COMMENTO ALLA ESORTAZIONE APOSTOLICA DI PAPA FRANCESCO “QUERIDA AMAZONIA”

12 Febbraio 2020
Voiced by Amazon Polly

Splendore, dramma, mistero: sono le tre parole con le quali papa Francesco offre al popolo di Dio e a tutte le persone di buona volontà Querida Amazonia (Amata Amazzonia), la sua Esortazione apostolica post-sinodale relativa al Sinodo speciale per l’Amazzonia che si è svolto a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019[1].

Celebrando l’evento nel cuore della cattolicità, a Roma, la Chiesa si è messa in ricerca della profezia, spostando il proprio baricentro dall’area euro-atlantica e puntando direttamente verso una terra dove si stanno concentrando gigantesche contraddizioni di carattere politico, economico ed ecologico.

Francesco è alla ricerca di soluzioni che considerino i diritti dei popoli originari, che difendano la ricchezza culturale e la bellezza naturale della terra. E cerca di sostenere le comunità cristiane con soluzioni pastorali idonee. A questo riguardo il motore interno dell’Esortazione – lo anticipiamo subito – è nel decimo paragrafo del quarto capitolo, che ha per titolo «Ampliare orizzonti al di là dei conflitti». Considerando la complessità delle questioni, il Papa chiede di andare al di là delle contraddizioni. Quando ci sono polarità e conflitto bisogna trovare soluzioni nuove, uscire dall’impasse cercando altre vie migliori, forse non immaginate prima. Ma questo trascendere la dialettica è pure uno dei criteri fondamentali dell’azione del Pontefice. È bene sempre tenerlo a mente.

Il Sinodo di ottobre

I lavori sinodali hanno prodotto un dipinto, come un grande affresco nel quale tutto – la vita della Chiesa, la politica, l’economia, la custodia della casa comune, la liturgia – è connesso, come del resto leggiamo nella Enciclica Laudato si’ (n. 117).

L’affresco, in realtà, ha cominciato a essere dipinto il 19 gennaio 2018, quando, durante il viaggio apostolico di Francesco in Perù, è avvenuto lo straordinario incontro tra il Pontefice e 22 popoli indigeni a Puerto Maldonado. Lì Francesco ha esortato tutti a «plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno»[2].

Mai come oggi i popoli indigeni, gli afro-discendenti, i pescatori, i migranti e le altre comunità tradizionali in Amazzonia sono minacciati da deforestazione, uniformazione e sfruttamento. La convocazione sinodale è stata chiaramente frutto di una intuizione di Francesco che ha percepito una precisa urgenza davanti a una terra che corre senza freni verso la morte, e che esige cambiamenti radicali e una nuova direzione che consenta di salvarla.

L’affresco, fatto di grandi contrasti, in cui c’era violenza e bellezza, rapina e saggezza, è stato compreso e interpretato – lo ha detto il Papa nel suo discorso di apertura dell’Assemblea – con «occhi di discepolo» e «cuore pastorale». La Chiesa vuole «accompagnare» da «alleata» il cammino dei popoli senza prevedere soluzioni facili e pronte all’uso. Il Sinodo ha aperto un processo di approfondimento – all’interno di uno più ampio di riforma della Chiesa[3] – che dovrà tenere in caldo i temi emersi. L’Esortazione è una tappa fondamentale per l’opera post-sinodale di attuazione.

Un testo di «risonanza» che accompagna la ricezione del Sinodo

Diciamo subito che Querida Amazonia è un testo peculiare per alcuni aspetti che cercheremo di porre in rilievo.

È la prima volta che un documento di tale importanza magisteriale si presenta esplicitamente come un testo che ne «accompagna» un altro, cioè il Documento finale del Sinodo, intitolato Amazzonia: nuove strade per la Chiesa e per un’ecologia integrale.

Il Papa desidera subito affermare una postura, quella dell’ascolto e del discernimento. Scrive di aver ascoltato gli interventi durante il Sinodo e di aver letto con interesse i contributi dei circoli minori. Afferma: «Con questa Esortazione desidero esprimere le risonanze che ha provocato in me questo percorso di dialogo e discernimento. Non svilupperò qui tutte le questioni abbondantemente esposte nel Documento conclusivo. Non intendo né sostituirlo né ripeterlo. Desidero solo offrire un breve quadro di riflessione che incarni nella realtà amazzonica una sintesi di alcune grandi preoccupazioni che ho già manifestato nei miei documenti precedenti, affinché possa aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione dell’intero cammino sinodale» (n. 2).

L’Esortazione dunque non supera il Documento finale, né intende dargli semplicemente il suo sigillo. Francesco lo assume tutto e lo accompagna, guidandone la ricezione all’interno del percorso sinodale, che è in divenire e non può certamente dirsi concluso. Il Papa si esprime perché vuole dare impulso al processo sinodale. Addirittura, Francesco decide questa volta di non citare affatto il Documento perché questo avrebbe dato l’impressione di una selezione dei contenuti. Invece il suo obiettivo è quello di invitare a una lettura completa perché esso arricchisca, sfidi e ispiri la Chiesa: proprio questi sono i tre verbi usati dal Pontefice.

Il ministero petrino, con questa Esortazione, si palesa chiaramente nella sua dimensione di ministero di accompagnamento e di discernimento. Il Sinodo si afferma come una realtà fondamentale nella vita della Chiesa che ha un tempo di preparazione, un evento centrale e un processo post-sinodale di attuazione nel quale l’Esortazione si inserisce. Chiaramente quello di Francesco è un contributo alla riflessione sul rapporto tra primato e sinodalità, del quale si avverte sempre di più l’esigenza.

Il tema dell’ascolto è centrale. L’Esortazione esprime la consapevolezza che il Sinodo è stato un luogo in cui sono risuonate storie di vita che hanno discusso di problemi non in maniera teorica, ma in forma di esperienze. Il Sinodo, lo si è detto più volte, non è né un convegno né un parlamento. Hanno partecipato – scrive il Papa – «tante persone che conoscono i problemi dell’Amazzonia meglio di me e della Curia romana, perché vi abitano, vi soffrono e la amano con passione» (n. 3). Appare chiara anche la reverenza propria dell’ascolto di chi ha la saggezza del vissuto.

Contemplazione e «logos» poetico nel magistero pontificio

Altra nota importante: l’Esortazione ha uno specifico taglio contemplativo. Sette volte nel documento risuona questo appello alla contemplazione e allo «sguardo estetico». In un paragrafo Francesco parla della «profezia della contemplazione». Chiede, in particolare, di imparare dai popoli indigeni ad assumere questo sguardo per evitare di considerare l’Amazzonia solamente un caso da analizzare o un tema sul quale impegnarsi.

C’è il preciso riconoscimento di un «mistero» che si traduce in «legame» di rispetto e amore, che è proprio della contemplazione. L’Amazzonia come terra è «madre» con la quale entrare in comunione. Così «la nostra voce si unirà alla sua e si trasformerà in preghiera: “Coricati all’ombra di un vecchio eucalipto, la nostra preghiera di luce s’immerge nel canto di fronde eterne”» (n. 56). La citazione è da Sui Yun (Katie Wong Loo), poetessa amazzonica di origine cinese.

Ecco come si traduce lo sguardo contemplativo: in poesia. Questa Esortazione è intrecciata di citazioni poetiche perché la poesia custodisce il senso e lo attinge – specialmente in questo caso – in maniera peculiare dall’esperienza. Il Papa lo ritiene indispensabile e così cita nel suo discorso ben 16 scrittori e poeti, in buona parte amazzonici e popolari: Ana Varela, Jorge Vega Márquez, Alberto Araújo, Ramón Iribertegui, Yana Lucila Lema, Evaristo de Miranda, Juan Carlos Galeano, Javier Yglesias, Mario Vargas Llosa, Euclides de Cunha, Pablo Neruda, Amadeu Thiago de Mello, Vinicius de Moraes, Harald Sioli, Sui Yun, Pedro Casaldaliga.

In tal senso, accanto alle storie e alle testimonianze, il Papa include come parte integrante del testo magisteriale il logos poetico e simbolico. Tra realtà, pensiero e visione poetica non sembrano esserci cesure. Infatti alcune cose – ad esempio la nozione di «qualità della vita» – possono essere comprese solamente «all’interno del mondo di simboli e consuetudini propri di ciascun gruppo umano» (n. 40), che hanno la capacità di connettere. L’Amazzonia, per altro, «è diventata fonte di ispirazione artistica, letteraria, musicale, culturale» (n. 35). Le varie arti, e soprattutto la poesia, sono state ispirate dall’acqua, dalla giungla, dalla vita, oltre che dalla diversità culturale e dalle sfide ecologiche e sociali[4].

I poeti popolari, in particolare, sono i custodi di questa sapienza perché, scrive il Papa, si sono innamorati della bellezza della terra e dell’acqua, e hanno cercato di esprimerla come in una danza[5]. Ma essi «deplorano i pericoli che lo minacciano. Questi poeti, contemplativi e profetici, ci aiutano a liberarci dal paradigma tecnocratico e consumista che soffoca la natura e ci priva di un’esistenza realmente dignitosa» (n. 46).

L’operazione compiuta da Francesco è più forte di quel che può sembrare in apparenza. Dando voce ai poeti, contesta l’approccio efficientista, tecnocratico e consumista, all’Amazzonia e alle sue grandi questioni.

Conseguenzialmente Francesco espone i suoi argomenti articolandoli non in quattro «temi» o «argomenti», ma in quattro «sogni», che hanno una loro corrispondenza con le cinque «conversioni» delle quali ha scritto il Documento finale.

Il sogno unisce una calda connotazione affettiva e interiore a questioni che sono a volte davvero spinose e complesse. Scrive:

  • «Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa.
  • Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana.
  • Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste.
  • Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici» (n. 7).

Il «sogno sociale» indispensabile a un vero approccio ecologico

Il primo sogno illustrato da Francesco è quello di un’Amazzonia che integri e promuova tutti i suoi abitanti affinché possano consolidare un «buon vivere» (n. 8), alternativo al moderno ed efficientistico vivere sempre meglio.

L’analisi della situazione è drammatica. Gli interessi implicati nel disboscamento – illegale o legale – e nell’estrattivismo richiedono un «grido profetico» contro la corruzione, l’ingiustizia e il crimine.

Il grido che sale dalle foreste si trasforma in un grido urbano. L’Amazzonia sta affrontando un disastro ecologico che minaccia sia il bioma sia i popoli amazzonici. Un punto centrale del discorso di Francesco è il fatto che oggi non possiamo più fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico è sempre anche un approccio sociale, che «deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» (n. 8). Ogni discorso sull’ambiente non può essere avulso da quello sulla giustizia e dall’ascolto del grido delle popolazioni indigene, fluviali e afro-discendenti. Molti sono gli alberi dove abitò la tortura e vasti i boschi comprati tra mille uccisioni scrive la poetessa peruviana Ana Varela, citata nell’Esortazione (n. 9).

Le popolazioni indigene sono state spesso impotenti davanti alla distruzione dell’ambiente naturale che permetteva loro di nutrirsi, di guarire, di sopravvivere e di preservare uno stile di «vita buona» e una cultura che dava loro identità e significato.

E il grido che sale dalle foreste si trasforma in un grido urbano. Gli interessi economici, infatti, hanno provocato e incoraggiato i movimenti migratori delle popolazioni indigene verso le periferie delle grandi città che sono caratterizzate da grandi disuguaglianze. Lì queste popolazioni «non incontrano una reale liberazione dai loro drammi, bensì le peggiori forme di schiavitù, di asservimento e di miseria». Proprio nei contesti urbani crescono anche la xenofobia, lo sfruttamento sessuale e la tratta di esseri umani. «Per questo il grido dell’Amazzonia non si leva solamente dal cuore delle foreste, ma anche dall’interno delle sue città» (n. 10).

Francesco approfitta del tema per esprimere una profonda condanna del razzismo e di ogni forma di sottomissione degli indigeni e per collegarla al magistero dei suoi predecessori, sin da Paolo III che, con la bolla Veritas ipsa, condannava le tesi razziste, riconoscendo agli indiani, cristiani o meno, la dignità della persona umana, il loro diritto ai loro possedimenti e proibendo loro di essere ridotti in schiavitù (cfr nota 17)[6].

L’Amazzonia – lamenta il Papa – è stata presentata come «un’immensità selvaggia da addomesticare» (n. 12), e gli indigeni sono visti come «intrusi o usurpatori», più «un ostacolo di cui liberarsi che come esseri umani con la medesima dignità di chiunque altro e con diritti acquisiti» (ivi). Questo approccio è chiaramente giudicato «colonialista».

La responsabilità della Chiesa. Rileggendo la storia, Francesco afferma che neanche la Chiesa è stata immune dal colonialismo quando evangelizzazione e interessi nazionali si sono intrecciati, e questo fino a cadere nella logica e nella pratica della «rete di corruzione» (n. 25). Sale dalle pagine il senso di «vergogna» e la richiesta di «perdono». La «vergogna» della quale parla Francesco è quella di cui parla sant’Ignazio negli Esercizi spirituali: non un sentimento di carattere moralistico, ma l’acuto senso del peccato[7]. Questa vergogna si applica alla storia vissuta, alla testimonianza: Francesco, da una parte, racconta una storia vissuta, dall’altra offre una lettura biblica dei sentimenti che suscitano l’indignazione di Mosé e di Gesù. Del resto, se la chiamata di Dio ha bisogno di un ascolto attento al grido dei poveri e della terra allo stesso tempo, per noi il grido dell’Amazzonia al Creatore è come il grido del Popolo di Dio in Egitto. È «un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà» (n. 52).

Le due vie per affrontare la sfida: protagonismo e comunità. Il Pontefice indica almeno due vie importanti per affrontare la sfida (e il sogno) sociale.

La prima è aver ben chiaro che i protagonisti sono gli indigeni. Non basta la «difesa» di chi è vittima del colonialismo che abbiamo descritto. È necessario considerarli «protagonisti», valorizzare il «protagonismo degli attori sociali» (n. 40).

La seconda è il senso della comunità e del dialogo sociale. In fondo, una delle grandi sfide per l’Amazzonia è quella di essere luogo di dialogo sociale, soprattutto tra i diversi popoli indigeni, per trovare forme di comunione e di lotta comune. Non è affatto da dare per scontato il dialogo tra differenti popolazioni e tribù spesso divise tra loro. Mentre, all’interno di ogni comunità, è forte il senso di insieme e di gruppo che plasma lavoro, riposo, relazioni umane, riti e celebrazioni. Gli spazi privati, tanto tipici della modernità, sono minimi e tutto è condiviso per il bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio.

D’altra parte, però, il senso della comunità non va di pari passo con quello delle istituzioni. Vari Paesi della regione sono governati a livello istituzionale in modo precario e corrotto: così si perde la fiducia nelle istituzioni e nei loro rappresentanti, il che – denuncia il Papa –, scredita totalmente la politica e le organizzazioni sociali. Qui c’è molto da lavorare e Francesco indica un compito preciso[8].

Un sogno culturale che scardina la logica colonialista

Se il sogno sociale richiede una voce profetica, si impone un «sogno culturale», capace di scardinare la logica colonialista.

La dialettica tra foresta e città. Nella regione amazzonica esiste una realtà multietnica e multiculturale. All’interno di ogni cultura, i popoli hanno costruito e ricostruito la loro visione del mondo e del loro futuro. Nelle culture e nei popoli indigeni, antiche pratiche e interpretazioni mitiche coesistono con le tecnologie e le sfide moderne.

Francesco esprime la necessità che l’Amazzonia sia promossa senza «invasioni» e sradicamenti. Vi troviamo migliaia di comunità indigene, afro-discendenti, abitanti dei fiumi e delle città, che sono molto diverse tra loro, e che «ospitano una grande diversità umana» (n. 32).

Popoli abituati ad avere relazioni umane «impregnate dalla natura circostante» sentita e percepita «come una realtà che integra la loro società e la loro cultura, come un prolungamento del loro corpo personale, familiare e di gruppo sociale» (n. 20), oggi finiscono per vivere nelle periferie in condizioni di grande povertà, «in una situazione di miseria estrema, ma anche di frammentazione interiore dovuta alla perdita dei valori da cui erano sostenuti. In tale contesto, solitamente, gli indigeni perdono i punti di riferimento e le radici culturali che conferivano loro un’identità e un senso di dignità, e vanno ad allungare la fila degli scartati» (n. 30).

La trasmissione della saggezza. Uno degli effetti più evidenti è che si interrompe «la trasmissione culturale di una saggezza che ha attraversato i secoli, di generazione in generazione» (n. 30). Le città non agevolano l’incontro, l’arricchimento, la fecondazione tra culture diverse. Al contrario diventano la scenografia dello scarto.

Il «sogno culturale» richiede di prendersi cura delle radici e della diversità. Per secoli i popoli amazzonici si sono presi cura delle radici trasmettendo oralmente la loro saggezza culturale, con miti, leggende, narrazioni. Ecco perché è importante «lasciare che gli anziani facciano lunghe narrazioni» e che «i giovani si fermino a bere a questa fonte» (n. 34). Alcuni popoli hanno cominciato a scrivere per raccontare le loro storie e non perderle, anche recuperando la memoria danneggiata. Le radici vanno curate.

Molto interessante il fatto che il Papa ricordi ai battezzati dell’Amazzonia che le loro radici «comprendono la storia del popolo d’Israele e della Chiesa, fino al giorno d’oggi. Conoscerle è una fonte di gioia e soprattutto di speranza che ispira azioni coraggiose e nobili» (n. 33).

Corresponsabili di fronte alla diversità di stili e visioni. Nello stesso tempo c’è una cura per la diversità, che da bandiera o confine, deve trasformarsi in un ponte. Il Papa non intende «proporre un indigenismo completamente chiuso, astorico, statico, che si sottragga a qualsiasi forma di meticciato» (n. 37). Il motivo è chiaro: «una cultura può diventare sterile quando “si chiude in se stessa e cerca di perpetuare forme di vita invecchiate, rifiutando ogni scambio e confronto intorno alla verità dell’uomo”» (n. 37), scrive citando la Centesimus annus di Giovanni Paolo II.

Il dialogo tra foresta e città quindi è indispensabile. E così tra indigeni e non, sebbene il rischio di essere travolti dalle invasioni culturali sia forte. Ma quel che deve prevalere è il «senso di corresponsabilità nei confronti della diversità che abbellisce la nostra umanità» (ivi). E anche tra i diversi popoli indigeni, è possibile sviluppare – scrive Francesco citando il Documento di Aparecida – «relazioni interculturali nelle quali la diversità non rappresenta una minaccia, non giustifica gerarchie di potere esercitato dagli uni sugli altri, ma significa un dialogo, a partire da visioni culturali differenti, fatto di celebrazione, di interrelazioni, di rivitalizzazione della speranza» (n. 38).

Si apre un lavoro enorme che riguarda «i gruppi umani, i loro stili di vita e le loro visioni del mondo, sono vari tanto quanto il territorio, avendo dovuto adattarsi alla geografia e alle sue risorse» (n. 32): i villaggi di pescatori, quelli di caccia, di raccolta nell’entroterra o che coltivano le terre alluvionali… «Attraverso un territorio e le sue caratteristiche Dio si manifesta, riflette qualcosa della sua inesauribile bellezza» (n. 32), scrive Francesco.

«Sogno ecologico»

Così si apre lo scenario del terzo sogno di Francesco, quello «ecologico». Nella descrizione di questo sogno la sintonia profondissima con la Laudato si’ è evidente. Ma anche con il Magistero precedente. In particolare, con quello di Benedetto XVI il quale ha detto che oltre all’ecologia della natura c’è un’ecologia che possiamo chiamare «umana», che a sua volta richiede una «ecologia sociale» (cfr n. 41).

La cura congiunta di persone ed ecosistemi. Nella realtà amazzonica, dove esiste un rapporto così stretto tra l’uomo e la natura, «l’esistenza quotidiana è sempre cosmica» (n. 41). Francesco lo dice con i versi di Javier Yglesias: Del fiume fa’ il tuo sangue […]. / Poi piantati, / germoglia e cresci / che la tua radice / si aggrappi alla terra / perpetuamente / e alla fine / sii canoa /, scialuppa, zattera, / suolo, giara, /stalla e uomo (n. 31). Dunque, «liberare gli altri dalle loro schiavitù implica certamente prendersi cura dell’ambiente e proteggerlo, ma ancor più aiutare il cuore dell’uomo ad aprirsi con fiducia a quel Dio che non solo ha creato tutto ciò che esiste, ma ci ha anche donato sé stesso in Gesù Cristo» (n. 41).

L’impegno per la cura dei fratelli e dell’ambiente ha una radice teologica profonda, scrive il Pontefice. La cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili. Per le popolazioni amazzoniche «abusare della natura significa abusare degli antenati, dei fratelli e delle sorelle, della creazione e del Creatore, ipotecando il futuro». Il danno alla natura e lo sfruttamento della terra ferisce. «La terra ha sangue e si sta dissanguando, le multinazionali hanno tagliato le vene alla nostra Madre terra» (n. 42), scrive efficacemente Francesco citando il documento del Sinodo della diocesi di San José del Guaviare e dell’arcidiocesi di Villavicencio e Granada, in Colombia. Se intendiamo l’ambiente semplicemente come «risorsa» si rischia di mettere in pericolo la visione dell’ambiente come «casa» (cfr. n. 48).

Ampie citazioni narrative e poetiche permettono a Francesco di descrivere questo «sogno fatto d’acqua», perché in Amazzonia «l’acqua è la regina, i fiumi e i ruscelli sono come vene, e ogni forma di vita origina da essa» (n. 43). Francesco lo dice cedendo la parola a Pablo Neruda: Rio delle Amazzoni /capitale delle sillabe dell’acqua, / padre patriarca, sei /l’eternità segreta /delle fecondazioni, /a te scendono fiumi come uccelli (n. 44).

Querida Amazonia esprime la consapevolezza che l’equilibrio planetario dipende anche dalla salute dell’Amazzonia, come anche da biomi come quello del Congo e del Borneo. Questo viene spesso ignorato nella valutazione dell’impatto ambientale dei progetti economici nei settori estrattivo, energetico, del legno e di altre industrie che distruggono e inquinano. D’altra parte, l’acqua, che è abbondante in Amazzonia, è un bene essenziale per la sopravvivenza umana, ma le fonti di contaminazione sono in aumento.

Gestire il territorio in modo sostenibile. Francesco chiede di non essere ingenui e avere ben presente che, oltre agli interessi economici degli imprenditori e dei politici locali, ci sono anche enormi interessi economici internazionali. Gli attacchi alla natura hanno conseguenze per la vita dei popoli: dai mega-progetti non sostenibili (impianti idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento massiccio, monocolture, infrastrutture viarie, infrastrutture idriche, ferrovie, progetti minerari e petroliferi) all’inquinamento causato dall’industria estrattiva e dalle discariche urbane.

Al Sinodo non si è inteso dire che la Chiesa sia contro i progetti di modernizzazione positiva e inclusiva. Certamente però la Chiesa ha assunto la piena consapevolezza che la sua dottrina sociale ha oggi a cuore la difesa del Pianeta e che essa va in rotta di collisione con interessi politici ed economici, appoggiati dalla complicità di alcuni governanti e pure di alcune autorità indigene.

Per Francesco la soluzione del problema non è da trovare in una «internazionalizzazione dell’Amazzonia». La responsabilità dei governi nazionali si sta facendo via via sempre più grave, mentre i potenti non si accontentano mai dei loro profitti, anche perché le risorse del potere economico aumentano con il progredire dello sviluppo scientifico e tecnologico (cfr. n. 50).

Gli organismi internazionali e le organizzazioni della società civile hanno dunque un’importanza strategica nel sensibilizzare le popolazioni e nell’agire. Questo significa anche adoperare meccanismi di pressione legittimi per spingere i governi ad adempiere al proprio dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza svendersi agli interessi locali o internazionali (cfr ivi).

Gestire il territorio in modo sostenibile: questo è l’obiettivo, anche creando, come si legge nella Laudato si’, «un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecnoeconomico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia» (n. 52).

Fondamentale anche l’aspetto educativo. Non ci sarà un’ecologia sana e sostenibile, capace di trasformare la realtà, se le persone non sono incoraggiate a scegliere uno stile di vita, meno vorace, più rispettoso e fraterno (cfr n. 58).

La Chiesa, con la sua tradizione educativa e con la sua storia di incarnazione in culture così diverse in tutto il mondo, vuole anche contribuire alla cura e alla crescita dell’Amazzonia (cfr n. 60). E proprio da questo impegno nasce il sogno che il Pontefice intende condividere più direttamente con i pastori e i fedeli cattolici.

Un «sogno ecclesiale»

La consapevolezza radicale che la Chiesa sia chiamata a camminare con il popolo dell’Amazzonia porta Francesco a elaborare e descrivere un sogno legato proprio alla vita della Chiesa.

Questo sogno ha una storia. In America Latina, infatti, esso si è formato e declinato in alcune tappe privilegiate come la Conferenza episcopale di Medellín (1968) e la sua applicazione in Amazzonia a Santarem (1972); e poi a Puebla (1979), Santo Domingo (1992) e Aparecida (2007). Il cammino continua. E l’obiettivo è quello di «sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico».

Tante cose sono importanti in questo processo di incarnazione e inculturazione: organizzazioni sociali, dibattiti, programmi politici… Però occorre che il grande annuncio missionario e salvifico di Cristo risuoni sempre di più. Il Papa parla di un «diritto all’annuncio del Vangelo», soprattutto al primo annuncio, il kerygma: l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, e che ha pienamente manifestato quell’amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. «Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15)» (n. 64). E questo è stato il senso dell’opera dei grandi evangelizzatori dell’America Latina come san Toribio de Mogrovejo o san José di Anchieta.

La parola chiave è «inculturazione». La parola chiave del sogno ecclesiale è «inculturazione». Francesco la ripete una ventina di volte. La Chiesa, mentre annuncia sempre di nuovo il kerygma, «riconfigura sempre la propria identità nell’ascolto e nel dialogo con le persone, le realtà e le storie del suo territorio» (n. 66). Francesco pone in nota un chiaro riferimento alla Costituzione Gaudium et spes (n. 44) del Concilio Vaticano II. Solo una Chiesa missionaria inserita e inculturata porterà alla nascita di particolari Chiese autoctone, dal volto e dal cuore amazzonici, radicate nelle culture e tradizioni proprie dei popoli, unite nella stessa fede in Cristo e diverse nel loro modo di viverla, esprimerla e celebrarla.

Francesco parla della Tradizione della Chiesa nei termini di una ricchezza di sapienza trasmessa nei secoli, che si sviluppa in un necessario processo di inculturazione, il quale «eleva e conferisce pienezza» (n. 73).

Il cristianesimo non ha una sola modalità culturale. C’è un rapporto dialettico tra fede e cultura: da una parte lo Spirito Santo feconda la cultura con la forza trasformatrice del Vangelo; dall’altra parte, la Chiesa si arricchisce della cultura che incontra, di ciò che lo Spirito aveva già seminato in essa.

Ascoltare la saggezza ancestrale. Inculturare il Vangelo in Amazzonia significa quindi, per Francesco, ascoltare la saggezza ancestrale, ridare voce agli anziani, riconoscere i valori presenti nello stile di vita delle comunità originarie, recuperare nel tempo le ricche narrazioni dei popoli. La narrazione unisce la testimonianza alla potenza del simbolo.

Il Papa riconosce che la regione ha già ricevuto le ricchezze che provengono dalle culture precolombiane, come il senso di gratitudine per i frutti della terra, la sacralità della vita umana e il valore della famiglia, il senso di solidarietà e corresponsabilità nel lavoro comune, la fede in una vita al di là della dimensione terrena. Ma certamente anche l’apertura all’azione di Dio, e «lo spirito indigeno dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato, spirito di gratuità che ama la vita come dono, spirito di sacra ammirazione davanti alla natura che ci oltrepassa con tanta vita» (n. 73)[9]. Francesco cede la parola a Pedro Casaldáliga, assumendo i suoi versi: Galleggiano ombre di me, legni morti. / Ma la stella nasce senza rimprovero / sopra le mani di questo bambino, esperte, / che conquistano le acque e la notte. / Mi basti conoscere / che Tu mi conosci / interamente, prima dei miei giorni.

Il rapporto con Gesù Cristo, vero Dio e uomo, liberatore e redentore, «non è il nemico di questa visione del mondo marcatamente cosmica». Infatti, Cristo è anche il Risorto che penetra tutte le cose: «Egli è gloriosamente e misteriosamente presente nel fiume, negli alberi, nei pesci, nel vento, in quanto è il Signore che regna sul creato senza perdere le sue ferite trasfigurate» (n. 74). Occorre, certamente, far maturare il rapporto con Dio presente nel cosmo in un rapporto personale con un Tu che ci conosce e ci ama.

Francesco pone in evidenza anche una «felice sobrietà» delle popolazioni indigene che sanno essere felici con poco, godendo dei piccoli e semplici doni di Dio senza l’ansia dell’accumulo e riconoscendo un senso della terra «materno», che risveglia una «rispettosa tenerezza» (n. 71). Tutti questi valori devono far parte dell’evangelizzazione.

Impegno per il Regno di giustizia e «santità amazzonica». Data la situazione di povertà e di abbandono di tanti abitanti dell’Amazzonia, per Francesco l’inculturazione deve – e lo afferma citando il Documento di Puebla del 1979 – avere un «un timbro fortemente sociale ed essere caratterizzata da una ferma difesa dei diritti umani, facendo risplendere il volto di Cristo che “ha voluto identificarsi con speciale tenerezza con i più deboli e i più poveri”» (n. 75)[10].

Viene così affermata l’intima connessione tra l’evangelizzazione e la promozione umana, come aveva già affermato in Evangelii gaudium, n. 178. L’evangelizzazione richiede e comporta un chiaro impegno per il Regno di giustizia nella promozione degli scartati. Sociale e spirituale, contemplazione e servizio, sono da integrare. La fede non è alienante e individualista. D’altra parte, non è accettabile un impegno puramente orizzontale che mutili la dimensione trascendente e spirituale.

Francesco parla di una «santità amazzonica». L’espressione colpisce. Non ci sono santità standard, valide sempre e dovunque. Anche la santità è inculturata, cioè incarnata nella vita di un popolo particolare.

Notiamo che, all’interno di questa riflessione il Pontefice chiede di non qualificare come «superstizione» o «paganesimo» alcune espressioni religiose che nascono spontaneamente dalla vita dei popoli. Bisogna fare un discernimento perché, come Francesco aveva scritto nella Evangelii gaudium, «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi» (n. 78). Dunque, è possibile trovarsi davanti a un simbolo indigeno senza necessariamente essere in un contesto di idolatria. Ci sono miti carichi di un senso spirituale che può essere condiviso senza ritenerlo frettolosamente «un errore pagano» (n. 79).

E Francesco offre un importantissimo criterio di discernimento pastorale che riportiamo qui integralmente: «Un vero missionario cerca di scoprire quali legittime aspirazioni passano attraverso le manifestazioni religiose a volte imperfette, parziali o sbagliate, e cerca di rispondere a partire da una spiritualità inculturata» (ivi).

E prosegue con precisione: «Sarà senza dubbio una spiritualità centrata sull’unico Dio e Signore, ma al tempo stesso capace di entrare in contatto con i bisogni quotidiani delle persone che cercano una vita dignitosa, che vogliono godere le belle realtà dell’esistenza, trovare la pace e l’armonia, risolvere le crisi familiari, curare le loro malattie, vedere i loro bambini crescere felici. Il peggior pericolo sarebbe allontanarli dall’incontro con Cristo presentandolo come un nemico della gioia, o come uno che è indifferente alle aspirazioni e alle angosce umane. Oggi è indispensabile mostrare che la santità non priva le persone di “forze, vita e gioia”» (n. 80).

L’inculturazione della Liturgia. L’inculturazione ha nei Sacramenti un cammino di particolare importanza: in essi il divino e il cosmico, la grazia e la creazione si trovano uniti. I sacramenti sono pienezza del creato: la natura è elevata a essere luogo e strumento di grazia.

In particolare, scrivendo dell’Eucarestia, Francesco fa riferimento a quanto aveva scritto nella Laudato si’: «In effetti l’Eucaristia è di per sé un atto di amore cosmico: «Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo”. L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione». Per questo l’Eucaristia è anche «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (n. 236).

Questo approccio «ci consente di raccogliere nella liturgia molti elementi propri dell’esperienza degli indigeni nel loro intimo contatto con la natura e stimolare espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli» (n. 82).

Data la loro importanza, la disciplina dei Sacramenti non deve trasformare la Chiesa in una «dogana». I sacramenti devono essere accessibili. Facendo riferimento ad Amoris laetitia, il Papa ribadisce che «nelle difficili situazioni che vivono le persone più bisognose, la Chiesa deve avere una cura speciale per comprendere, consolare, integrare, evitando di imporre loro una serie di norme come se fossero delle pietre» (n. 49).

I ministri: distinguere bene tra sacerdozio e potere. Si pone la questione dei ministri dei sacramenti: la pastorale della Chiesa ha una presenza precaria in Amazzonia. L’immensa estensione territoriale, la grande diversità culturale, i gravi problemi sociali, l’isolamento sono tutti fattori che rendono difficile la cura delle comunità cristiane e l’evangelizzazione. Questo, scrive Francesco, non può lasciarci indifferenti ed esige una risposta specifica e coraggiosa (cfr n. 85).

Al riguardo, due le questioni che il Papa fa risuonare nella sua Esortazione, senza voler cancellare tutto l’ampio dibattito sinodale, poi impresso nel Documento finale: «il lamento di tante comunità dell’Amazzonia “private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi di tempo”. Ma nello stesso tempo c’è bisogno di ministri che possano comprendere dall’interno la sensibilità e le culture amazzoniche» (n. 86).

Francesco vuole innanzitutto chiarire ciò che è più «specifico» per il sacerdote, ciò che dunque non può essere svolto da altri: presiedere l’Eucaristia e dare il perdono sacramentale, l’assoluzione dei peccati. La sua funzione specifica, primaria e non delegabile è questa. E così distingue bene tra sacerdozio e potere. L’essere la massima autorità della comunità, la dimensione gerarchica, dunque, «non equivale a stare al di sopra degli altri, ma “è totalmente ordinata alla santità delle membra di Cristo”» (n. 87)[11]. Quando si afferma che il sacerdote è un segno di «Cristo capo», il significato principale è che Cristo è la fonte della grazia. Questo è il suo grande «potere»: solo lui può dire: «Questo è il mio corpo» e «Ti assolvo dai tuoi peccati».

Che cosa significa tutto questo nelle circostanze specifiche dell’Amazzonia, specialmente nelle sue giungle e nei luoghi più remoti? Significa innanzitutto che bisogna dare aria e spazio ai laici. Questo è un punto chiave dell’Esortazione che compie una opzione precisa. Il problema pastorale non si risolve pensando ad avere più preti ma lasciando spazio ai laici, i quali possono – come già fanno – annunciare la Parola di Dio, insegnando e organizzando le comunità con ruoli di leadership, ma anche celebrare alcuni sacramenti, dare vivacità alla pietà popolare (cfr n. 89). Questa prospettiva viene incoraggiata sulla base di ciò che avviene già di fatto e riconoscendo il ruolo fondamentale dei catechisti.

Chiaramente – e il Papa lo ha ben chiaro – «nessuna comunità cristiana si costruisce se non ha come radice e centro la celebrazione della Santa Eucaristia» (Presbyterorum ordinis 6). Da qui salgono tre appelli ai Vescovi: «a promuovere la preghiera per le vocazioni sacerdotali»; ad essere «più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia». E infine a «rivedere a fondo la struttura e il contenuto sia della formazione iniziale sia della formazione permanente dei presbiteri, in modo che acquisiscano gli atteggiamenti e le capacità necessari per dialogare con le culture amazzoniche» (n. 90). Il Sinodo aveva chiaramente parlato anche della mancanza di seminari per la formazione sacerdotale degli indigeni.

Resta l’appello aperto alla riflessione ulteriore: «è urgente fare in modo che i popoli amazzonici non siano privati del Cibo di nuova vita e del Sacramento del perdono» (n. 89). Non si offrono ricette. Il Papa assume il documento sinodale e le sue istanze offrendo varie opzioni di riflessione, ma lascia alla riflessione post-sinodale l’approfondimento e la proposta.

Sviluppare una cultura ecclesiale marcatamente laica. Francesco intende fare un discorso che valorizzi l’ampia ministerialità della Chiesa. Scrive anche dei diaconi permanenti e ritiene che dovrebbero essere molti di più in Amazzonia. Ma anche i religiosi e i laici sono chiamati ad assumersi importanti responsabilità per la crescita delle comunità. Anzi, ribadisce che, come afferma il Codice di Diritto Canonico (517) che è possibile che il Vescovo affidi la partecipazione all’esercizio della cura pastorale della parrocchia a un diacono o a un’altra persona che non abbia la qualifica di sacerdote.

Chiede dunque «lo sviluppo di una vera e propria cultura ecclesiale, marcatamente laica», «con un forte protagonismo dei laici». In questo senso l’Esortazione elogia il cammino delle Comunità di Base, quando hanno saputo integrare la difesa dei diritti sociali con l’annuncio missionario e la spiritualità. Così incoraggia l’approfondimento del compito congiunto che si sta svolgendo attraverso il Repam[12] e altre associazioni, al fine di stabilire, tra le chiese locali di vari Paesi sudamericani, che si trovano nel bacino amazzonico, una pastorale congiunta di rete.

Infine, Francesco ricorda che in Amazzonia c’è una grande mobilità interna, una migrazione costante e spesso pendolare. Il fenomeno richiede una elaborazione pastorale. Per questo chiede di pensare a «gruppi missionari itineranti» (n. 98).

La dimensione ecumenica e interreligiosa. Nell’Esortazione Francesco inserisce un paragrafo specifico sulla dimensione ecumenica e interreligiosa. Egli chiede di trovare spazi per conversare e agire insieme per il bene comune e la promozione dei più poveri. Ciò che ci unisce, infatti, è ciò che ci permette di non essere divorati dall’immanenza, dall’arido vuoto spirituale, dal comodo egocentrismo, dall’individualismo consumistico. Con gli altri cristiani, poi, «ci unisce la convinzione che non si esaurisce tutto in questa vita, ma che siamo chiamati alla festa celeste dove Dio asciugherà ogni lacrima e raccoglierà quanto abbiamo fatto per coloro che soffrono» (n. 109).

Non deve esserci timore di perdere la propria identità, al riguardo. Infatti, «se uno crede che lo Spirito Santo può agire in chi è diverso, allora proverà a lasciarsi arricchire da quella luce, ma la accoglierà dall’interno delle sue convinzioni e dalla sua identità. Perché tanto più profonda, solida e ricca è un’identità, tanto più potrà arricchire gli altri con il suo peculiare contributo» (n. 106).

La forza e il dono delle donne

Un paragrafo specifico del «sogno» di Francesco per la Chiesa in Amazzonia riguarda le donne. In effetti, durante il Sinodo, è apparso chiaro dai racconti che in Amazzonia ci sono comunità che hanno trasmesso la fede per molto tempo senza che nessun sacerdote passasse, anche per decenni. E ciò è avvenuto grazie alla presenza di «donne forti e generose: donne che hanno battezzato, catechizzato, insegnato a pregare, sono state missionarie, certamente chiamate e spinte dallo Spirito Santo. Per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente. Loro stesse, nel Sinodo, hanno commosso tutti noi con la loro testimonianza» (n. 99). Questo svela la caratteristica forza delle donne nella comunità cristiana.

In questo senso esse dovrebbero «poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio». E un ministero implica «una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo. Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile» (n. 103).

La figura di Maria resta il modello e l’ispirazione (cfr n. 101). E alla «Madre dell’Amazzonia» è dedicato l’ultimo capitolo dell’Esortazione che si conclude con una invocazione. 

Espandere gli orizzonti oltre il conflitto

L’Esortazione presenta un paragrafo molto importante dal titolo «Ampliare orizzonti al di là dei conflitti». Potrebbe persino essere considerato come un punto focale della ispirazione del testo. Certamente la sua lettura chiarifica l’approccio di Francesco alla questione amazzonica, ma non solo.

Esso prende avvio dalla costatazione che «in un determinato luogo, gli operatori pastorali intravedano soluzioni molto diverse per i problemi che affrontano, e perciò propongano forme di organizzazione ecclesiale apparentemente opposte» (n. 104). È questo il principio che guida Francesco nel discernimento circa la possibilità o meno di ordinare sacerdoti uomini sposati. Ma il principio si allarga a tutti gli ambiti pastorali. Il Pontefice non fa riferimenti espliciti a un problema o l’altro. Ma registra il fatto che ci sono situazioni pastorali che richiamano soluzioni opposte.

Che fare, dunque, qualora ci fossero, ad esempio, due soluzioni cha appaiono opposte? Il Papa risponde, citando la sua Evangelii gaudium, che «quando succede questo, è probabile che la vera risposta alle sfide dell’evangelizzazione stia nel superare tali proposte, cercando altre vie migliori, forse non immaginate. Il conflitto si supera ad un livello superiore dove ognuna delle parti, senza smettere di essere fedele a sé stessa, si integra con l’altra in una nuova realtà. Tutto si risolve “su di un piano superiore che conserva in sé le preziose potenzialità delle polarità in contrasto”. Altrimenti il conflitto ci blocca, “perdiamo la prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa resta frammentata”» (n. 104).

Questo approccio dialettico alla realtà è un criterio di azione di Francesco, un elemento fondamentale per il discernimento pastorale: non annullare una polo dialettico a favore dell’altro, ma trovare una soluzione superiore che non perda l’energia e la forza degli elementi che si oppongono.

Francesco precisa che «questo non significa in alcun modo relativizzare i problemi, fuggire da essi o lasciare le cose così come sono». Significa invece desbordar – cioè traboccare, strabordare – «trascendendo la dialettica che limita la visione per riconoscere un dono più grande che Dio offre». Solo così è possibile risvegliare «una nuova e maggiore creatività», e così potranno scaturire «come da una fonte generosa, le risposte che la dialettica non ci lasciava vedere» (n. 105).

Il criterio di Francesco è davvero fondamentale ed esplicita il suo modo di procedere, che non è quello di annullare il conflitto, ma di assumerlo e superarlo in una sintesi superiore. Il Pontefice vede questa dinamica attiva agli inizi della fede cristiana. È proprio questa logica che le ha permesso di incarnarsi nella cultura greco-romana. Questo è il criterio dell’inculturazione. Il Pontefice ritiene che oggi in Amazzonia si viva una situazione simile: «l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose di inculturazione» (n. 105).

Anche per questo la regione amazzonica ha un messaggio che «ispira» la Chiesa universale, come viene affermato nell’Esortazione sin dall’inizio. E il Sinodo speciale, se ha acceso l’attenzione su un’area «scartata» del Pianeta e sulla comunità ecclesiale che lì vive, ha pure acceso una luce sulla Chiesa intera, mostrando le ricchezze e ponendo le sfide che provengono dalla «cara Amazzonia».

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In Amazzonia la Chiesa fa esperienza di un popolo che chiaramente non coincide con uno Stato nazionale, e che anzi è un insieme di popoli, perseguitati e minacciati da tante forme di violenza. Sono popoli portatori di un’enorme ricchezza di lingue, culture, riti e tradizioni ancestrali.

Per la redazione dell’Instrumentum laboris la Chiesa si era posta in profondo ascolto di vescovi e laici provenienti da città e culture diverse, nonché appartenenti a numerosi gruppi di vari settori ecclesiali insieme ad accademici e organizzazioni della società civile. Con il «Documento finale» si era fatto il punto del dibattito sinodale ricco del discernimento proprio che si è vissuto nell’Assemblea. Adesso l’Esortazione apostolica accompagna e guida la ricezione di quelle conclusioni perché esse arricchiscano, sfidino e ispirino non solamente la Chiesa in Amazzonia ma la Chiesa universale[13].

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[1] Cfr A. Spadaro, «Il Sinodo per l’Amazzonia. Un affresco per la “casa comune”», in Civ. Catt. 2019 IV 209-219.

[2] Cfr Id., «Verso il Sinodo sull’Amazzonia. Intervista al card. Cláudio Hummes», in Civ. Catt. II 343-356; M. Czerny – D. Martínez de Aguirre Guinea O.P., «Perché l’Amazzonia merita un Sinodo», in www.laciviltacattolica.it/articolo/perche-lamazzonia-merita-un-sinodo/

[3] Cfr A. Spadaro – M. López Oropeza, «Quattro criteri per vivere bene il tempo del Sinodo per l’Amazzonia», in Civ. Catt. 2019 IV 69 – 77.

[4] Cfr J.-P. Sonnet, «L’Albero-mondo. A margine del Sinodo sull’Amazzonia», in Civ. Catt. 2019 IV 116-122.

[5] Dal 2013 si svolge l’attività di un Coloquio Internacional De Literaturas Amazónicas. Gli Atti del primo Colloquio sono in http://www.letras.ufmg.br/padrao_cms/documentos/profs/romulo/VocesdeLaSelvaVirhuez.pdf. Il prossimo, l’ottavo, è previsto per i giorni 17, 18 e 19 luglio del 2020, e si terrà a Tingo María (Perú). Cfr https://cilaperu.wordpress.com.

[6] Magistero riaffermato da Gregorio XIV, Urbano VIII, Benedetto XIV, Gregorio XVI, Leone XIII, Giovanni Paolo II.

[7] «Sentire la vergogna dei nostri limiti e peccati, per essere umili davanti a Lui e ai fratelli. […] provare la vergogna per la nostra inadeguatezza di fronte al tesoro che ci è stato affidato», aveva detto Francesco nella sua omelia per la festa di sant’Ignazio il 31 luglio 2013.

[8] Cfr P. R. Barreto, «Sinodo per l’Amazzonia e Diritti Umani. Popoli, comunità e Stati in dialogo», in Civ. Catt. 2019 III 105 – 113.

[9] Cfr A. Araújo dos Santos, «Spiritualità indigena dell’Amazzonia e cura della “casa comune”», in Civ. Catt. 2019 III 13 – 22.

[10] Cfr. A. Peraza, «Amazzonia e diritti umani», in Civ. Catt. 2019 I 45 – 58.

[11] Qui Francesco cita la Lettera apostolica di Giovanni Paolo II Mulieris dignitatem, (n. 27).

[12] La Repam è un’entità co-fondata dalle istituzioni regionali della Chiesa cattolica: il Celam (Consiglio episcopale latinoamericano), la Clar (Confederazione dei religiosi e religiose latinoamericani), la Pastorale sociale Caritas dell’America Latina, la Cnbb (Commissione episcopale per l’Amazzonia dei vescovi del Brasile), con l’appoggio del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale del Vaticano. Riunisce quindi tutti i diversi referenti della Chiesa cattolica che operano nell’accompagnamento pastorale e nella difesa integrale di gruppi vulnerabili (con speciale attenzione ai popoli indigeni e ad altre minoranze) e dei loro diritti, e nella promozione di alternative esistenziali per popoli e comunità che abitano questo territorio.

[13] Cfr V. Codina, «Dal Rio delle Amazzoni al Tevere. Note da un Sinodo speciale», in Civ. Catt. 2019 IV 392 – 397.