare e a discernere senza cadere né nella rigidità né nel relativismo.

Diego Fares S.I.

«Nell’esaurimento di categorie interpretative ormai insufficienti a rendere conto degli avvenimenti dell’oggi è insita una perplessità. La nostra attualità storica supera le idee esistenti. Pertanto esse sono idee che accecano, che non fanno vedere. Per me, per quanto ci riguarda, i “cristiani marxisti” erano saliti su un presunto cavallo vincente, poi rivelatosi soltanto drogato. Come ha detto Clavel[5], “i cristiani marxisti”, per timore di essere gli ultimi cristiani, in realtà sono gli ultimi marxisti»[6].

A proposito di questa affermazione, mi pongo il problema dell’ermeneutica della realtà[7].

Come stabilire i criteri di interpretazione della realtà?

Come stabilirne l’universalità in quanto criterio interpretativo?

Il canone ermeneutico è sempre stabile? O è suscettibile di cambiamenti?

Se è stabile, ne rimane garantita l’universalità, per principio, ma esso resterebbe chiuso alle nuove scoperte. Se è suscettibile di cambiamenti, in tal caso non si potrebbe parlare di una universalità del fatto ermeneutico.

D’altra parte, il fatto ermeneutico è oggetto di metafisica? Si può parlare, quindi, di una metafisica dell’ermeneutica?

Se è così, in che misura l’ermeneutica partecipa dell’essere, che è l’oggetto della metafisica? Esiste un’entità del fatto ermeneutico? O esso andrà considerato come una mera relatio? In quest’ultimo caso, come applicargli la metafisica delle relazioni, se lo si considera una relatio di causa strumentale della conoscenza riguardante la realtà?

Ma se si tratta di applicare un principio metafisico, da quale «metafisica» lo traiamo?

In questo caso, la realtà verrebbe interpretata secondo l’ideologia latente in questa o quella metafisica. Pertanto, si direbbe che il principio interpretativo non possa provenire da fuori della realtà, ma proprio da essa. Tuttavia così si cade in un relativismo: ogni real­tà impone i princìpi interpretativi che la «aprono» alla conoscenza. D’altra parte, non ci sarebbe forse qui un’identificazione realtà-conoscenza nel più classico stile parmenideo?

Se invece seguiamo lo sviluppo della critica della conoscenza – e pertanto anche delle varie ermeneutiche che sono state formulate nella storia –, constatiamo che si sono fatti progressi e che, sebbene ci siano stati sistemi ermeneutici meramente contingenti o ideologici, è altrettanto vero che sistemi ermeneutici che si consideravano «veri» hanno subìto – con l’apporto di pensieri nuovi – cambiamenti sostanziali, che hanno reso possibile una maggiore comprensione della realtà.

  1. Quando ci si pone il problema dell’interpretazione della realtà, si presenta una problematica conoscitiva, che presuppone, in radice, la distinzione tra realtà e conoscenza. Lo do per scontato, per evitare gli scogli dell’idealismo, della mera fenomenologia e dell’identificazione di essere e conoscenza.

    In altre parole, qui si mette da parte tutto questo e si presuppone che:
    a) c’è una distinzione tra realtà e conoscenza;
    b) l’uomo può apprendere la realtà, compresa quella mutevole e sensibile; la fenomenologia non si esaurisce in se stessa; l’idealismo è insufficiente; e ogni pan-entismo (pan-ontoismo) tradisce la realtà propria dell’ente.

  1. Pertanto, interpretare la realtà non può consistere nel proiet­tarvi sopra un’idea, o nel descrivere il fenomenico senza trascendenza rispetto al fenomeno stesso, e nemmeno nell’assumere l’immanenza del pan-entismo (pan-ontoismo), che si risolve sempre – come ogni gnosi – nel panteismo. Né idealismo, né fenomenismo, né gnosi.
  1. La mia ipotesi è: i princìpi interpretativi di una realtà devono essere ispirati dalla realtà stessa, così com’è.

    La realtà che è interpretata e la realtà di chi interpreta. Qui vale, in qualche modo, l’ad modum recipientis, ma al rovescio: ad modum se develantis[8].

    Ogni realtà ha, in sé, il suo modo di svelarsi, che nasce dalle potenzialità stesse che le sono insite. Si svela in consonanza con ciò che è.

    È, senza dubbio, «essere», e si svela come «essere», ma è «essere tale», «essere qui», «essere ora», «essere per»…, e pertanto si svela come tale, qui, ora, per…[9].

  1. L’esplicitazione (explicitación) concettuale o simbolica di questo svelarsi deve, dunque, essere in consonanza con la realtà dell’essere.

    Pertanto, se parlo dell’essere in quanto tale, oggetto della metafisica, o dell’esse ontologico, è con esso che devo confrontare la critica della conoscenza.

    Se parlo di questo o quell’essere, «in situazione», sono per l’appunto le peculiarità di quell’ens (senza ovviamente negare quanto precede, il fatto che sia esse e pertanto oggetto di metafisica) che devono ispirare – in qualche modo – i criteri interpretativi, le categorie, l’ermeneutica.

    L’espressione (in qualsiasi forma) è come un contenente del contenuto, che è la realtà.

    La consonanza tra contenente e contenuto è un principio di ermeneutica del particolare. 

  1. Ed è un principio di ermeneutica del particolare, perché lo è anche dell’universale: è lo stesso esse a dettare i criteri della sua possibilità di essere colto.

Superamento (traboccamento)

  1. Quando una realtà dinamica – un fatto storico, politico, religioso e così via – viene interpretata a partire da una gnosi o da un’ideologia o da una fenomenologia, si giunge a un «momento» in cui la realtà storica «supera» (rebasa)[10] l’interpretazione per suo proprio dinamismo.

    La trova insufficiente[11], la scopre frutto riduttivo di una ideo­logia, o senza fondamento, come frutto di una fenomenologia, o mera interprete statica, come frutto di una gnosi. (Distinguo «gnosi» da «ideologia», perché la prima ha una certa coloritura sapienziale, che va oltre la mera esplicitazione di un’idea[12]).

    Questo fatto della realtà che supera l’interpretazione lo si è visto nel corso della storia, e a ciò si riferisce il testo che ho assunto come punto di partenza di questa riflessione.

    La realtà s’impone sull’insufficienza ermeneutica, si svela a se stessa con categorie di crisi, rivoluzione e così via.

    La realtà rivendica se stessa, perché «non viene trattata come le spetta»[13]. Nella realtà c’è un dinamismo che è capace di difenderne la «comprensibilità» quando si arriva a un certo limite di incomprensibilità. Questo accade quando la realtà non viene trattata né appresa secondo i suoi criteri, ma con schemi che non le sono consoni.

Il concreto e la sua dimensione di universalità

  1. L’essere situato (nel tempo, nello spazio ecc.) è un essere concreto.

    D’altra parte, poiché partecipa dell’essere e di questo o quel modo di essere, ha anche una dimensione di universalità.

    L’atteggiamento conoscitivo deve, quindi, riuscire a cogliere entrambe le dimensioni: il particolare e l’universale.

    Non si tratta semplicemente di cercare con la conoscenza l’universale che c’è in ogni essere situato.

    E nemmeno di fermarsi all’indipendenza di ogni essere particolare, negando la capacità di astrazione del processo cognitivo nel cogliere la realtà.

    Né si può parlare di una conoscenza in cui si colga l’universale concreto nel senso che gli attribuisce la dialettica, vale a dire quello secondo cui il particolare resta «ridotto» a un mero momento del processo di negazione della negazione.

  1. Chi conosce, da parte sua, è anch’egli determinato da una entità e da una natura. Pertanto, ogni processo conoscitivo e ogni ermeneutica implicano un dialogo tra l’essere che vuole apprendere la realtà e la realtà che viene appresa, tra chi si svela e chi coglie questo svelarsi.

    Colui che conosce espliciterà il suo cogliere questo svelamento utilizzando il concetto.

    La concettualizzazione, d’altra parte, risulta insufficiente per spiegare la totalità della realtà, così come, per apprenderla, la proie­zione del concetto sulla realtà risultava insufficiente[14]: mancava qualcosa, ed era una certa apertura di chi conosce a lasciarsi «toccare», «impressionare» dalla realtà stessa, così com’è.

    Nell’esplicitazione della realtà accade la stessa cosa. Il concetto non basta, e bisogna ricorrere ad altre forme di espressione, per esempio l’antinomia[15] (che è un sistema di concetti in tensione), la parabola, il mito ecc. Ma in fondo a ogni parabola e mito c’è un’antinomia, una tensione.

  1. Si conosceva una realtà attraverso strumenti che presupponevano concetti e intuizioni. Si esplicita una realtà per mezzo di un linguaggio che non è né meramente concettuale né meramente intuitivo. Potremmo dire che, in senso etimologico, è poetico: dev’essere creatore dell’esplicitazione, di un modo di esplicitazione che comprenda sia il concetto sia l’intuizione che lo hanno avvicinato all’apprensione della realtà.

    L’ antinomia, come genere espressivo, è quindi il modo adeguato[16] a contenere tutta la vitalità di una realtà, senza ridurla.

  1. Resta da vedere quale sia il segno[17] che questo tipo di conoscenza e di espressione non è fuori strada. Si danno quattro elementi: nell’apprendere la realtà ci sono il concetto e l’intuizione, e nell’esplicitare la realtà ci sono i due termini di un’antinomia.

    Questi quattro elementi entrano in tensione tra loro. Non possiamo dire che il segno dell’adeguatezza sia l’equilibrio tra la realtà e il coglierla (l’equilibrio può essere imposto da fuori, da una concezione previa, e penso all’equilibrio della teoria della conoscenza di Kant). Dobbiamo cercare un segno che, in sé, racchiuda la tensione dei quattro elementi.

    A mio giudizio, questo segno è la consonanza.

  1. Consonanza tra la realtà in sé e la realtà come è conosciuta. Quando c’è dissonanza, non c’è adeguatezza, e ciò significa che la realtà non è stata colta, o che il coglierla non è stato esplicitato. La consonanza di cui il soggetto che conosce ha esperienza in sé è, in questo caso, il riflesso della consonanza che c’è tra la realtà in sé e la realtà conosciuta. Mi spiego: colui che conosce ha esperienza diretta della consonanza che c’è tra ciò che apprende e ciò che esprime. In base a tale consonanza può sapere quando si dà la consonanza tra la realtà in sé e la realtà appresa.

    Sant’Ignazio utilizza questa esperienza per assicurarsi del fatto che uno spirito sia buono o cattivo: la consonanza raffigurata nel cadere dell’acqua sulla spugna piuttosto che sulla pietra[18].

    È una consonanza ambivalente per quel che si riferisce all’identità degli spiriti, perché il suo segno positivo o negativo va preso dallo stato abituale del soggetto (il quale o sale di bene in meglio, o scende di male in peggio), ma, a ogni modo, consonanza è segno, e anche dissonanza è segno che non si è riusciti a cogliere o a esprimere la realtà così com’è.

    Si dà consonanza quando il contenente è «informato» dalla realtà del contenuto. Contenente e contenuto «con-suonano»: il ritmo e la melodia vanno in tensione all’unisono[19].

Unità in tensione polare

  1. Resta il dubbio se il cogliere la realtà, realizzato in questo modo (il contenente consono al contenuto, e ciò sia nell’apprensione della realtà sia nell’esplicitazione ulteriore), non risulti, in definitiva, un «relativismo».

    Tre passi: la realtà (l’essere) si manifesta, viene appresa, viene esplicitata[20].

    Se c’è consonanza nei tre passi, questo è un segno che c’è unità.

    Dove c’è unità, ci sono l’essere e la realtà meglio riflessa.

    L’essere e la realtà non sono monolitici: la loro unità è data da una serie di sistemi di opposizioni polari che la costituiscono. Né atomizzazione, né commistione con se stesso, ma unità nella tensione polare delle categorie intraempiriche ed extraempiriche, e dei trascendentali che ne sono costitutivi. L’unità dell’essere è consonante: si tratta dell’«equilibrio» – la parola non è esatta – tra la forma e la pienezza.

    Dunque, le categorie di conoscenza più adatte per un essere o per una realtà sono quelle che permettono all’essere o alla realtà di manifestarsi così come sono. Questa è la verità: cogliere ed esplicitare la manifestazione dell’essere.

    E qui non ci sono né relativismi né ideologia…, ma semplicemente realtà, l’essere, che è, si manifesta e impone la sua realtà all’apertura dell’intelletto conoscente.

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ENGLISH FULL TEXT

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[1].      Il titolo originale del dattiloscritto è «Los parches existenciales; los parches lógicos, y las categorias de interpretación de la realidad».

[2].      Cfr Ph. J. B. Buchez, Essai d’un traité complet de philosophie: du point de vue du catholicisme et du progrès, Paris, E. Eveillard, 1838-1840; Id., Traité de politique et de science morale, Paris, Amyot, 1866.

[3].      Francesco ha usato questi termini nel suo intervento spontaneo al Sinodo per l’Amazzonia, nel quale ha manifestato la sua impressione che non venissero formulate proposte totalizzanti. Tali proposte – molte delle quali molto chiare e valide – gli hanno fatto capire, da un lato, che tutti nel Sinodo si sono trovati d’accordo su un comune sentimento ecologico riguardo alla cura dell’Amazzonia e, dall’altro lato, che quello che univa tutti non trovava un’espressione priva di contraddizioni, facendo sì che le proposte fossero «proposte di rattoppo»: «Sistemiamo questo piccolo pezzo, sistemiamo quest’altro, mandiamo missionari, pensiamo all’espansione dei ministeri… Buone proposte, ma che non erano totalizzanti, come era totalizzante l’unità che univa tutti, e come era totalizzante il conflitto». Francesco ha avuto la sensazione che si stesse cercando di disciplinare il conflitto e ha detto che nella preghiera si è reso conto che con il rattoppo non si risolverà mai il problema dell’Amazzonia. «Ci sono conflitti che vengono risolti non con la disciplina, ma per traboccamento. E credo – ha affermato il Papa – che questo sia uno dei conflitti da risolvere con il traboccamento». Il testo che presentiamo può aiutare a chiarire ciò che Francesco ha voluto esprimere nel Sinodo (cfr D. Fares, «Il cuore di “Querida Amazonia”. “Traboccare mentre si è in cammino”», in Civ. Catt. 2020 I 532-546).

[4].      I quattro princìpi sono: il tempo è superiore allo spazio; la realtà è superiore all’idea; l’unità è superiore al conflitto; il tutto è superiore alle parti.

[5].      «Clavel» è Maurice Clavel. Cfr M. Clavel, Quello che io credo, Roma, Città Nuova Editrice, 1975, 77.

[6].      A. Methol Ferré, «La Iglesia, el Minotauro y los Socialismos», in Nexo, 14 dicembre 1987, 14.

[7].      Il ragionamento prende le mosse da 12 domande e da una constatazione. Bergoglio procede ponendo interrogativi molto caratteristici, a cui risponde con idee di una filosofia classica (forse oggi un po’ superata), e prende le mosse da una constatazione. Compie passi avanti a partire dalle constatazioni, come quella che, al di là delle impostazioni e della validità delle risposte, «si sono fatti progressi» nella comprensione della realtà. Questa valutazione positiva concorda con la tesi di Methol secondo la quale il pensiero del Concilio, così come la sua accoglienza e applicazione in America Latina, a Medellín e a Puebla, implica un progresso nel dialogo con il mondo contemporaneo. Per Methol, il «mondo contemporaneo» comincia con la Rivoluzione francese, nei cui confronti la Chiesa si è divisa tra un «integrismo» contrario a quell’evento e un «progressismo» favorevole a esso, che però non l’hanno «assunto» dall’interno e, pertanto, non hanno potuto superarlo. Methol propone di recuperare un socialismo cristiano pre-marxista da una nuova prospettiva – quella del popolo di Dio – che il Concilio affranca. Da lì si può accogliere, con categorie nuove, quanto di positivo c’è nel pensiero contemporaneo. Lo scritto di Bergoglio va alla ricerca di tali categorie nuove, non ideologiche, ma consonanti con la realtà.

[8].      Il metodo migliore è quello che più si adatta al contenuto. L’espressione ad modum se develantis è significativa: nei riguardi delle persone e di Dio, è la chiave per un’ermeneutica che non sia ideologica.

[9].      La questione di «essere» ed «essere situato» è importante. Occorre notare i «passi» concreti che Bergoglio compie per procedere nel discorso.

[10].    Qui incontriamo la categoria del «traboccamento» (desborde = rebasamiento).

[11].    L’insufficienza è un dato concreto esistenziale.

[12].    La distinzione è fra «gnosi», che ha una sfumatura sapienziale, e «ideologia» in quanto mera esplicitazione di un’idea.

[13].    La realtà «non viene trattata come le spetta». Questo è un criterio di «lealtà» che, direbbe Hans Urs von Balthasar, riguarda la verità come hemeth e non soltanto come aletheia.

[14].    L’insufficienza ad apprendere la realtà dovrebbe bastare per porre una distanza dalla spiegazione che se ne dà. Se mi rendo conto di non poter cogliere tutto, perché dovrei difendere con accanimento la mia spiegazione? Si direbbe che le lotte ideologiche celino un attacco alla concezione (insufficiente) dell’altro, invece di cercare la verità.

[15].    Concezione dell’antinomia come modo per far fronte alla comprovata insufficienza del concetto e dell’intuizione. Va notato come Bergoglio abbia sempre «utilizzato» l’antinomia, e questo rende prezioso il fatto che qui egli ne dà una definizione esplicita.

[16].    Antinomia come modo adeguato. Si tratta della formulazione di un proprium bergogliano.

[17].    Bergoglio cerca criteri di verifica della sua proposta. Il «segno» è la consonanza, di cui vengono enumerati quattro elementi: due che si danno nella dinamica dell’apprensione della realtà, cioè concetto e intuizione; e due che si danno nell’esplicitazione della realtà, cioè i due termini dell’antinomia.

[18].    Criterio spirituale di discernimento. Pensare infatti è discernere. La realtà «si discerne»; noi non siamo semplici registratori, e nemmeno ci limitiamo a proiettare. La situazione o disposizione di ciascuno funge da segno, in quanto consonanza o dissonanza. Ciò non significa che si «registri» tutto perfettamente, ma che si può continuare a «conoscere» e a «spiegare» per la buona via quando c’è consonanza, e invece fermarsi quando c’è dissonanza.

[19].    Qui vengono introdotti il concetto di conoscenza «in cammino» e il criterio guardiniano del ritmo e della melodia del passo con cui si procede nella realtà, in dialogo con essa, con il ritmo e il tono adeguati.

[20].    Non si fa una «dimostrazione astratta», ma si mostra la realtà.

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Il cuore di «Querida Amazonia»

Come vanno risolti i problemi secondo Francesco, e in particolare quelli posti dall’Amazzonia? La risposta si trova in una parola spagnola che ricorre cinque volte nell’Esortazione apostolica Querida Amazonia e che è il motore o, meglio, il cuore pulsante del...