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CONTRO LO SPIRITO DI “ACCANIMENTO”

Quaderno 4029

pag. 216 - 230

Anno 2018

Volume II

5 maggio 2018

Lo «spirito di accanimento» è sempre stato presente nella storia dell’umanità. Cambia la forma, ma si tratta sempre dello stesso dinamismo che porta alcuni ad accanirsi contro gli altri. Si è manifestato per la prima volta nella rabbia di Caino, che lo spinse a uccidere suo fratello, e continua a scatenarsi nella furia del demonio che, non potendo uccidere la Donna – figura della Chiesa –, si volge contro «il resto della sua discendenza» (cfr Gen 4,6 e Ap 12,17). Le nuove forme oggi prendono nomi quali «bullismo», «persecuzione mediatica».

In una recente omelia a Santa Marta, papa Francesco ha riflettuto sul mistero del male che si rivela nel bullismo, nell’atto di «aggredire la persona più debole». «Gli psicologi daranno spiegazioni buone, profonde – ha affermato –, ma io soltanto dico [che lo fanno] anche i bambini […], e questa è una delle tracce del peccato originale, questa è opera di Satana»[1].

Il fatto che venga menzionato Satana ci avverte del carattere prettamente spirituale di un comportamento che, in base ad alcune espressioni che utilizziamo per denominarlo – «accanimento» in italiano, encarnizamiento in spagnolo –, indurrebbe a pensare che si tratti di qualcosa di animalesco, ma non è così. Mescolato e confuso con la dimensione carnale, si nasconde un plus di ferocia e di crudeltà gratuita che, quando ne vediamo gli effetti, produce enorme sconforto e confusione mentale. Il pensiero, ad esempio, va all’adolescente che si suicida perché non può sopportare che una sua immagine intima sia diffusa in internet, fino a divenire virale.

Lo spirito di accanimento è demoniaco, nel senso che è contrario alle leggi della natura: non soltanto distruttivo, ma autodistruttivo. È contagioso e genera effetti nocivi a livello sociale: abbandono, sentimenti di sconforto e spaesamento, confusione. E poiché si nasconde e si confonde all’interno di altri fenomeni, è necessario esporlo alla luce del discernimento spirituale per non sbagliarsi sul modo di resistergli: è possibile, per esempio, cadere nel contagio del suo dinamismo perverso, pur combattendone alcuni effetti.

Bisogna tener conto del fatto che, accanto all’accanimento palesemente distruttivo, ce n’è un altro «educato»[2], che agisce subdolamente, ma con identica e sistematica crudeltà. Non è forse sintomatico il fatto che usiamo i termini «inumano» e «disumano» senza riflettere a volte che, con essi, non intendiamo «animale», bensì qualcosa di altra natura?

Una breve fenomenologia dello «spirito di accanimento» ci aiuterà a riconoscerlo meglio, per poterne interpretare la malignità, affinché nasca il desiderio di resistergli con l’aiuto dello Spirito, di respingerlo e di scacciarlo dal nostro cuore e dalle strutture sociali in cui si incarna. Come dice la preghiera del Veni Creator: Hostem repellas longius («Respingi il nemico più lontano»).

Per capire in che modo si può resistere senza restare contagiati, terremo conto di una raccomandazione fatta da papa Francesco nel suo incontro con i gesuiti del Perù, durante il suo ultimo viaggio apostolico in America Latina. In quell’occasione egli ha fatto riferimento a un libretto, Lettere della tribolazione[3], dicendo che «sono una meraviglia di criteri di discernimento, di criteri di azione per non lasciarsi risucchiare dalla desolazione istituzionale»[4] e «trovare la strada da seguire […] nei momenti in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici […]. Esistono varie tentazioni che caratterizzano questo momento: discutere di idee, non dare la dovuta attenzione al fatto, fissarsi troppo sui persecutori […], fermarsi a ruminare la desolazione»[5].

Tra le varie tentazioni che si presentano in tempi di tribolazione metteremo in evidenza quella dello «spirito di accanimento», attraverso il quale il cattivo spirito non soltanto ci tenta per farci opporre resistenza alla grazia, ma fa un passo ulteriore: ci coinvolge e ci fa diventare complici della sua brama di distruggere la nostra stessa carne.

Fenomenologia dell’accanimento

Quando c’è accanimento, tutti reagiamo «d’istinto». Le varie lingue esprimono questo fenomeno mettendo l’accento su aspetti diversi. In italiano, l’espressione «accanimento» viene impiegata in riferimento al soggetto – il «cane» – ed evidenzia l’aspetto soggettivo della ferocia. In spagnolo, encarnizamiento fa riferimento alla «carne», considerando l’oggetto su cui si scatena la furia. L’inglese e il francese parlano di fierceness e di ferocité, mettendo in risalto la ferocia dell’azione stessa. In tedesco, Hartnäckigkeit significa «testardaggine» e sottolinea un tratto fisico, che palesa una determinazione spietata e pertinace nel perseguire l’obiettivo.

Se si analizza il fenomeno del bullismo, per esempio, si comprende che non è facile inscriverlo in una categoria, sebbene certe caratteristiche ricorrenti – premeditazione dell’aggressività, sistematicità, asimmetria di potere – consentano di inquadrare singoli episodi nel suo contesto[6]. Ma la descrizione di alcuni tratti che sono comuni in astratto non penetra nel nucleo del fenomeno, nella sua malvagità apparentemente immotivata, che a un certo punto si intensifica in modo esponenziale e diventa contagiosa. Caratteristiche come queste ci portano a pensare che non si tratti di una questione meramente istintiva e animale, ma di qualcosa di più.

Il contagio è un elemento distintivo da tener presente per interpretare lo spirito di accanimento. Non tutti e non in tutte le epoche ci accaniamo sugli stessi oggetti, ma c’è una componente comune: davanti a qualcuno che si accanisce, si risveglia un impulso mimetico molto forte sia in coloro che si uniscono all’accanimento dell’aggressore, sia in coloro che, secondo una dinamica analoga, difendono la vittima. E quando c’è accanimento, viene gettato il seme della vendetta: il contagio si propaga nel tempo.

Un altro elemento da considerare è che, sebbene possa sembrare che la crudeltà umana sia sempre stata la stessa e che con la civiltà ormai certe cose non accadano più, in realtà è vero il contrario: man mano che la tecnologia diviene più sofisticata, lo spirito di accanimento si fa ogni giorno più crudele negli effetti e più «politicamente corretto» nelle modalità. Non è sintomatico il fatto che tendiamo a giudicare un missile telecomandato meno feroce di una cruenta lotta corpo a corpo? Il fatto che «si veda meno sangue» non significa che lo spirito di ferocia sia inferiore; anzi, esso diventa più preciso, più sistematico e più disumano.

Infine, ecco un paradosso. A incitare, sostenere ed esacerbare l’«accanimento» sono al tempo stesso la fragilità e la resistenza concreta della carne. Non ci si può «accanire» contro qualcosa di solido come il ferro, e nemmeno contro qualcosa che è fatto in modo tale da non opporre resistenza, come l’acqua o l’aria. Questo paradosso ci porta a scoprire una contraddizione. «Accanirsi contro la carne» di per sé non ha senso, perché, passato un certo limite, essa smette di essere oggetto adeguato per un eccesso di furia. A un certo punto «viene naturale» l’appello a frenare l’accanimento, ad avere pietà. Tuttavia, se c’è qualcosa che induce «a turarsi le orecchie e aggredire con furia rinnovata» la vittima inerme, questo è lo spirito di accanimento. Esso quindi si rivela non meramente istintivo, bensì frutto di una decisione lucida e libera che si compiace di «fare il male per il male stesso».

Basti quanto detto per discernere, inequivocabilmente, che è corretto parlare di «spirito di accanimento» piuttosto che di «istinto». In realtà, quando parliamo degli animali usando espressioni come «istinto assassino» o «animale assetato di sangue», stiamo proiettando sul mondo animale una malvagità in quanto tale, fine a se stessa, scelta con lucidità e pertinacia, di cui esso è privo. E se ce l’ha, essa segue il ritmo dettato dall’impulso e dalla soddisfazione dell’istinto, ogni volta immediata e impossibile da pianificare a lungo termine.

Quando l’accanimento danneggia il dialogo

Questo ci porta ad analizzare in maniera diversa il fenomeno della «persecuzione mediatica». Il fatto che lo spirito di accanimento rimanga nell’ambito delle parole e che la violenza non giunga alle mani – ma, al massimo, si manifesti nel tono e in alcuni gesti – non significa che siamo usciti dalla sfera dell’accanimento e che ci troviamo su un piano di civiltà. Tutto il contrario! Proprio nella violenza verbale, nella menzogna, nella calunnia, nella diffamazione, nella detrazione e nel pettegolezzo lo spirito di accanimento si rintana, e da lì domina.

Francesco compie uno smascheramento netto e drastico di alcune tentazioni. E nei commenti qualcuno ironizza – come a dire che il Papa «esagera» – sul fatto che egli abbia detto a delle suore di clausura che, se spettegolavano, erano suore «terroriste»[7].

La parola, per sua dinamica, tende a «realizzarsi». Perciò è importante ragionare su quanto sia contraddittorio «discutere accanitamente». Accanirsi nel dialogo è un controsenso. L’essenza del dialogo non sono le parole che si dicono o i discorsi che si fanno, bensì il consenso reciproco degli interlocutori su una realtà che richiede una spiegazione. Quando qualcuno formula un giudizio, lo propone all’assenso dell’altro, affinché questi lo completi con il suo punto di vista. Se dietro l’apparenza del dialogo si mira esclusivamente a ottenere l’assenso e si vuole imporre il proprio punto di vista o si disprezza ciò che dice l’altro, il dialogo non c’è. L’accanimento non è frutto dell’istinto, ma è frutto di una logica, quella del «padre della menzogna» (Gv 8,44), e lo si combatte con un’altra logica, quella della verità, come Gesù la attesta nel Vangelo e lo Spirito Santo la discerne in ogni situazione. La logica dell’incarnazione è opposta alla logica dell’accanimento.

I rimedi contro l’accanimento nelle «Lettere della tribolazione»

Nelle Lettere della tribolazione, che abbiamo citato all’inizio, Bergoglio trova alcuni rimedi per resistere a questo cattivo spirito senza restarne contagiati. In esse è contenuta «la dottrina sulla tribolazione. [Le lettere] costituiscono un trattato sulla tribolazione e sul modo di sopportarla»[8].

Celebrando i Vespri nella chiesa del Gesù, il 27 settembre 2014, Francesco aveva detto: «Leggendo le lettere del p. Ricci, una cosa mi ha molto colpito: la sua capacità di non farsi imbrigliare da queste tentazioni e di proporre ai gesuiti, in tempo di tribolazione, una visione delle cose che li radicava ancora di più nella spiritualità della Compagnia»[9].

Per contestualizzare tale scritto, aggiungiamo che la dottrina sul modo di sopportare le tentazioni e resistervi che Bergoglio espone nel breve prologo delle Lettere viene completata da altri due testi, formando così una trilogia: un testo antecedente, «La acusación de sí mismo»[10], pubblicato per la prima volta nel 1984; e un altro, scritto nei primi mesi dopo il trasferimento alla Residenza di Córdoba, intitolato «Silencio y palabra»[11].

Anzitutto va detto che le Cartas non sono un’elaborazione astratta di criteri spirituali, ma piuttosto la fonte e il frutto di un atteggiamento che ha condotto un’intera istituzione – la Compagnia di Gesù – ad accettare la propria soppressione (che causò la morte di molti gesuiti) in obbedienza alla Chiesa, senza rendere male per male ad alcuno.

Questo atteggiamento paradigmatico di una «grande persecuzione» fornisce una cornice spirituale per affrontarne qualsiasi altra. Esso segue lo spirito della Prima lettera di Pietro di non meravigliarsi dell’incendio che si scatena (cfr 1 Pt 4,12) quando c’è una persecuzione[12]. L’atteggiamento è quello della Lettera agli Ebrei, che ricorda che non abbiamo «ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato» (Eb 12,4).

Nell’atteggiamento di paternità spirituale di quei Prepositi generali della Compagnia di Gesù Bergoglio vede il rimedio più efficace al rischio che si cada nel vittimismo di esagerare le persecuzioni. La paternità che si impegna ad aver cura del grano e non strappa prematuramente la zizzania è rimedio che «protegge il corpo dalla disperazione e dallo sradicamento spirituale»[13]. Tuttavia, non lo fa frapponendosi a difesa dai colpi esterni, ma come il padre che aiuta i suoi figli ad «assumere un atteggiamento di discernimento»[14] che permetta loro di difendersi da sé.

L’effetto più devastante dello «spirito di accanimento», che se la prende con la carne del più debole, si produce nel popolo fedele di Dio: ricade sui semplici e sui piccoli che, nel vedere questa ferocia scatenata contro i figli più deboli, e spesso contro i migliori, sperimentano l’abbandono, lo sconforto e il senso di sradicamento. Pertanto, l’atteggiamento paterno consiste nel prodigarsi affinché i piccoli non vengano scandalizzati. È stata questa la principale preoc­cupazione del Signore quando è giunta l’ora della sua Passione: pregare il Padre e far sì che i suoi non restassero scandalizzati.

Umiliarsi per resistere al male

I rimedi contro lo spirito di accanimento non cercano di «vincere il male con il male»: ciò significherebbe restare contagiati dalla sua dinamica. Puntano invece a rafforzare la nostra capacità di «resistere al male», trovando modi per sopportare la tribolazione senza venir meno. Questa resistenza al male è del tutto diversa da quell’altro tipo di resistenza, nei confronti dello Spirito, che il demonio pratica e provoca istigando all’accanimento. Vediamone le caratteristiche.

In alcuni casi la resistenza alla persecuzione consisterà nel «fuggire in Egitto», come fece san Giuseppe per salvare il Bambino e sua Madre: «Dobbiamo tenere sempre un “Egitto” a portata di mano – anche nel nostro cuore –, per umiliarci e autoesiliarci di fronte all’eccesso di un diffidente»[15] che ci perseguita. Dunque, la prima resistenza consiste nel ritrarsi, nel non reagire attaccando o seguendo l’istinto di un’opposizione diretta. Il ricorso a questo luogo del cuore in cui ci si può sempre esiliare, quando ci insegue un qualche Erode, è fonte della pace che il Signore ha dato a Bergoglio quando questi ha capito che sarebbe stato eletto papa. È stato lo stesso Pontefice a raccontarlo più di una volta, chiedendo preghiere affinché questa pace non gli venga mai tolta[16].

Tuttavia, in altri casi la resistenza consisterà nell’affrontare il cattivo spirito a viso aperto, dando testimonianza pubblica della verità con dolcezza e fermezza. Su questo punto Bergoglio-Francesco manifesta una grazia speciale, che è – per dirlo in modo semplice – quella di «far venir fuori il cattivo spirito», che così si rivela[17]. Quando la tentazione si basa su una mezza verità, è molto difficile riuscire a fare luce e chiarire le cose per via intellettuale. «Come essere di aiuto in tali circostanze?», si domandava Bergoglio in «Silenzio e parola». «Bisogna fare in modo che si manifesti lo spirito malvagio», e l’unico modo perché ciò avvenga è «fare posto» a Dio, perché Gesù è l’unico che può indurre il demonio a scoprirsi: «Esiste un solo modo per “fare posto” a Dio, e questo modo ce l’ha insegnato Lui stesso: l’umiliazione, la kenosis (Fil 2,5-11). Tacere, pregare, umiliarsi»[18].

«Più che sulla “luce” – afferma Bergoglio –, bisogna puntare sul “tempo”. Mi spiego: la luce del Demonio è forte, però dura poco (come il flash di una macchina fotografica), mentre la luce di Dio è mite, umile, non si impone ma si offre, e dura molto. Bisogna saper aspettare, pregando e chiedendo l’intervento dello Spirito Santo, affinché passi il tempo di quella luce così forte»[19].

Dimensione politica della lotta contro lo spirito di accanimento

È importante rendersi conto di ciò che è in gioco in questo umiliarsi per «fare posto» a Gesù. Non si tratta di un atteggiamento puramente «religioso», puntuale e soggettivo. Nell’atteggiamento dialogico di «puntare sul tempo» e «mostrarsi deboli», accettando la concreta umiliazione di non poter spiegare tutto, si apre «un’altra dimensione»[20].

Nel modo di dialogare che resiste alla «crudeltà primordiale, insita nelle nostre viscere, che è ribellione contro Dio» si manifesta una dimensione politica della guerra, della «guerra di Dio». Bergoglio si serve di una testimonianza data da un religioso per descrivere tale dimensione: «Una volta un religioso, riferendosi a una situazione concreta particolarmente difficile, ha detto: “Mi sono reso conto che questa era una guerra tra Dio e il Diavolo. E se noi uomini imbracciamo le armi, siamo destinati alla distruzione”»[21].

La consapevolezza di questa «dimensione politica» della lotta contro lo spirito di accanimento rinvia alla lucidità con cui Francesco affronta tutti i conflitti, sia quelli interni alla Chiesa sia quelli esterni. È la consapevolezza che si tratta della guerra di Dio a blindarlo nella pace, a rafforzarlo nella pazienza, a indurlo a «uscire» e ad andare avanti.

«La mansuetudine ci mostrerà ancora più deboli»

Ha scritto Austen Ivereigh: «Alla fine la Croce obbligherà il diavolo a rivelarsi, perché il diavolo scambia la gentilezza per debolezza»[22]. E Bergoglio afferma: «In momenti di oscurità e grande tribolazione, quando i “grovigli” e i “nodi” non si possono sciogliere, e neppure le cose chiarirsi, allora bisogna tacere: la mansuetudine del silenzio ci mostrerà ancora più deboli, e allora sarà lo stesso Demonio che, facendosi baldanzoso, si manifesterà in piena luce, mostrerà le sue reali intenzioni, non più camuffato da angelo della luce, ma in modo palese»[23].

Questo «mostrarsi ancora più deboli» è l’atteggiamento che vince l’insidia del cattivo spirito. Ed è l’approccio migliore contro le maldicenze di corridoio, i toni scandalistici, gli attacchi che oggi facilmente si diffondono nelle reti sociali, persino ad opera di testate che si definiscono «cattoliche». In questi casi bisogna resistere in silenzio. Interessanti al riguardo sono le riflessioni di Massimo il Confessore che l’allora p. Bergoglio ha citato in «Silenzio e Parola». In esse si afferma che, quando Cristo durante la sua passione si va indebolendo – cioè si mostra sempre più debole fino alla morte di croce, mentre i discepoli fuggono e la gente lo lascia solo –, il demonio sembra prendere fiato e sfacciatamente si sente baldanzoso e vincitore. Ma alla fine proprio la carne di Cristo nella sua debolezza è l’amo al quale il demonio abbocca, accanendosi. E proprio così ingoia l’esca col veleno che lo neutralizza[24].

Coloro che accusano Francesco di essere «confuso», quando non agisce bellicosamente «difendendo» i giusti e «condannando» i peccatori, «imponendo» le norme, precisando con infallibilità papale i «fin qui si può, da qui in poi non si può», come una sorta di filo spinato, non si rendono conto del fatto che, in realtà, lui così confonde il cattivo spirito che li muove.

In un mondo in cui politici e religiosi discutono e si insultano a colpi di tweet, Francesco, con il suo modo di resistere all’accanimento nel dialogo, «resta saldo (Ef 6,13); ma con lo stesso atteggiamento di Gesù»[25], apre attorno a sé uno «spazio politico» diverso, quello del regno di Dio, in cui è il Signore a muovere la guerra, e nessuno di noi è il protagonista.

Questa «resistenza passiva al male» – la stessa che Bergoglio ha sempre sottolineato come la grazia che hanno i popoli, e attorno alla quale essi costruiscono pazientemente e saggiamente la loro cultura[26] – emenda, fra l’altro, tre atteggiamenti che sono propri di una «politica di accanimento» e che fondano ogni politica di parte. Bergoglio descrive questi atteggiamenti come si presentano nella Passione del Signore. Il primo è l’atteggiamento della gente che «si accanisce contro chi considera più debole»[27]. I potenti non si azzardavano a contrastare Gesù quando il popolo lo seguiva, ma presero coraggio quando, tradito da uno dei suoi, lo videro indebolito. Il secondo atteggiamento si caratterizza così: «Alla radice di ogni crudeltà c’è una necessità di scaricare le proprie colpe e i propri limiti. […] Si ripete il meccanismo del capro espiatorio»[28]. Il terzo atteggiamento è quello di chi, come Pilato, di fronte all’accanimento si lava le mani, «lascia fare»[29].

L’accusa di sé

Per contro, il «mostrarsi deboli» a imitazione di Gesù consiste in un atteggiamento ben preciso. Bergoglio afferma che «Gesù obbliga [il demonio] a “mostrarsi”, lo “lascia venire”»[30]. Certo, è inimitabile ciò che il Signore ottiene con la sua innocenza e il suo donarsi incondizionato nelle mani del Padre per salvare tutti, perdonando perfino i suoi nemici. Ma c’è un modo – accessibile a noi, peccatori – di rendere altrettanto innocente la propria debolezza: consiste nell’«accusa di se stessi», atteggiamento diametralmente opposto all’accanimento verso gli altri.

Accusare se stessi non in generale, ma in qualcosa di ben concreto, è «mostrarsi in effetti deboli», in modo che si possa essere «difesi dal Paraclito», come chi dice tutto al suo avvocato affinché possa difenderlo efficacemente davanti ai suoi accusatori. Lo aveva argomentato bene Bergoglio, commentando Doroteo di Gaza nel suo trattato Sobre la acusación de sí mismo[31]. Infatti, costui fa allusione a quanto sia buono formare il cuore mediante questo esercizio di «accusare se stessi», perché si tratta di «atteggiamenti interiori, anche piccoli, ma che hanno le loro ripercussioni a questo livello del corpo istituzionale»[32].

«Non è raro incontrare – nelle comunità religiose, siano esse locali o provinciali – fazioni che lottano per imporre l’egemonia del proprio pensiero e delle proprie preferenze. Questo accade quando l’apertura caritatevole al prossimo viene sostituita dalle idee di ciascuno. Non si difende più il tutto della famiglia, ma la parte che mi tocca. Non si aderisce più all’unità […], ma al conflitto […]. Chi si autoaccusa lascia spazio alla misericordia di Dio»[33].

Nelle Lettere Bergoglio fa vedere che dare testimonianza della verità è qualcosa di molto diverso da un mero «dire la verità». Nella tribolazione che condusse alla soppressione della Compagnia, «non era di Dio difendere la verità a costo della carità, né la carità a costo della verità, né l’equilibrio a costo di entrambe. Per evitare di trasformarsi in un verace distruttore o in un caritatevole bugiardo o in un perplesso paralizzato, [si] doveva discernere»[34].

Contro l’«accanimento» – e in modo particolare quando esso si manifesta sotto una forma «educata», usando verità – bisogna stare attenti, perché «non sempre il demonio tenta con la menzogna. Alla base di una tentazione può ben esserci una verità, vissuta però con un cattivo spirito. È questo l’atteggiamento del beato Fabro [poi proclamato santo]»[35]. Bergoglio fa notare che una verità ideologica «deve essere sempre giudicata non per il suo contenuto quanto per lo spirito [la volontà] che la sostiene, che non è esattamente lo Spirito della verità»[36].

Come rimedio, come antidoto più sicuro contro l’accanimento, Bergoglio sottolinea «il ricorso ai peccati propri dei gesuiti» fatto dai Prepositi generali, «che – in una prospettiva meramente discorsiva e non di discernimento – si direbbero del tutto estranei alla situazione esterna di confusione provocata dalle persecuzioni. Quel che accade non è casuale. C’è sotto una dialettica propria della situazionalità del discernimento: cercare – dentro se stesso – uno stato somigliante a quello esterno. In questo caso, un vedersi soltanto perseguitati potrebbe generare il cattivo spirito di “sentirsi vittima”, oggetto di ingiustizia, ecc. Fuori, per la persecuzione, c’è confusione… Nel considerare i propri peccati, il gesuita chiede – per sé – “vergogna e confusione di me stesso”[37]. Non è la stessa cosa, ma si assomigliano; e – in questo modo – ci si pone nella migliore disposizione per fare discernimento»[38].

Bergoglio fa notare che i Prepositi generali «incentrano la loro riflessione sulla confusione» che l’ideologia soggiacente alla persecuzione produce «nel cuore» (dei gesuiti, in quel caso). «La confusione si annida nel cuore: è l’andirivieni dei diversi spiriti»[39]. E aggiunge: «Le idee si discutono, la situazione si discerne». La situazione è di confusione, e la causa della confusione si radica nel «dinamismo» dell’accanimento, quell’andirivieni dei pensieri che sorgono quando ci si vede attaccati con la ferocia ostinata, persistente, propria di chi è «testardo»[40].

La resistenza allo Spirito Santo – alla sua grazia e allo splendore della sua verità – è quell’impeto propriamente demoniaco che, per non vedere se stesso, si scatena con furia accanita contro la carne dell’altro. Di fronte a questo dinamismo accusatorio, che non ha pietà, l’atteggiamento interiore è – paradossalmente – l’accusa di se stessi, sincera e semplice, senza fronzoli e senza l’accanimento della colpa: l’accusa di sé davanti alla misericordia di Dio e della comunità.

Una nuova «Lettera della tribolazione»

Un esempio concreto di questo atteggiamento Francesco lo ha dato di recente scrivendo una sorta di nuova «Lettera della tribolazione». È quella che il Papa ha inviato lo scorso 8 aprile ai vescovi del Cile, dopo aver letto la relazione di mons. Charles J. Scicluna, che ha ascoltato «di cuore e con umiltà» le testimonianze delle vittime degli abusi compiuti dal clero in quel Paese. Lo spirito della lettera del Papa ai suoi «fratelli nell’episcopato» è quello di un padre che parla ai figli che sono anche genitori. Questo è «il senso profondo» della lettera, che è poi lo stesso spirito che Bergoglio percepiva aver ispirato le lettere dei Prepositi generali della Compagnia[41].

Lo spirito di paternità si oppone allo spirito di accanimento. Al cuore di questo percorso paterno sono le vittime e lo stesso Paese, il Cile, che sanguina per i peccati della Chiesa. Lo strumento di un padre spirituale è il discernimento. Il Papa – scrive ai vescovi – vuole «sollecitare umilmente la vostra collaborazione e assistenza nel discernimento delle misure che dovranno essere adottate a breve, medio e lungo termine».

Francesco invita la comunità ecclesiale a mettersi «in uno stato di preghiera», con l’obiettivo di «riparare il più possibile lo scandalo e ristabilire la giustizia». I mali dei quali parla il Papa «ci deturpano l’anima e ci gettano nel mondo deboli, impauriti, arroccati nei nostri comodi palazzi d’inverno». Essi producono «disperazione e perdita di radici»[42] nel popolo di Dio. Pertanto, per essere in grado di riparare e poter guarire le ferite dobbiamo prima accettare di essere perdonati e confortati dal Signore.

L’atteggiamento radicale da assumere quando la desolazione è così profonda è – come dicevamo – l’accusa e l’umiliazione di sé, che Francesco qui compie per primo, non scaricando le colpe su un capro espiatorio, come molti hanno cercato di fare, ma assumendole su di sé. Scrive infatti: «Per quanto mi riguarda, riconosco, e voglio che lo trasmettiate fedelmente, che sono incorso in gravi errori di valutazione e percezione della situazione, in particolare per mancanza di informazioni veritiere ed equilibrate. Fin da ora chiedo scusa a tutti quelli che ho offeso e spero di poterlo fare personalmente, nelle prossime settimane, negli incontri che avrò con rappresentanti delle persone intervistate»[43].

Sono questi atteggiamenti che permettono di risanare le ferite che il male e il peccato hanno inferto alla società, rafforzando così la nostra appartenenza a Cristo e al corpo della Chiesa[44].

[1].      Francesco, Omelia a Santa Marta, 8 gennaio 2018.

[2].      C’è però anche «un’altra persecuzione della quale non si parla tanto», una persecuzione «travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso: è una persecuzione – io direi un po’ ironicamente – educata. […] Il capo della persecuzione “educata”, Gesù lo ha nominato: il principe di questo mondo» (Francesco, Omelia a Santa Marta, 12 aprile 2016).

[3].      L. Ricci – J. Roothaan, Las cartas de la tribulación, Buenos Aires, Diego de Torres, 1988. All’inizio del 1987, dopo essere tornato dalla Germania, dove aveva lavorato alla sua tesi di dottorato su Romano Guardini, l’allora padre Jorge Mario Bergoglio chiese al padre gesuita Dan Obregón, latinista, di tradurre le Cartas per la pubblicazione. Si tratta di alcune lettere scritte ai gesuiti da due dei loro Prepositi generali – p. Lorenzo Ricci e p. Jan Roothaan – in tempi in cui la Compagnia di Gesù subì persecuzioni (una delle quali fu così accanita che si giunse alla soppressione dell’Ordine per 41 anni, dal 1773 al 1814). L’introduzione a questo libro, scritta dallo stesso p. Bergoglio, è tradotta e pubblicata in questo stesso fascicolo, con il titolo «La dottrina della tribolazione» (Civ. Catt. 2018 II 209-215).

[4].      Francesco, «Dov’è che il nostro popolo è stato creativo? Conversazioni con i gesuiti del Cile e del Perù», in Civ. Catt. 2018 I 324.

[5].      Francesco, Incontro con sacerdoti, religiosi e religiose, consacrati e seminaristi, Santiago del Cile, 16 gennaio 2018, in w2.vatican.va/ Cfr J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 210.

[6].      Cfr G. Cucci, «Bullismo e cyberbullismo: due fenomeni in aumento», in Civ. Catt. 2018 I 25.

[7].      Francesco, Omelia nella preghiera dell’Ora Media con religiose di vita contemplativa, Lima, 21 gennaio 2018, in w2.vatican.va

[8]  .    J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 212. Sono 7 lettere di p. Ricci e 1 di p. Roothaan.

[9]  .    Francesco, Celebrazione dei Vespri e Te Deum, nella chiesa del Gesù di Roma, 27 settembre 2014.

[10].    Cfr J. M. Bergoglio, Reflexiones espirituales, Buenos Aires, Diego de Torres, 1987. Il testo «La acusación de sí mismo», che vi è contenuto, era già apparso originariamente in Boletín de espiritualidad de la Provincia argentina de la Compañía de Jesús, n. 87, 1984. Il saggio è stato tradotto in italiano con il titolo Umiltà. La strada verso Dio, Bologna, EMI, 2013, da cui citiamo.

[11].    Id., «Ensañamiento», in Reflexiones en esperanza, Buenos Aires, Usal, 1992. Qui si cita dalla traduzione italiana «Silenzio e parola», in Non fatevi rubare la speranza, Milano, Mondadori, 2013, 85-108. D’ora in avanti questo testo verrà indicato con la sigla SeP.

[12].    Cfr Francesco, Conferenza stampa durante il volo di ritorno del viaggio apostolico in Cile e Perù, 21 gennaio 2018.

[13].    J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 215.

[14].    Ivi.

[15].    SeP 94. Guardini indica questa smisuratezza o sfrenatezza (Ausschweifen) come caratteristica di un uomo che è «dissoluto, violento, corrotto dal potere e dall’insicurezza interiore» (R. Guardini, Der Herr, Würzburg, Werkbund, 1964, 22; in it. Il Signore, Milano, Vita e Pensiero, 2005, 46).

[16].    Cfr A. Spadaro, «Intervista a papa Francesco», in Civ. Catt. 2013 III 450.

[17].    Cfr «Cinque anni di papa Francesco. Il cammino del pontificato si apre strada facendo», in Civ. Catt. 2018 I 523.

[18].    SeP 102 s.

[19].    Ivi, 102.

[20].    Cfr ivi, 103.

[21].    Ivi, 105.

[22].    A. Ivereigh, Tempo di misericordia. Vita di Jorge Mario Bergoglio, Milano, Mondadori, 2014, 242.

[23].    SeP 105.

[24].    Cfr Francesco, Esortazione apostolica Gaudete et exultate, n. 115; e SeP 104.

[25].    SeP 105.

[26].    Cfr D. Fares, «“Io sono una missione”. Verso il Sinodo dei giovani», in Civ. Catt. 2018 I 431.

[27].    SeP 103.

[28].    Ivi, 103 s.

[29].    Ivi, 104.

[30].    Ivi, 105.

[31].    Cfr J. M. Bergoglio, Umiltà…, cit. Il testo riporta e commenta una sua traduzione dell’«Istruzione n. 7», dagli Insegnamenti spirituali di san Doroteo di Gaza.

[32].    Ivi, 12.

[33].    Ivi, 11-12 e 27.

[34].    Id., «La dottrina della tribolazione», cit., 214 s.

[35].    Id., Umiltà…, cit., 85, nota 1; cfr P. Favre, Memorie spirituali, n. 51.

[36].    J. M. Bergoglio, Umiltà…, cit., 86.

[37].    Cfr Ignazio di Loyola, s., Esercizi Spirituali, n. 48.

[38].    J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 215.

[39].    Ivi, 214.

[40].    «Testardi […], voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo» (At 7,51): è l’accusa che Stefano rivolge a coloro che, per tutta risposta, si lanceranno accanitamente contro di lui.

[41].    Cfr J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 215.

[42].    Ivi.

[43].    Francesco, Lettera ai vescovi del Cile a seguito del report consegnato da S. E. mons. Charles J. Scicluna, 8 aprile 2018, in w2.vatican.va

[44].    Cfr J. M. Bergoglio, «La dottrina della tribolazione», cit., 213; 215.

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AGAINST THE SPIRIT OF «PERSECUTION»

The «spirit of persecution» is constant throughout the history of humanity. It changes its form, but it is always the same dynamic which leads a person to rage against another person: usually the weakest or the most «holy», for example the story of Cain and Abel. This spirit of persecution is demonic, destructive and self-destructive. In a 1987 paper entitled «Letters of the Tribulation» – which the magazine reproduces in full in this issue – The then Fr. Jorge Mario Bergoglio, proposed certain remedies to resist this evil spirit without being infected by it.

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La «dottrina della tribolazione» di papa Francesco

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